Maurizio Cattelan e l’arte (a)concettuale

[Felice Moramarco]
Secondo Hoelderlin nella “filosofia dell’arte” vi manca sempre o l’arte o la filosofia. Ovvero, “concetto” e “arte” sono inconciliabili. Ogni tentativo di “concettualizzare” l’arte è illegittimo. L’opera d’arte trascende i significati, col cercare di rendere un’opera significante, la si degrada a banale allegoria. Non che nell’opera non siano presenti i significati. Ci sono, ma utilizzati come materiale, alla stregua di tela, marmo, carta, inchiostro, ecc. I significati sono, appunto, trascesi. Tuttavia l’opera deve apparire sensata, deve essere convincente, deve “funzionare”. La logica dell’opera è una logica soggettiva e senza concetto, ma non per questo meno ferrea della logica del principio di non-contraddizione. Possiede dunque una regola, non-comunicabile (perché priva di concetto) ma solo applicabile. Dunque, l’arte, ha il suo punto di partenza nella soggettività, ma tende all’universalità, esige il riconoscimento da parte tutti, senza che questa pretesa possa essere sostenuta da una dimostrazione razionale (mediante concetti).
Ora, date le premesse, si capisce quanto avere a che fare con l’arte sia scomodo, scivoloso e poco accomodante.
E chi può avere tanta dimestichezza con tale materia (scomoda, scivolosa, ecc.), tanto da riuscire a produrla? Il Genio! E chi è il Genio? Si potrebbe dire con Kant che il Genio è colui che dà la regola all’arte, al quale la natura ha dato una felice disposizione delle proprie facoltà. Dunque, il Genio non possiede facoltà altre da quelle dei comuni mortali, ma semplicemente gli sono state meglio disposte! E come si fa a riconoscere il Genio? Come per l’opera d’arte non c’è alcuna regola. Lo si riconosce e basta. Come ci si può convincere della genialità di Maurizio Cattelan?
L’opera di Cattelan: iperrealismo sconfinante nell’assurdo. L’arte è un linguaggio di cui non si conosce il codice per decifrarlo (Adorno), le opere sono, appunto, “geroglifici poetici” (Diderot) indecifrabili. Si è certi di avere a che fare con un linguaggio, ma non si capisce cosa questo linguaggio stia cercando di comunicarci, quale messaggio porta. Ciò che rende le opere di Cattelan così spiazzanti, è la loro enigmaticità. Iperrealiste, definite nei particolari, coerenti e ben strutturate, eppure qualcosa sfugge, resta inafferrabile, crea disagio. Ed è proprio ciò che mette a disagio, ciò che resta inafferrabile a costituire l’“anima” dell’opera, il suo principio vivificante, che distingue l’“opera” dalle “cose”. L’opera di Cattelan è una rivolta contro il reale dato. Non cerca di porsi al di fuori di esso, ma nelle sue crepe, crepe impercettibili ad un occhio disattento, che si lascerebbe ingannare dalla sua pretesa di assoluta uniformità e linearità. Le regole del reale vengono assolutamente rispettate, eppure… L’opera di Cattelan è uno schiaffo in faccia, uno shock che ci costringe a riflettere sul reale. Riflessione che non porta a niente se non a farci capire che non è tutto così scontato, che il sistema non è infallibile, che potrebbe andare diversamente. Questo dovrebbe essere il fine dell’arte contemporanea, darci i brividi, farci sfiorare da ciò-che-non-è-ancora, dall’“Altro”

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26 Comments

  • Complimenti per l’articolo, secondo me hai sintetizzato bene la forza delle opere d’arte di Cattelan, anche se terrei Kant ai margini della critica d’arte (adorava la carta da parati come espressione artistica).
    Scherzi a parte, una domanda sorge spontanea: secondo te non è da un po’ troppo tempo che l’arte sta lì come “Riflessione che non porta a niente se non a farci capire che non è tutto così scontato, che il sistema non è infallibile, che potrebbe andare diversamente”? Insomma, è dai primi anni ’60 che si gioca a riprodurre una realtà “appena diversa”, irriverente e spiazzante, ma una presa di coscienza etica che almeno si sforzi di apparire meno ipocrita si fatica a vedere, e sempre verrà smorzata, edulcorata, disinnescata dalle generose prebende delle Istituzioni.

  • Il mondo con cui si trova a dover fare i conti un artista, o semplicemente chiunque voglia agire e creare in maniera assolutamente libera ed autonoma, è il mondo (tardo/post-capitalista) della “scambiabilità assoluta”. Tutto deve poter essere ricondotto ad unità di misura universale, decifrabile secondo un valore di scambio. Di conseguenza tutto deve APPARIRE coerente e sensato. Tutto viene inghiottito da questa logica “totalitaria”, arte compresa. La questione è molto più grave delle edulcorazioni, disinneschi… delle istituzioni. La logica che ho definito “totalitaria”, lo è nel senso più profondo del termine. Non lascia “zone franche” o margini di libertà da cui poter operare critiche o “prese di coscienza etiche”. Il linguaggio stesso, le strutture con cui vengono formulati i concetti, sono intrisi di dominio. L’unico modo che resta all’arte per agire la libertà e l’autonomia che le sono peculiari, non è essere semplicemente “irriverente e spiazzante” (anche la Lega lo è!), ma è ricavare l’irriverenza, l’assurdo, da ciò che pretende di essere assolutamente sensato, smascherare l’irrazionalità del sistema. Anche i prezzi “assurdi” delle opere di Cattelan, sono l’esempio di come il sistema di attribuzione del valore di scambio vada in tilt quando ha a che fare con oggetti simili. Quando l’arte ha provato ad essere educativa, pedagogica, ha prodotto schifezze. L’arte ha solo il dovere di far ESPERIRE la libertà e la possibilità dell’alterità. Il resto è meglio lasciarlo ai filosofi, ai preti ecc

  • ps.: riguardo a Kant, ho un’opinione esattamente opposta alla tua. Credo che quando si parli di arte, è impossibile non tener presente la Critica del Giudizio (che è molto più attuale di quanto i manuali di filosofia lascino pensare).
    E’ vero che Kant considerava arte anche il giardinaggio e invece relegava il romanzo a passatempo per le casalinghe, però questo era in linea col sistema delle belle arti e coi gusti del ‘700.

  • Ecco, mi fa piacere trovare qualcuno che la pensi in modo così diverso da me!
    Innanzitutto non capisco l’assunto per il quale l’arte deve essere associata ad un agire libero e autonomo, quasi questo fosse un criterio per giudicarla valida. Per me pensare che ci sia “un mondo” con cui l’artista “si trova a fare i conti” dall’alto della sua celebranda “voglia di agire e creare in maniera assolutamente libera e autonoma” è una favoletta…l’artista condiziona e caratterizza il presente di quel mondo nella stessa misura in cui ne è parte integrante. A tal proposito, già nel 1964 Danto notava come il valore delle scatole di Brillo di Andy Warhol “sia 2×10^3 quello delle loro controparti nella vita reale: una differenza difficilmente ascrivibile ad un loro vantaggio in durata!”.
    E questa unità di tutto il presente di cui l’artista fa parte, è la ragione per la quale c’è un’unità di misura universale, l’unicità delle cose. Il mio discorso non vuole essere un blando scioglilingua, ma una prospettiva semplice con cui sconfiggere l’idea che esista un sistema universale, ordinato e coordinato, in opposizione all’individuo, che verrebbe così ostacolato sulla strada verso la libertà. Io non credo che affermare il totalitarismo di una logica (quella dell’unità/unicità di tutto) sia una bestemmia. Anzi, il totalitarismo è la ragione di vita della logica, il suo valore di verità: credo che l’essere convinti della bontà di un’idea significhi considerarla valida per tutto. Oppure per un tutto virtuale, il dominio che una teoria scientifica deve essere in grado di padroneggiare.
    “Quando l’arte ha provato ad essere educativa, pedagogica, ha prodotto” … non-arte. Perché non ha risposto ai criteri che stabiliscono arte sì o arte no. Se il criterio che scegli è quello di “far esperire la libertà e la possibilità dell’alterità”, releghi ancora una volta l’arte a quel limbo illusorio riservato a chi ha le disponibilità economiche per investire in oggetti strambi e inutili. Io non capisco proprio come ci si possa lamentare della libertà oggi, davvero. Non è libero un mondo in cui tutto è possibile (è una domanda reale)? In cui un orinatoio è ammirato in un museo, in cui un possente dito medio rivolto al cielo è piazzato proprio di fronte alla borsa di Milano, in cui un cavallo imbalsamato è un’opera d’arte, ma anche un mondo in cui il valore economico è risaputo essere un’invenzione a tavolino, in cui i parlamentari possono votare di sì a una balla gigante senza essere aggrediti dagli elettori, in cui insomma la libertà è figlia del potere di fare questo o quest’altro…se però l’esperienza della libertà è questa, che se la tengano Cattelan e i critici e i grandi investitori, io voglio altro. La possibilità dell’alterità è un sogno che rende inefficace ogni permutazione delle forze nel nostro presente.

  • metti tre filosofi assieme e vedrai che non si capiranno, ma ugualmente non saranno d’accordo. c.v.d., è il caso di dirlo! ho riletto tutto da capo, mi son piaciute assai cose che non sapevo, molte non le ho capite (anche perché non è il mio campo, qua gli esperti siete voi), eppure, qua e là, cocciutamente (e forse a torto), dissento. non mi lancio in ragionamenti, non sono in grado, metto in fila impressioni così come mi son venute leggendo.
    1. ‘l’arte è priva di concetto.’ chi lo dice? i filosofi? perché a molti artisti del secolo scorso non è dispiaciuta l’etichetta ‘concettuale’. e a getto mi chiedo se il taglio di fontana o l’orinatoio di duchamp non somiglino di più a concetti che a opere d’arte, almeno come le conosceva il passato (andando con l’accetta, canone formale + techne, un sapere che è saper fare)?
    2. ‘le opere d’arte sono indecifrabili.’ non so, ho la sensazione opposta, che le opere d’arte rimangano decifribili nel tempo e che questa capacità, essa sì misteriosa, le qualifichi come tali.
    3. ‘iperrealismo + assurdo = aconcettuale.’ anche qui ho difficoltà a seguire, perché se la tesi può essere buona per un tipo d’arte che rifiuta la mimesi, quando entrano in ballo espressioni artistiche volutamente ‘realistiche’ (iper nel nostro caso) mi vien da pensare che i concetti c’entrino eccome. la realtà come la sperimentiamo noi è già concettualizzata, come può non esserlo la sua riproduzione iper-fedele? guardo l’opera di cattelan e vedo giovanni paolo II schiantato al suolo. riconosco un uomo (concetto), un papa (concetto), etc. etc.. per l’operazione di cattelan questa mia reazione concettuale è ininfluente, secondaria? l’opera funzionerebbe lo stesso facendo appello solo alle mie reazioni emotive (sempre che non abbiano nulla a che fare con la concettualizzazione)?
    4. ‘il linguaggio… e i concetti sono intrisi di dominio.’ mah, non vorrei scomodare wittgenstein, tuttavia la grammatica non fa così schifo. non è facile capire come scopriamo le regole e impariamo a seguirle, ma a questa strana capacità dobbiamo un sacco di cose belle. ad esempio il fatto che parliamo e ci capiamo, non emettiamo suoni a casaccio, borborigmi o lallazioni. un comportamento per noi naturale come respirare, che magari dovremmo guardare con meno sospetto. di striscio, la rottura di un canone lo presuppone e non raggiungerebbe il suo scopo se il canone non esistesse.
    5. sulla questione del mercato non so. è un problema che non si pone solo per l’arte. quanto vale un guantino di michael jackson? e una borsa di fendi? per quel che mi riguarda l’arte può abdicare alle possibilità dell’alterità (che è concetto fumoso) senza che questo la costringa a una presa di coscienza etica. auspicabile d’accordo, ma buona solo se viene da sè.

  • al volo. ho l’impressione che l’arte contemporanea sia stata a lungo tutta testa, tutto concetto. non mi auguro il ritorno al canone, ma un po’ di techne, un po’ di saper fare non mi dispiacerebbe. è per questo ad esempio che gli yba alla hirst non mi entusiasmano, mentre gli iperrealisti alla mueck o gli street artist come blu mi piacciono molto. non so se son geni, di certo han coraggio, visione e talento. che non è poco.
    ultimissima: giac, il totalitarismo di una logica (quella dell’unità/unicità di tutto) a me suona come una bestemmia. ma dovresti dirmi di più, in termini terra terra che son tardona. ;)

  • L’argomento è parecchio complesso, ho dovuto omettere e dare per scontato parecchie cose, e credo di essere stato frainteso su diversi punti. Cercherò di rispondere alle obiezioni di entrambi nella maniera più chiara possibile.

    1-Quando parlo di libertà e autonomia dell’arte, non intendo indifferenza, ma indipendenza dal mondo. E’ ovvio che l’artista condiziona ed è condizionato dal reale, come potrebbe essere altrimenti? Le cause, e allo stesso tempo, i presupposti della sua libertà e autonomia sono da ricercare nelle modalità di approccio che l’arte ha nei confronti del reale:
    l’arte non è imitazione del reale, altrimenti la critica platonica all’arte sarebbe validissima (perchè dovremmo produrre e contemplare copie della realtà?);
    l’arte non è comprensione del reale, perchè non ha un concetto/legge sotto il quale sussumere i particolari (di questo si occupa la scienza);
    l’arte è MIMESI del reale! Non è copia di ciò che APPARE del reale, ma è riproduzione delle dinamiche che lo produce. (Sarebbe da considerare anche il rapporto tra arte e natura, ma non voglio dilungarmi). Ora, si capisce che il rapporto dell’artista col mondo è molto più complesso del semplice condizionare/essere condizionato, o dell’opposizione tra individuo e mondo. Il rapporto tra l’artista e il reale è un rapporto dialettico.
    L’opera dell’artista è una monade (leibniziana), parte integrante del reale, ma allo stesso tempo autonoma e che ripropone la totalità mediata dalla sua particolarità. La monade è apparentemente distaccata dal reale, ma, oltre a costituirlo, ne conserva le strutture fondamentali.
    La critica del reale operata mediante la mimesi è molto più caustica, di quanto possa essere quella operata mediante “prese di posizioni etiche”. Perchè, mentre la prima rintraccia le dinamiche che costituiscono il reale, squarciando il velo uniforme della sua APPARENTE razionalità (il reale di cui parlo è il reale storico, costruito, è il mondo degli uomini) così da poterne palesare, mostrare le contraddizioni coperte dal velo dell’apparenza, la seconda, invece, si ferma al di sopra di questo velo. Per questo artisti “disimpegnati”, quali Schoenberg, Kafka, Beckett hanno saputo leggere e criticare il mondo contemporaneo molto più profondamente, di quanto abbiano fatto altri artisti “impegnati” quali Brecht o Kurt Weil ad esempio.

    2-La “logica totalitaria” di cui parlavo invece, non è la logica delle inferenze e dei principî. Quella più che totalitaria è universale. Ho utilizzato il temine “logica” come sinonimo di modus operandi. Ciò che intendevo dire è che il sistema che domina la natura e gli uomini agisce in maniera totalitaria, ovvero ingloba “tutto”, dalle strutture di pensiero e del linguaggio, ai paesaggi bucolici, tutto sopporta il peso di questo dominio totalitario. Attenzione! Il dominio totalitario (creato e agito dagli uomini, che trova la propria origine nel tentativo di emanciparsi dalla natura, rovesciatosi poi in dominio sulla natura e poi sugli uomini) “ingloba” tutto, non lo “media”. La totalità raggiunta dal dominio, è una totalità “posticcia”, i particolari che la compongono non sono mediati l’uno con l’altro ma semplicemente giustapposti, e “l’unità di misura” utilizzata per rendere omogenea questa “falsa totalità”, il valore di scambio!, è altrettanto posticcia. E’ questa menzogna che l’arte, mediante la mimesi, scopre e denuncia. Kafka e Beckett sono più “realisti” di Verga e Zola!

    3-Non so come tu possa aver pensato che la libertà di cui parlavo coincidesse col “facciamo un po’ come cazzo ci pare”, appendiamo cavalli al soffitto, facciamo leggi ad personam ecc!
    Libertà, per me, non è poter scegliere liberamente tra elementi già dati, ma è la possibilità di poter “negare” il dato, di poter passare da ciò che è a ciò che non è ancora, di poter autodeterminarsi. Ciò che il sistema totalitario ci impedisce di fare. La libertà in questo sistema consente di compiere azioni insensate, purchè restino all’interno del sistema.

    4-Il concetto deve poter essere esplicabile mediante una definizione universalmente valida (mediante il linguaggio). Come puoi esplicare e definire il concetto della Fontana di Duchamp o del Taglio di Fontana? Quelle che in questo caso chiami “concetti”, sono in realtà “idee”. Le idee possono sussistere senza concetto (idee estetiche [C.d.G., Kant])
    Se queste opere potessero essere concettualizzate, perchè continuerebbero a far discutere? hai mai assistito ad un dibattito sul concetto di “orinatoio”? e soprattutto, se fosse davvero possibile concettualizzarle, assegnarle un senso, cosa le distinguerebbe dalle “cose”?
    Come ho già scritto, i concetti nelle opere sono presenti, ma sono utilizzati come materiali (al pari di carta, colore ecc), sono “trascesi”! Credi che basterebbe parlare dei concetti presenti nella Divina Commedia, e sapere che è stata scritta per endecasillabi per esaurire la grandiosità i quest’opera? Ti basterebbe conoscere cosa rappresentano le scene della Cappella Sistina per sapere che si tratta di una delle più grandi opere d’arte dell’umanità? o c’è qualcosa di più, di inspiegabile, di non traducibile mediante concetti? e non è proprio per esperire quel “di più” che ti spinge a leggere Dante e a intraprendere un viaggio per conoscere qualcosa di cui conosci già i contenuti? E quel di più, che potremmo chiamare “spirito” o “anima” di un’opera, non è inspiegabile proprio perchè sfugge al dominio del concetto, del sistema, all’attribuzione di un valore (di scambio)? e non può essere questa considerato l’esperire di questo “di più”, l’esperire di una possibilità di alterità, alterità rispetto al reale dato, che pretende di essere unica e assoluta? E’ in questo senso che definisco le opere d’arte indecifrabili. Una decifrazione è definitiva. Una volta decifrata la Divina Commedia, che senso avrebbe continuare a leggerla? Basterebbe conoscere ciò che è stato decifrato. Del teorema di Euclide ci interessa solo che la somma dei quadrati dei cateti è uguale a quello del’ipotenusa, e non come ci è arrivato. Ci interessa il risultato e non l’esperienza del teorema.

    In filosofia non si possono dividere i buoni dai cattivi. Non ho detto arte=buona, concetto=cattivo. E’ ovvio che sarebbe da matti pretendere di eliminare i concetti, il linguaggio! Ciò non toglie che li si possa criticare, non c’è da fare il tifo per l’uno o per l’altro! Il concetto, il linguaggio sono indispensabili, però agiscono in maniera totalitaria nei confronti della realtà, nel senso che tagliano via la maggior parte delle qualità di un oggetto. Il concetto di “sedia” stabilisce dispoticamente che tutti gli oggetti utilizzati per sedersi debbano essere chiamati così, identificando sotto un universale oggetti che non sono affatto identici. I particolari vengono “schiacciati” e resi identici sotto il dominio del concetto universale. Ogni universalizzazione è una violenza al particolare! Ciò non toglie che non se ne possa fare a meno.

    5-“iperrealismo + assurdo = aconcettuale” non l’ho mai scritto. Ho detto piuttosto che l’iperrealismo di Cattelan, rende ancora più forte la sensazione di “spiazzamento da assurdo”, proprio perché il reale, di solito, si MOSTRA nei termini di razionalità e coerenza. Riguardo alla presenza di concetti nelle opere, ne ho già parlato.

    Le forme di espressione dell’arte sono molteplici. Anche per me Mueck e Blu sono dei genî. Riguardo al “saper fare”, questo è la condizione necessaria della tecnica, appunto, che deve produrre oggetti utili e funzionali, ma non per l’arte. Il saper fare nell’arte è una condizione sufficiente.

    Perdonate il tono da verbale. Purtroppo ho dovuto fare uno sforzo di sintesi non indifferente.

  • Hai fatto delle puntualizzazioni molto interessanti, Felice, mi concentrerò sulle tre centrali per evitare lungaggini. Secondo me nel tuo argomeno esprimi un’idea (o un concetto ;-)) molto valido, e cioè che il concetto sia uno dei materiali dell’opera d’arte contemporanea. Però indugi in un’idea di arte e in un linguaggio intorno all’arte che, sebbene forse molto diffuso, a me piacerebbe tanto lasciarmi alle spalle, perché lo ritengo sorpassato.

    Prendiamo ad esempio il punto 2: che cos’è il “sistema” di cui parli, che “domina la natura e gli uomini e agisce in maniera totalitaria”? La risposta più plausibile è: la tua logica totalitaria. Perché racchiudi in una parola, “sistema”, la tua capacità di sintesi dei tanti concetti che riguardano la riproduzione, la sopravvivenza, il successo, l’occasione, l’esistenza degli enti, e che ritieni tra loro analoghi.
    Analogamente, il “dominio totalitario” è la tua personale capacità di afferrare con il pensiero gli enti che ritieni dominati, e che lo sono in quanto dipendenti dalla tua razionalità. E tu lo sai, e chiamerai questa totalità “posticcia” fino a che non smetterai di devolverla a qualcosa di esterno.

    Punto 3: Cos’è la negazione del dato se non l’affermazione del “modus operandi” (visto che non vogliamo chiamarla logica) dell’ente che nega? Non è una scelta fra elementi già dati, ma l’illusione di un cambiamento che non c’è, perché “ciò che non è ancora” è l’assurdo più ingombrante che potevi nominare. Tutto ci è dato, sempre: scegliere tra quello che ci è dato, tra tutto, è la grandiosa libertà di cui disponiamo!

    Punto 4: l’esperienza di cui parli non è nell’opera ma nella realtà dell’interazione tra opera e spettatore. l’opera d’arte può essere descritta e spiegata senza perderne una virgola. Eppure l’esperienza estetica, che non è un fatto scontato, non sorge in mancanza di una cultura o di una visione del mondo di un certo tipo, anche per opere universalmente note e apprezzate come la Divina Commedia o la Cappella Sistina. Per l’arte Moderna (1880-1964) prima e per quella contemporanea poi il concetto è diventato indispensabile all’arte perché percettivamente le opere d’arte si sono confuse sempre più con le non-opere d’arte, al punto che la domanda che ha guidato l’arte Moderna (che cos’è “arte”?) ha lasciato il posto all’altra, Perché “arte”?

  • …e secondo me sia io che la Raffa vorremmo che l’arte non venisse più vista in questi termini:
    “Riguardo al “saper fare”, questo è la condizione necessaria della tecnica, appunto, che deve produrre oggetti utili e funzionali, ma non per l’arte.”

    L’inutilità dell’arte e la grauità della cultura secondo me fanno parte di un mondo passato, quello del capitale.

  • Mi pare ormai chiaro che sarà impossibile trovarsi visto che utilizziamo le stesse parole ma con significati diversi e inoltre credo che tu abbia tralasciato dei punti che io considero importanti.

    1-se consideri qualcosa sorpassato dovresti dire anche da cosa è stato sorpassato. Sarebbe troppo facile e poco produttivo invalidare delle opinioni solo perchè le si vuole “lasciare dietro le spalle”, non trovi?

    2- il sistema totalitario, il reale, il dominio di cui parlo è, come ho già scritto, il mondo degli uomini, la cultura, la scienza, l’etica, il Geist, la polis… chiamalo come vuoi. E’ tutto ciò che l’uomo s’è dovuto inventare per non morire fulminato durante un temporale o sbranato dalle bestie, per assicurarsi il cibo in maniera più o meno costante (agricoltura, allevamento), per poter collaborare con gli altri uomini senza scannarsi (il commercio, la politica), tutto ciò che l’uomo ha dovuto escogitare per sottrarsi al dominio della natura sull’uomo che poneva la sua sopravvivenza in una condizione di continua precarietà. In sintesi: emancipazione dalla natura. Il punto interessante è che l’uomo occidentale si è sempre emancipato dominando. Si è emancipato dalla natura creando un sistema che la dominasse, materialmente. Il sistema, creato dall’uomo si è poi imposto come una legge naturale di cui l’uomo ha perso il controllo, e dai cui si lascia dominare (Dialettica dell’Illuminismo – Adorno/Horkeimer). Pensa ai mercati, allo spread etc. le cui esigenze fanno passare in secondo piano l’ordinamento democratico di un paese e le vite concrete degli uomini.
    La dialettica emancipazione/dominio è presente in tutta la storia dell’occidente. Essa è divenuta totalitaria per forza di cose. Tutto ciò che non era dominato poteva mettere in pericolo la tenuta del sistema. Pensa ai grandi sistemi filosofici che hanno accompagnato la modernità (Descartes, Spinoza, Leibniz, Hegel). Tutto deve essere incluso nel sistema, perchè ciò che resta fuori potrebbe invalidarlo. Ma lungi dal comprendere la realtà, semplicemente la imbrigliano, seguendo un METODO.
    Il linguaggio, il pensiero, sono anch’essi storici e creati, certo non sono arrivati dal cielo. Anch’essi agiscono seguendo la dinamica del dominio nei confronti della realtà. Non la coglie per quella che è, la mistifica secondo le esigenze (leggi la “lettera tedesca” di Beckett, è geniale!). Non metto in dubbio che ciò sia utile e funzionale, ma di sicuro non ci avvicina al vero! Col pensiero (che agisce per concetti non in maniera riflettente) col linguaggio, non afferro proprio un bel niente dell’ente! Credi che quando chiami un oggetto “sedia” o lo pensi come tale, tu abbia colto la verità, l’essenza di quell’ente? no, perchè sei stato tu a darne una funzione, una utilità, un nome. Non credo che una sedia ti si sia mai presentata come “sedia”! E questa non è assolutamente una “sintesi”. I particolari restano non “mediati”. Così al massimo puoi considerarli “organizzarti”, ma sempre secondo le TUE esigenze che prescindono dall’oggetto/ente. Non è difficile capire che si tratta di un rapporto a una direzione, dominatore-dominato. Il mercante di schiavi, chiama i suoi schiavi tutti e indifferentemente “schiavi”, senza preoccuparsi di conoscere le loro aspirazioni, i loro sentimenti, le loro qualità. Per lui sono solo “schiavi” perchè gli servono come schiavi. Concorderai che in questo modo non ha operato alcuna “sintesi”, nè tanto meno si è avvicinato alla loro particolarità di individui/enti. E nonostante io possa sforzarmi e continuare a chiamarli “schiavi”, ognuno di loro resterà lì con la propria storia, la propria individualità che sarà inaccessibile a chi continuerà a chiamarli “schiavi”.

    3-il reale, il dato di cui ho parlato (ripeto) riguarda il mondo storico, umano, artificiale. La storia è piena di gente che ha dato la vita per ciò che non era ancora! Per cosa lottavano i rivoluzionari francesi della fine del ‘700, o il movimenti antifascisti se non per qualcosa che non era ancora (la libertà, la democrazia, la repubblica)? e tu per cosa studi (immagino che tu sia studente) se non per essere qualcosa che non sei ancora? Il mondo umano è artificiale, perciò è ovvio che prima che fosse creato non esisteva ancora. E che questo mondo è stato creato perchè quello precedente non andava bene, perciò si è cercato di negarlo e si è cercato di crearne un altro migliore. Dov’è l’assurdo!? Assurdo mi sembra credere che tutto sia “dato sempre” eternamente, che non ci sia stata né un inizio né ci sarà mai una fine, soprattutto nelle cose degli uomini.

    4-E’ ovvio che l’esperienza di cui parlo non è nell’opera. L’opera, però, ne fornisce la possibilità, dà le condizioni per questa esperienza. Se ti vuoi sbronzare, certo non mangi delle mele, ma bevi del vino credo. La sbronza però non è nel vino, ma se vuoi sbronzarti hai bisogno del vino e devi berlo. Se poi lo vendi o lo descrivi, è ovvio che non ti sbronzerai mai.
    Certo che un’opera può essere esposta e spiegata per filo e per segno, ma verrà descritta come un oggetto qualunque. Quello che la distingue dagli “oggetti comuni” è proprio quell’esperienza che può fornire, che ovviamente richiede una certa disposizione di chi la fruisce.
    I concetti sono sempre stati indispensabili all’arte, come lo sono stati pennelli, scalpelli, inchiostro ecc.
    Il fatto poi che le opere si confondono sempre più con gli altri oggetti (cosa vera tra l’altro solo per i ready-made e la pop art), è un’ulteriore prova del fatto che ciò che distingue un’ opera d’arte da un altro oggetto identico non considerato tale, è proprio il fatto che solo una delle due trascende la propria fattualità, la propria semplice natura di “cosa”, uno, magari per il semplice fatto di essere posto in un contesto che non è il suo, “fa riflettere”, l’altro resta una “cosa”. E come la spieghi questa cosa se i due oggetti sono identici? Non puoi, perché il concetto delle due cose è identico, ciò che le differisce è ciò che va “oltre” il concetto.

    5-L’arte è inutile. La differenza è che il “capitale” considera la categoria di “utilità” assolutamente indispensabile per definire la validità di un oggetto. Per me non lo è.
    Riusciresti a spiegarmi qual è l’utilità del David di Donatello, dei Demoni di Dostoevskij o dei murales di Blu?

  • Ciao a tutti.
    interessante la scambio d’opinioni e, Felice, volevo chiederti da dove citavi il termine “trascesi” riferito ai concetti usati nell’arte che ho trovato tra virgolette, se si tratta di una citazione…e mi/ti volevo chiedere se.
    l’esperienza permessa dall’opera d’arte a cui fai riferimento,e che sta alla base della distinzione che fai tra un’opera d’arte e un oggetto che rimanga solo tale, è di tipo intelliggibile, fisica o, mi verrebbe dire, meta-intelliggibile (qualcosa del tipo dell’anagogia di Ugo d S vittore, e della sua idea di una possibilità di scoperta/rivelazione di verità, ultraterrena a proposità della divinità nel caso di Ugo, come semplice apprensione non mediata dal linguaggio)?
    O se si tratta di un’altra ipotesi di esperienza diversa, quale? Perchè sotto un termine ombrello come quello di esperiena credo siano comprese talmente tante cose differenti da non riuscire a inquadrare appieno l’ottica in cui collochi la riflessione.
    BNotte Intanto

  • È stato sorpassato dalla tesi che vai proponendo, e cioè che bisogna andare oltre il concetto. Ho scritto di ritenerlo sorpassato perché il concetto è passato. Lo è nel senso che il concetto si forma storicamente, segue il non-concetto del quale esso è sintesi (questa la lezione di Hegel). Ma il concetto è passato anche nel senso che non rappresenta il presente. Tu concludi (correggimi se sbaglio) che siano certe opere d’arte (es. Cattelan) a simboleggiare lo spazio razionale oltre il concetto. A simboleggiare che ci sia uno spazio razionale oltre il concetto. Io dico che c’è una consapevolezza del presente che non può essere rappresentata dal concetto. È una consapevolezza alla quale gli artisti danno forma a loro modo, ma che non è una prerogativa artistica. Per questo è sciocco e ipocrita persistere nella celebrazione dell’arte e degli artisti indugiando a considerarli capaci di indicare la realtà attraverso strumenti diversi dai concetti (nel nostro caso questo strumento è l’esperienza), pur restando all’interno del mondo dell’arte. L’arte è passata come il concetto che tu dici essere insufficiente per evocare la realtà che essa guarda, che essa teorizza.

    Non ritengo il tuo linguaggio sorpassato per capriccio, ma perché non funzionale al fine che ti prefiggi e che in parte condivido. Infatti se rileggi quel mio commento, esso prosegue spiegando con altre parole ciò che ho appena descritto sopra. Rileggendo il mio n° 10 e il tuo n° 12 è evidente che sia io che te convergiamo sull’esistenza di una totalità discorsiva: io la chiamo logica e tu sistema, reale, dominio, cultura, polis, etica, scienza, Geist. Io mi riferisco ai “tanti concetti che riguardano la riproduzione, la sopravvivenza, il successo, l’occasione, l’esistenza degli enti”, tu a “tutto ciò che l’uomo s’è dovuto inventare per non morire fulminato durante un temporale o sbranato dalle bestie, per assicurarsi il cibo in maniera più o meno costante (agricoltura, allevamento), per poter collaborare con gli altri uomini senza scannarsi (il commercio, la politica), tutto ciò che l’uomo ha dovuto escogitare per sottrarsi al dominio della natura sull’uomo che poneva la sua sopravvivenza in una condizione di continua precarietà”. La differenza sta nel fatto che mentre la mia tesi muove sul piano biologico e presente di una logìa personale, unica e individuale per relazionare con gli enti nella loro totalità ontologica (“tanti concetti”), la tua muove dal riconoscimento di un ente extra-personale e onticamente totalitario (il sistema ecc.) a garanzia di una dialettica tra la parte (l’uomo) e il tutto (la natura), che è poi la medesima logìa personale. Ma questa non ha bisogno di un ente onticamente totalitario per manifestarsi: il concetto non è indispensabile alla logica. Il concetto con le sue semplificazioni a volte è fuorviante e dannoso, perché distoglie dal vero obiettivo. Dire che “le esigenze dei mercati fanno passare in secondo piano l’ordinamento democratico di un paese e le vite concrete degli uomini” ci trasporta su un piano argomentativo molto instabile. “Le esigenze dei mercati” comprendono la vita quotidiana di chi su quei mercati lavora ogni giorno comprando e vendendo azioni ecc. Questi “operatori” dei mercati e dello spread sono persone che esprimono una logica di potere che si può opporre all’ordinamento democratico degli stati, in quanto può deciderne le politiche nazionali. Ma questa logica che non collima con il “bene comune” non è detto che muova da considerazioni totalitaristiche sugli equilibri dei mercati e degli stati e sul loro potere di dominio reciproco! I moventi delle scelte umane sono molto meno universalistici di quanto le nostre semplificazioni concettuali ci facciano pensare. Le semplificazioni (sintesi) concettuali pongono un ente narrativo (logico) totalitaristico che prende forma dal passato non-concettuale del parlante e dell’ente descritto. E’ la consapevolezza del presente, tua, mia che impone l’abbandono di siffatta poetica.

  • Pensavate di esservi liberati di me e invece rieccomi qua!
    Innanzitutto felice di conoscerti, Felice! Spero che i miei commenti non vengano fraintesi. È interesse reale il mio e piacere per il confronto ragionato, specie quando si incontra un osso duro come te (e Adorno).
    Preamboli a parte, non mi è chiaro se siano rivolte a me o a Giacomo alcune tue osservazioni (specie al commento 9). In ogni caso rispondo e, come indovinerai, non sono affatto d’accordo. Premessa iniziale: non amo le auctoritates continentali che citi per confortare le tue tesi. Aduse a ricorrere a un vecchio espediente della filosofia: complicare il linguaggio in modo che sembri più ‘vero’ e ‘profondo’ quel che in realtà è semplicemente oscuro. È un problema che ho anche con Giacomo, ma rimando ad altra sede i chiarimenti con lui se no è un profluvio.

    Dici bene, usiamo le parole in maniera diversa. Ma non è solo una querelle terminologica la nostra e non possiamo lasciarla cadere lì (e infatti non lo fai nemmeno tu). Siamo filosofi, mica caporali!. Anche a me tocca procedere per sommi capi con tutti i rischi del caso. Spero che almeno il nocciolo essenziale di quanto andrò dicendo risulti chiaro.

    1. Per i motivi che ho detto non credo che l’arte in genere, e tanto meno l’iper-realismo di Cattelan, sia aconcettuale. Non credo nemmeno che l’artista sia ‘libero’ di usare i concetti come materiale informe e inerte, alla stregua del blocco di marmo per intenderci e come hai suggerito(vedi commento 12, punto 4), reinventandone il significato . Chi non sa che mostrare il dito medio significa ‘mandare a fanculo qualcuno’ semplicemente non capisce l’opera di Cattelan, un significato che Cattelan trova lì già bell’e ‘formato’, su cui riposa il successo della sua operazione che infatti se ne serve lasciandolo inalterato.

    2. Non credo che i concetti siano ‘definizioni universalmente valide’ e che in quanto tali siano pertinenza esclusiva della scienza (vedi commento 9, punti 1 e 4). Tutti noi abbiamo un concetto di ‘rosso’ e infatti sappiamo usare espressioni come ‘un tramonto rosso fuoco’ o ‘toghe rosse’ comprendendo la differenza di significato. Ma non mi pare che per far ciò ricorriamo a una definizione di ‘rosso’, ammesso che ce l’abbiamo. Ancora, di un termine come ‘acqua’ abbiamo una definizione universalmente valida, ‘H2O’. Eppure nella vita quotidiana lo usiamo per indicare un liquido che quasi mai corrisponde a questa definizione stretta. Nell’acqua che beviamo c’è H2O e qualche altra robetta. Dunque non è ‘acqua’? E per venire ai paradossi della logica, parliamo di ‘mucchi’ ma qual è la definizione di ‘mucchio’, quand’è che un insieme di cose comincia a essere un ‘mucchio’? Sarà la scienza a dircelo, e quale?

    3. Non credo si dia una buona rappresentazione del funzionamento di pensiero e linguaggio fermandosi all’analisi e alla denuncia (vedi commento 12, punto 2) dei meccanismi di astrazione dai particolari impliciti nella struttura di ogni lessico. I termini singoli come ‘sedia’ non sono un buon punto di partenza per dar conto del linguaggio e del suo legame con la realtà, tanto meno per negarlo in via definitiva. Non solo, banalmente, perché trattandosi del nome di un ente artificiale che senza l’uomo non esiste in natura, vien da chiedersi quale verità dovremmo cogliere al riguardo prescindendo da quest’ultimo. Se una ‘sedia’ è una sedia lo è per noi umani che le fabbrichiamo a tal scopo, per sederci su. A chi dovrebbe ‘presentarsi’ per essere ri-conosciuta in quanto tale, per essere ‘davvero’ una sedia, al gatto che occasionalmente ci si accoccola?
    Il punto rilevante è comunque un altro. Non usiamo mai termini singoli, di qualsiasi tipo, isolatamente. Per fortuna non ci sono solo sostantivi e dizionari, ma anche aggettivi, avverbi, modi, tempi, manuali di grammatica e sintassi. È nella composizione che impariamo a restituire il caso particolare, e anche a stabilire se quel che diciamo è vero. E questa facoltà – che dà luogo a concretizzazioni storiche (i linguaggi, le culture) ed è soggetta a usi distorti, è perfettibile e fallibile come tutto ciò che umano – è pur sempre naturale, non ci inganna, almeno non sempre. Il rapporto linguaggio e realtà (cultura e natura) non risponde affatto alla logica dominatore/dominato. Quando dico di essere seduta su una sedia blu con le rotelle mentre scrivo questo commento non domino la realtà più di quanto lei non domini me (se dicessi che è rossa starei sbagliando o mentendo, testarda di una sedia!). Ci completiamo a vicenda noi, esseri naturali dotati di facoltà cognitive e linguistiche, e la realtà. Senza uno dei due poli di questa relazione non c’è niente di vero al mondo, il problema della verità svanisce del tutto.

    4. E qui veniamo al punto che più ci distingue e che ha a che fare proprio con il concetto di verità, del quale, come avrai intuito, ho una visione più modesta e prosaica di quella che emerge nei tuoi commenti. Per me è una proprietà di proposizioni (teorie o credenze) quando dicono come le cose stanno, fa il suo ingresso nel mondo con il linguaggio, il ragionamento, l’essere umano. Fuori da questo ambaradam è un concetto privo di senso. Un’idea che, mi par di capire, a te sembra illusoria, calata com’è dentro una logica delle apparenze che è solo inganno e volontà di potenza, che non ci dà mai accesso alle cose in sé ma pretende di farlo, imponendo la sua ‘interpretazione’ come dogma assoluto. Al fondo la verità non esiste, è un prodotto storico di ‘artefatti’ altrettanto evanescenti, i linguaggi, le culture, che come dici, non arrivano dal cielo (commento 12, punto 2). Sarà… ma allora mi chiedo come può l’arte fare quel che dici, squarciare il velo (vedi commento 9, punto 1). È pur sempre un’attività umana, neanche lei vien dal cielo. L’impressione è che qui si metta in circolo un concetto di verità di tipo mistico-esperienziale, in termini di ‘rivelazione’, di ‘manifestazione dell’essere’, di cui non mi fido neanche un po’. In primo luogo perché è assai più misterioso del mio, secondo perché è intrinsecamente soggettivo – ogni esperienza estetica è a sé stante, non concettualizzabile, incomunicabile, una ‘monade’ appunto – pur continuando ad avvalersi di quella retorica dell’oggettività, assertiva e universale, del vecchio concetto di verità, il presunto impostore. Come devo prendere, infatti, affermazioni come ‘l’uomo occidentale si è sempre emancipato dominando. Si è emancipato dalla natura creando un sistema che la dominasse, materialmente’, oppure ‘la dialettica emancipazione/dominio è presente in tutta la storia dell’occidente.’? Perché hanno tutta l’aria di essere tesi su come le cose ‘realmente’ stanno (peraltro tutte da dimostrare)!

    5. Tornando all’arte, non credo che Blu abbia un accesso privilegiato a chissà quale verità. Trovo inappropriata anche la qualifica di genio se è a questa esoterica capacità che allude. Se ci sono verità da conoscere sono alla portata di tutti gli esseri umani ragionevoli e razionali, non sono elitarie. Certo bisogna applicarcisi un po’, confrontarsi con la realtà e con gli altri, formulare ipotesi e metterle al vaglio, cooperare per ottenere un sapere circoscritto di tipo proposizionale – un sapere ‘che’ etc. etc. – che in effetti non sembra il fine precipuo dell’arte. L’arte sta a sé, sembra autonoma come sostieni. Non libera, nel senso che dai al termine, di ‘negare il dato’ (vedi commento 9, punto 3), cosa che dal mio punto di vista è impossibile (il dato se è tale resiste alle liquidazioni). Libera piuttosto di usarlo a suo modo, di farcelo vedere sotto una nuova luce, di immaginarlo diverso. Concordo sul fatto che l’arte abbia a che fare col mostrare più che col dimostrare, o in genere lo spiegare. Ma come sempre la storia ci insegna che vi sono eccezioni (a Tolstoj essere un narratore encicplopedico e sistematico non dispiaceva affatto). Non mi trova d’accordo, invece, l’affermazione secondo cui il suo tratto distintivo è l’inutilità (né, per inciso, credo che l’estensione del concetto di utilità sia fissata dal capitale). A parte il fatto che questa distinzione tiene fuori troppe cose, l’architettura ad esempio che ha sempre, tra gli altri, un ruolo funzionale, una destinazione d’uso, e la saliera di Cellini insieme a tutto il design. È proprio che l’arte, per come la vedo io,è utile in molti modi non strettamente economici e anche se non abbiamo La Teoria per tenerli tutti assieme, non per questo siamo legittimati a concluderne che non serva proprio a niente. Io ad esempio sono affezionata alla capacità di affinamento che l’arte esercita sulle nostre facoltà percettive e sull’immaginazione, facoltà che entrano in ballo anche quando si tratta di stabilire la verità (o metterla in forse) e in generale di ‘comprendere’ (che è cosa diversa ma necessaria per ‘conoscere’), che dunque è bene tenere in allenamento. In tal senso l’arte ha anche un ruolo cognitivo, quanto meno di ritorno.

    6. È proprio per questo che il saper fare in arte mi pare non una condizione ‘sufficiente’ come dici tu, ma necessaria e troppo spesso negletta. A quanto vedo marginale per l’orinatoio di Duchamp dove prevale l’idea (davvero vicina a qualcosa di eminentemente concettuale) di un oggetto ‘neutro’ dal punto di vista estetico, né brutto né bello e decontestualizzato. Una cosa che se non la so prima non la capisco, capace che reagisco come la moglie di Alberto Sordi alla biennale e mi siedo sull’opera, con buona pace del carattere trascendente. Per carità, Duchamp è un maestro, ma chi è venuto dopo di lui ha spremuto le sue idee (e quelle di altri) fino all’osso, e non per scelta stilistica ma in mancanza di alternative, perché di fatto non sa fare, se non letti sfatti a culo esposti alla Tate.
    Questa roba francamente mi sembra abbia fatto il suo tempo. Se l’arte vuole avere un suo specifico che non sia il bello, il vero, il giusto, il buono e nemmeno il cervellotico autoreferenziale, deve ripartire da lì, da un saper fare, pratico e immaginativo al tempo stesso, che desti la nostra meraviglia, che non faccia affidamento solo sulla ‘presunta’ raffinatezza intellettuale di noi fruitori postmoderni. Non è detto che l’operazione riesca, che tutto quel che ne vien fuori è arte, ma è pur sempre qualcosa più di niente.

    7. Del resto se l’arte (giustamente, secondo me) rivendica la sua autonomia, l’indipendenza da intromissioni e finalità esterne di qualsiasi tipo, e se altrettanto fanno riflessioni come la tua che a essa riconoscono il più alto valore (come dovrei intendere la capacità di disvelamento di cui parli?), entrambe farebbero bene a chiedersi a che titolo e a non segare il ramo su cui son sedute. Denunciare l’irrazionalità di un sistema che ingloba tutto, far diventare la verità e il mondo una favola, decostruire il senso e la realtà senza impegnarsi a ricostruire non è soltanto irresponsabile ed esiziale, ma intimamente incoerente, paradossale. Come dire ‘dopo Auschwitz nessuna poesia’ continuando a fare poesia. Ah, allora siam d’accordo.

  • I temi messi in discussione si moltiplicano esponenzialmente ad ogni commento! Dovremmo fare una chiamata collettiva su skype, così potremmo discutere a voce e magari trovarci almeno su qualche punto. Scrivendo non si è mai raggiunta alcuna sintesi tra opinioni divergenti. In queste situazioni si capisce perché Socrate si rifiutava di mettere la sua filosofia per iscritto.

    Credo che quella del “superamento del concetto” sia una tesi insostenibile. La ragione, il pensiero, il linguaggio possono funzionare solo mediante concetti. Non ci sono spazi razionali al di là del concetto. Come potresti articolare un pensiero, una comunicazione senza concetti!? Certo che il concetto è storico, culturale ecc. in natura non esiste il concetto. Ma se vogliamo continuare a pensare o a parlare ne abbiamo bisogno. Il punto è cercare di non utilizzarlo come s’è sempre fatto (dominando), ma in maniera diversa: consapevole, prospettivamente (Nietzsche), mimetica… (non posso affrontare l’argomento, sarebbe sterminato. cfr “Dialettica negativa” e “Teoria estetica”)

    L’arte non è uno spazio “razionale” oltre il concetto. E soprattutto, non è assolutamente misticismo! (Raffaella e Giosuè). L’arte non possiede nessuna verità, può solo sventare la menzogna. Anche se squarcia il velo del linguaggio, del concetto… non potrà mai mostrarci cosa c’è dietro. L’arte non ha accesso al “noumeno”, altrimenti si cadrebbe nella pretesa del l’Assoluto colto con un colpo di pistola, che Hegel rimproverava a Schelling (e a tutti i romantici). L’arte (l’avrò scritto 100 volte) è solo la testimonianza di una “POSSIBILE alterità” (alterità da TUTTO ciò che è e che è stato). E coprire questo ruolo in un sistema (sociale, politico, economico, culturale, gnoseologico ecc.) che viene fatto passare come assoluto, eterno, immutabile… non è poco! L’esperienza di cui parlo, non coglie nessuna verità. Essa è solo l’esperienza del “può anche andare diversamente”, ma non possiamo pretendere che l’arte ci dica effettivamente come.

    Il sistema, Geist ecc. ha un “origine biologica”, però poi agisce “come se” fosse autonomo, indipendente dai singoli. Cosa può l’individuo contro il “mercato”, lo “Stato”? E anche chi si lavora nei “mercati”, credi che possa cambiare le “leggi del mercato” così di punto in bianco? No, perché le dinamiche messe in campo sono talmente complesse che “il mecato” vive proprio come fosse un essere autonomo, e Il rapporto tra l’individuo e “le leggi del mercato”, è lo stesso rapporto che corre tra l’individuo e le leggi di natura (ineluttabili).
    Il totalitarismo, lo intendo in maniera ampia, non solo come categoria politica. Il sistema (sociale, economico, politico, gnoseologico) è totalitario nei confronti di tutto il reale. Niente deve restare fuori, tutto deve avere un suo posto, il diverso deve essere assolutamente ricondotto all’identità. La tensione alla totalità, all’universale, è propria dell’uomo. Ed è anche legittima. Però tra questa “tensione all’universale” e un sistema che pretende di detenere l’universale, e per far ciò agisce dispoticamente sulla realtà c’è una bella differenza. Lo so che il sistema non ha essere, non è autonomo, ma di fatto agisce come se lo fosse, ed è qui, secondo me, la profonda irrazionalità del sistema in cui viviamo.

    “Misticismo”, “esperienza mistica”, “spazio razionale al di là del concetto”, “disvelamento dell’essere”, sono tutte espressioni di cui non solo non ci si dovrebbe fidare, ma (secondo me) d’avanti alle quali dovrebbe rabbrividire chiunque si occupi di filosofia. Tutte quelle correnti “spiritualiste” “misticiste” “irrazionaliste”, nel XX sec, sono tutte sfociate nel reazionarismo politico e in fine nel fascismo/nazismo (Rosemberg, Baeumler, Jean Wahl e anche Heidegger). Il misticismo pretende di cogliere “la Verità” al di là del concetto e del linguaggio (il Sein, il mana, Dio ecc). L’arte NO!

    Raffaella, tascendere i concetti non significa reinventarne i significati. Il dito medio di Cattelan ha lo stesso significato di tutti i diti medi. Il suo concetto/significato è trasceso nel senso che ciò che ci interessa del dito medio di Cattelan non è il fatto che sta mandando qualcuno a quel paese, ma è “qualcos’altro”.
    Con “negare il dato” non intendevo farlo sparire nel nulla!, ma, come tu hai detto, “utilizzarlo a proprio modo”, farlo diventare qualcosa che prima non era. Quando Michelangelo ha scolpito il David, ha dovuto negare il “blocco di marmo” per farlo diventare “il David”.
    Un opera d’arte può essere utile. Ma questa utilità non avrà nulla a che fare col suo essere opera d’arte. L’Odissea, mi può anche essere utile per ammazzare le zanzare o per accendere il caminetto, ma l’ utilità che io ne traggo non avrà niente a che fare col fatto che l’Odissea è un’opera d’arte. Se la relazione tra utilità e artisticità di questi oggetti fosse davvero così intrinseca, la saliera di Cellini o la reggia di Caserta non dovrebbero essere più considerate opere d’arte perché non sono più utilizzate come saliera o come reggia. Non credo che ciò che ammiri nella saliera di Cellini sia il modo in cui contenga il sale! Perché la saliera di cellini è in un museo e le altre in cucina (luogo naturale di una saliera)? Perché ciò che la rende arte è ciò che trascende il suo concetto di saliera.
    Il concetto di utilità non è stato fissato dal capitale. Quello che ho detto è che il capitale “considera la categoria di utilità (cito me stesso [a che punto siamo arrivati!]) assolutamente indispensabile per definire la validità di un oggetto”.
    Credo che nella nostra industria culturale, di cose “fatte bene” e che “destano meraviglia” ce ne sono fin troppe. E sono tutte cose che non hanno neanche un briciolo di artisticità! Chi ha fatto “Titanic” in 3D, credo sia gente che “sappia fare” e che “desti meraviglia” nel pubblico. Però non credo tu sia disposta a definire “Titanic” 3D opera d’arte.
    Se uno non sa leggere e utilizza davvero l’Odissea per accendere il caminetto, sarà stronzo lui, mica Omero che ha scritto un’opera “troppo cervellotica”. Se la moglie di Sordi si siede su un’opera, peggio per lei!
    Inoltre ti faccio notare, che i termini con cui avanzi le critiche all’arte, chiamiamola, contemporanea (intellettualismo, incomprensibilità per la gente comune, autoreferenzialità) sono gli stessi termini con cui i nazisti giudicavano “degenerati” gli espressionisti e con cui i sovietici giudicavano “borghese e reazionario” Kafka. Concordo col fatto che nelle gallerie c’è molta più spazzatura che arte, però, che facciamo? Buttiamo via l’arte per colpa dei suoi imitatori?
    Riguardo al tuo ultimo commento… non si può risolvere in questi termini la questione: con l’arte e contro il sistema, il concetto, o viceversa. Lo so che ci siamo dentro tutti fino al collo (arte compresa). Ma è appunto quello che mi sono sforzato di dire: tutto quello che abbiamo (linguaggio, pensiero compresi) ci è stato dato. E se si vuole criticare questo “tutto” lo si può fare solo con ciò che abbiamo già, dall’interno. So che è complicato, e può sembrare a tratti irreale… ma, cosa dovremmo fare? Cosa dovrebbe fare la filosofia? Arrestare la sua critica? Arrendersi?

  • Posso rispondere in poche righe, promettendo di ritornare?
    Mi concentro sull’ultimo paragrafo che hai scritto, e credo di rispondere anche a nome della Raffaella.
    Occorre un po’ più di sforzo rispetto all’esempio che fai, per immaginare un’opera d’arte utile. Secondo me vale la pena provarci, anziché rimanere ancorati all’arte secondo categorie che parlano solo agli storici dell’arte.
    C’è troppo intellettualismo nella tua considerazione dell’arte, e ti assicuro che la nostra critica all’intellettualismo non è motivata da ideali fascisti o nazisti. Ne approfitto per lanciare un sassolino: quando tiriamo in ballo periodi storici del passato, e relativi sistemi di ideologie e potere, pensiamo anche a dove collocheremmo noi stessi, i nostri valori. Altrimenti sarà sempre un giochetto.
    tornerò presto!

  • ps.: avevo dimenticato un pezzo. Raffaella, quando ho parlato del concetto come di una definizione universalmente valida, sono stato poco chiaro. Per universalmente valida intendevo formalmente/logicamente valida. Nel senso che rispetta i principi base della logica e del linguaggio, per poter essere comprensibili da tutti, universalmente. Il fatto che si possa avere concetti differenti su una identica cosa o parola, o anche avere un concetto “falso”, non toglie il fatto che tali concetti siano universalmente (logicamente) validi, semplicemente per il fatto di poter essere compresi da chiunque abbia dimestichezza col linguaggio. Poi credo che il termine “definizione” sia fuori luogo riferito al concetto. “Definizione” mi pare qualcosa di estremamente statico, stabilito una volta per sempre. Il concetto invece, credo sia qualcosa di dinamico e mutevole. Però adesso non saprei proprio con quale termine sostituirlo

  • a me mi suona sempre strana quell’espressione, ‘negare il dato’. quando michelangelo scolpiva il david non diceva di negare il marmo, ma di trarre ‘la forma’ dalla materia. la forma, quello strano concetto che aristotele metteva al centro dell’identità, e che a sua volta aveva a che fare con la funzione, con il telos della cosa, la sua utilità in senso lato. una pipa è una pipa quando il legno è lavorato in modo che tu ci possa fumare, idem per la saliera e la reggia. che siano opere d’arte non annulla la loro funzione, e anche un’opera d’arte deve averne qualcuna, se no parleremmo di niente. l’utilità a cui alludevo poi era già qualcosa di più dell’a che serve, e non era sufficiente neanche a mio dire per fare di un’opera un’opera d’arte. necessario sì, e lo penso ancora. se poi secondo te l’arte non ha nulla a che vedere con presunte verità mistico-esperienziali sono molto contenta, ma allora evita di parlare di ‘svelamento’,che subito evoca heideggerate…

  • giuro l’ultima: cosa può un individuo senza natura, senza linguaggio, senza stato?

  • da ultimo, la differenza tra me e i nazisti è quella che passa tra critica e censura. è un vecchio trucco questo di confondere le acque, ma non tiene. è chiaro che non ho il potere, né aspiro ad averlo, di togliere gli squali di hirst dalle gallerie, ma avrò ben il diritto di dire perché non mi convincono. qualcosa a cui gli artisti sono insofferenti ma che nel long run ha sempre giovato all’arte e ai suoi fruitori.

  • p.s.: io non ho mai affermato che l’arte sia misticismo, semmai ho attribuito questa visione a te. su entità come il ‘sistema’, il ‘geist’, ‘il mercato’ io ho molti sospetti. sono entità autonome? e chi lo dice? una filosofia della storia che ha appena definito la ragione dogmatica? e quali evidenze può fornire per evitare di cadere nel dogmatismo a sua volta? e come formula queste ipotesi? attraverso concetti e linguaggio! ma non si era detto che erano afflitte da una logica di dominio, totalitaria?
    io direi che abbiamo stabilito un punto comune: l’arte si sottrae al principio di bivalenzavperché è costitutivamente finta. ma quel che non è né vero nè falso non è aconcettuale, dunque la tua tesi sull’arte e sull’iper-realismo di cattelan andrebbe riformulata.

  • L’intenzione di “negare il dato” è ipocrita e illusoria: dovremmo aver compreso che l’affermazione di un’identità consapevole di sé, come è stato per l’opera d’arte, non guadagna in libertà “facendo diventare qualcosa che non era”. Perché libertà massima è compresenza di entrambi i positivi senza che sia l’uno a scapito e/o in funzione dell’altro. Cattelan non va in questa direzione, che secondo me è la direzione migliore per una nuova, florida comunicazione. Scordiamoci le opere d’arte da ammirare nel museo, quelle sono un retaggio sterile. Blu ed Ericailcane (http://unurth.com/index/filter/Blu) sono fortissimi perché pongono novità senza negare l’esistente: fanno crescere la “libertà” del pensiero nelle necessità presenti, questo dev’essere il nostro orizzonte. Una realtà estetica come quella che nasce dall’innesto di immagini su funzioni pre-esistenti lascia lo spazio alle parole di esprimersi con il proprio significato, cosa che ora le parole faticano a fare, perché le impieghiamo a fornire una connotazione estetica di noi stessi, più che a comunicare.
    in quest’ultima cosa mi riallaccio alla conclusione della raffa (#22): secondo me ha sintetizzato bene, aggiungo che vero o falso poco importa, dal momento che le opere d’arte, come le persone, erano coscienti di sé. Almeno fino a tutta la critica e la filosofia dell’arte che le hanno definite e istituzionalizzate offrendo loro queste coscienza. L’esserci di un’ “opera” come i murales sopracitati non chiede di essere riconosciuta come un’opera d’arte, perché può essere valutata e apprezzata in tanti modi che la nostra mutata sensibilità (dato storico) impiega. La valutazione, il giudizio sono figli di un bisogno delle persone nei confronti della realtà di cui sono compartecipi. Così abbiamo capito che non si cambia la realtà che non ci piace negandola ma usandola per dare forma alle nostre immagini, che si devono imporre come caratteristica del presente.
    Cattelan persiste in quelle che erano opere d’arte, ma che oggi sono una sciocchezza radical-chic; sicuramente di qualità, ma vengono meno al bisogno odierno che é una questione pratica, morale. E disegnare i mostri sui mostri di cemento è, piaccia o meno, un giudizio morale.

  • Raffaella, non sostenuto neanche una delle cose che mi hai obbiettato! non ho parlato di negazioni di marmi, non ho detto che l’uomo può vivere senza linguaggio, stato ecc., non ho detto che il sistema è autonomo, ma che agisce COME SE fosse autonomo, e sopratutto non ti ho dato della nazista!
    Giacomo, non puoi dirmi, dopo che mi sono sforzato di porre l’arte sul piano dell’esperienza e di sottrarla a quello del pensiero, che la mia posizione è intellettualistica!
    Poi non capisco tutta questa avversione nei confronti della “negazione del dato”. Ripeto, negare il dato non significa distruggerlo, ma negare il modo in cui un oggetto si dà, per operare un cambiamento. Blu non ha dovuto negare il modo in cui la facciata di un palazzo era dato, per realizzare la sua opera. Certo che il palazzo, il muro resta! Però, come fanno a coesistere il muro nel modo in cui si dava prima e quello in cui si dà dopo!?
    Qualcosa non acquista libertà se viene negata. La libertà sta nella POSSIBILITA’ di negare il dato, il modo in cui qualcosa si dà, per poterlo dare in altro modo.
    Dopo l’intervento di blu il muro si dà in maniera divesra. Ma anche piazza affari, o papa Wojtila, non si danno in maniera diversa dopo l’intervento di Cattelan?

  • ma insomma, se rileggi i tuoi commenti vi sono molte espressioni che lasciano intendere quel che io ho capito. se non è quel che pensi forse è il caso di dire le cose in un altro modo. se negare il dato significa farne un uso diverso che senso ha dirlo in quel modo? le parole sono importanti.

  • “Con “negare il dato” non intendevo farlo sparire nel nulla!, ma, come tu hai detto, “utilizzarlo a proprio modo”, farlo diventare qualcosa che prima non era. Quando Michelangelo ha scolpito il David, ha dovuto negare il “blocco di marmo” per farlo diventare “il David”.” una negazione del marmo!

    “L’arte non è uno spazio “razionale” oltre il concetto. E soprattutto, non è assolutamente misticismo! (Raffaella e Giosuè). L’arte non possiede nessuna verità, può solo sventare la menzogna. Anche se squarcia il velo del linguaggio, del concetto… non potrà mai mostrarci cosa c’è dietro.” una spazio (razionale, irrazionale?) fuori dal linguaggio e dai concetti!

    insomma non ho fatto tutto da me….

  • negare il BLOCCO di marmo. Il marmo che si da come blocco per farlo diventare statua di marmo. Il David non è più un blocco di marmo! A meno che tu non sia Dio, non puoi avere a che fare con la materia informe da cui trarre le forme. Materia e forma non si danno mai separate l’una dall’altra. Se vuoi creare una forma devi negare quella precedente.

    Ho affermato che l’arte non è misticismo col tuo nome tra parentesi, per rispondere al fatto che tu avevi definito la mia posizione come mistica

    il linguaggio, il pensiero, il sistema sono dominio, menzogna ecc. tuttavia non possiamo farne a meno (comm. 16, secondo paragrafo). L’arte può farlo perchè non ha scopi conoscitivi o pratici.

    Poi l’utilità di cui parli, necessaria all’arte, non si capisce cosa significhi. Utile (Zanichelli) è ciò che serve o può servire a qlc

  • felice, io trovo che l’espressione ‘negare’ il blocco sia infelice e non aiuti a capire alcunché.
    trovo che questa affermazione (il linguaggio, il pensiero, il sistema sono dominio, menzogna ecc. tuttavia non possiamo farne a meno (comm. 16, secondo paragrafo). L’arte può farlo perchè non ha scopi conoscitivi o pratici) sia falsa tanto a proposito dell’arte quanto a proposito del linguaggio.

    trovo che la definizione lessicale dello zanichelli (una tra le tanti definizioni possibili dei concetti) sia abbastanza larga da farci stare l’utilità pratica, ma anche quella cognitiva a cui facevo riferimento.

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