Non abbiamo più paura del Diavolo

[foto di Michele Barbieri]

Non abbiamo più paura del diavolo. Ne siamo affascinati. Film, libri e tv hanno riempito la sua figura di charme o l’hanno ridicolizzata.

Ho riflettuto su questo, assieme allo scenografo Antonio Utili e altri compagni di palcoscenico, preparando la messa in scena de “Histoire du soldat” di Igor Stravinsky del 1918, che narra della vendita dell’anima di un giovane soldato.

A ricordarcelo un bambino cinese. Per la sua cultura il male è male e non può essere simpatico.

E questo male può apparire in mille modi e con mille forme. Ora, senza retorica ne pretese alla Savonarola, nella nostra società esso si manifesta in varie attività umane; ma sotto maschere differenti si può ritrovare lo stesso spirito maligno: quello consumistico.

Consumo energetico, di cibo, di materie prime e derivate, d’acqua e di suolo. Assurdi oltre che sul profilo etico, anche su quello economico, e per entrambi i motivi, diabolici.

L’acqua santa, per esorcizzare questi demoni contemporanei, sgorga dalla riscoperta dei beni comuni. Non privati, ne pubblici, ma comuni. Come precisa il sociologo Carlo Alberto Donolo ascoltato in quel di Vicenza durante una giornata intitolata “Dare spazio ai beni comuni”.

Questi beni sono tutti quelli che riceviamo dal passato, naturali, artificiali e di conoscenza. Sono utili per la sopravvivenza di ecosistemi, e stringono legami simbiotici tra ambienti e comunità che li abitano.

Abitiamo la Pianura Padana e pensiamo che questa sia tra i punti più fertili d’Europa. Ma non è più così, sta scomparendo dal terreno la sostanza organica. L’industrializzazione dell’agricoltura ha trasformato il sapere contadino di un tempo, che rispettava l’equilibrio naturale del terreno, in chimica. L’abile contadino, esperto in rotazione di colture, si è ritrovato essere semplice operaio che, per aumentare la produzione, si limita a drogare il suolo. La rendita fondiaria e gli incentivi alla proliferazione del fotovoltaico su terreni agricoli, fanno il resto e insieme tolgono al cittadino il proprio diritto al paesaggio.

E questi sono solo esempi di come ci stiamo allontanando dal bene comune suolo, quello forse meno percepito come tale.

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