No homo

I rapper hanno da sempre una gran paura dei peni altrui.
Non ne parlano mai bene, parlano bene solo del proprio.

Riservano rime di fuoco soprattutto ai peni soliti sfiorarsi con altri peni, in quanto peni omosessuali.

Sì, insomma, ai duri del ghetto non piace parlare di peni; almeno non tanto quanto apprezzano parlare di fondoschiena femminili (sic).

L’ omosessualità, nel musica black, è sempre stata trattata come un tabù, se non apertamente dileggiata.

Anche i conscious rapper degli anni ’80 e ’90 (A Tribe Called Quest, De La Soul, The Roots), per non saper nè leggere nè scrivere, hanno sempre evitato con cura l’argomento.

I picchi più elevati di intolleranza spettano ai giamaicani e ai caraibici in generale.

Sizzla e Bennie Mann hanno dato il meglio del loro talento lirico nella costruzione di versi apertamente omofobici, e, per questo, hanno dovuto spesso rispondere a querele o pagarne le conseguenze in altre maniere (ad esempio, annullando gig).

Ma, da qualche tempo, anche la fortezza antigay dell’hip hop ha iniziato a scricchiolare.

Onore al merito a Kanye West che, nel 2005, durante un’intervista televisiva lanciò un appello a tutti i suoi colleghi, chiedendo di smetterla col discrimanere e offendere gli omosessuali.

Aveva da poco appreso dell’omosessualità di un suo cugino.
E Kanye vuole bene ai suoi cugini, anche da gay.
(Questo non gli impedì, successivamente, di usare svariate volte lo slogan “no homo” nelle sue liriche…).

Ultimamente, le dichiarazioni più forti in tal senso sono state fatte da Frank Ocean.
Il quale si spinge addiritura ad affermare, in un pezzo del suo ultimo album Nostalgia, Ultra:

I believe that marriage

Isn’t between man and woman

But between love and love

La cosa strana è che il buon Frank appartiene alla più feroce e sessista rap crew del momento: i Wolf Gang Kill Em All.
A capo di questi ventenni neri – alcuni dei quali provenienti da ottime famiglie – Tyler, The Creator, costantemente osannato da testate di tendenza quali Pitchfork e Vice, nonostante classifichi da sempre la critica giornalistica bianca come “merda da cancellare” e abbia testi zeppi di fucking fag, faggot, no homo, e inciti sovente allo stupro (ma, si sa, alla redazioni hipsteriche, fondamentalmente costituite da trentenni bianchi scolarizzati nelle classi buone, che non hanno mai visto un pappone prendere a schiaffi una donna se non nei film, sentire queste cose nelle canzoni del ghetto arrapa).

Qualche settimana fa ho scritto sul Facebook wall della crew californiana che i loro testi erano di un sessismo e razzismo mostruosi, ma che la cosa che mi faceva davvero incazzare non era tanto questa, quanto il fatto che, proprio per via di questa violenza, ai ragazzi bianchi dell’upper class piacessero tanto.

La risposta è stata it seems we got some sensitive fag in here.

Beh, dicevo: ad ogni buon conto questa crew non riesco a decifrarla del tutto, su questi temi.

Innanzitutto per le dichiarazioni fatte da Frank Ocean, come detto.

Secondariamente per la presenza, al suo interno, di Syd The Kid, una producer lesbica di poco più di vent’anni. La quale, in risposta al padre che le chiese come avrebbe fatto a collaborare con dei ceffi che insultavano e distruggevano tutto ciò che lei rappresentava, rispose: well, dad, that’s what i do: i slap bithces ‘ ass (papà, fanno quello che piace fare anche a me, prendere a schiaffi sul culo le ragazze).

A seguire una selezione dei miei pezzi preferiti di Frankie Ocean, il vero motivo di questo post inutile:

Novacane

Thinking about you

Swim good

Songs for women

Nature feels

 

 

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