Destra piglia tutto: l’ascesa di Le Pen che frena Sarkozy e oscura la sinistra

di Jacopo Frey

PARIGI – Quando, guidando per una strada a velocità sostenuta, la macchina su cui ci si trova inizia a dare qualche problema, la situazione non solo può diventare fastidiosa, ma in alcuni casi anche pericolosa. Poi se la vettura in questione è di grossa cilindrata, i problemi non possono far altro che aumentare. Bene, immaginiamo allora di non star parlando di una macchina in senso stretto ma di un paese dell’Europa, e mettiamo caso che possa essere la Francia del 2012. La macchina paese francese, in questo preciso momento, ha dei grossi problemi di funzionamento e sta andando abbastanza spedita: che farà, avrà un brutto schianto o all’ultimo riuscirà a rimettersi in carreggiata evitando il peggio? Strano a dirsi parlando di incidenti, ma lo sapremo solo fra una decina di giorni.

In questi tempi di accese discussioni e dibattiti televisivi bisognerebbe fare un’accurata analisi per capire qual è l’ingranaggio che non funziona, dato che è facile prendere un abbaglio e soffermarsi su un lieve danno, importante sì, ma che non costituisce il vero problema. Quindi non parliamo della ripresa ingaggiata nelle ultime settimane di campagna elettorale dal presidente uscente Nicolas Sarkozy a discapito del candidato socialista François Hollande cui molti, gente comune ma anche commentatori politici ed esperti di sondaggi, assegnavano una vittoria scontata. Non è il massimo, ma queste sono le regole della democrazia e dell’alternanza politica, le cui ruote anzi stanno dimostrando di essere ben oliate. E allora bisogna spulciare bene il quadro generale dell’intero apparecchio in questione, tenendo pronti alla mano anche dei dati sull’andamento generale.

La Francia esce dai cinque anni di mandato Sarkozy piuttosto confusa. Il presidente della Repubblica dalle lontane origini ungheresi che parla di identità nazionale e rispetto delle tradizioni, che si proclama difensore della legalità di fronte ai giovani delle periferie e nel frattempo tratta con amici d’infanzia capi di potenti lobby industriali e fabbricanti d’armi, che inneggia alla moralità e ha una vita personale di cui troppo si parla nei tabloid, questo presidente non ha soddisfatto le aspettative di un elettorato che gli ha affidato la guida del paese credendo alla sua promessa di ricostruire una “Francia forte”. I francesi inoltre non sono disposti a sorvolare su chi scherza con la carica di presidente, facendogli perdere quell’alone di sacralità che, da De Gaulle in giù, tutti hanno rispettato, sinistra compresa. Consapevole di ciò, Sarkozy sperava di recuperare punti lanciando una campagna elettorale muscolare in materia di politica estera, sicurezza e immigrazione che mettesse in difficoltà l’avversario diretto Hollande, poco chiaro rispetto al programma, e che permettesse al suo partito, l’UMP, di riguadagnare quei voti che alle scorse elezioni cantonali gli erano sfuggiti a destra. A destra? Ancora di più? Ecco, ci stiamo avvicinando al punto del problema. Sarkozy non è difatti il solo a scommettere sull’immagine della Francia forte ed ha un avversario che non ha nessuno scrupolo nello sporcarsi la bocca con discorsi che possano uscire da quel “sacro” confine che è la legittimità repubblicana, insultando parti della popolazione francese e nella fattispecie quelle di origine immigrata: il Front National, prima di Le Pen padre poi di Le Pen figlia. In effetti c’era da essere ciechi a non riconoscere i segni chiari che il problema si annidasse in questo punto.

Marine Le Pen, candidata alle elezioni presidenziali, ha raggiunto un’ottima terza posizione con il 17,9% dei voti espressi: il miglior risultato che il Front National abbia mai raggiunto in trent’anni di presenza sulla scena politica francese, addirittura meglio di quando nel 2002 Jean Marie sbaragliò una sinistra frammentata e sconfitta arrivando al ballottaggio con Jacques Chiraq. Una volta trovato il problema, bisogna capire quali sono i danni della struttura: pur non essendo arrivata al ballottaggio Marine è la candidata che da queste elezioni ha guadagnato di più, vincendo una doppia battaglia. Sul piano politico nazionale è riuscita finalmente ad accreditare il Front National come una delle forze principali del paese, rompendo così la barriera di isolamento che sin dagli inizi gli era stata costruita attorno in quanto organizzazione antidemocratica (precisazione: già martedì il presidente uscente, in apertura della campagna acquisti per il ballottaggio, ha lasciato cadere che «la Le Pen è compatibile con la Repubblica», anche se poi si è detto non interessato ad eventuali alleanze, con gran delusione di parecchi militanti ed elettori dell’UMP ). Sul piano politico interno del suo partito ha vinto la scommessa con la “vecchia guardia” sulla trasformazione: ha difatti dimostrato che la rottura con il clamore che suscitava la condotta rumorosa e il discorso politico volgare del padre avrebbe portato solo dei benefici. Il partito dei nostalgici di Petain e dell’Algeria francese, dei negazionisti, dei picchiatori fascisti e dei razzisti da bar è diventato una squadra di dirigenti rispettabili che parlano di pulizia delle strade, identità nazionale, rispetto per le tradizioni e promettono una Francia sicura in cui solo chi se lo merita ha un posto. Il taglio da formazione forte, tradizionalista ma allo stesso tempo moderna, ha catturato le simpatie non solo di una generazione di quarantenni disillusi dalla politica tradizionale, ma anche di molti giovani francesi che per la prima volta si sono recati alle urne. A questo punto non può reggere la spiegazione data in questi anni per giustificarne la costante crescita: voto di protesta, un segnale lanciato da un elettorato disilluso e stanco all’intero arco delle forze democratiche. Ma neanche l’ipotesi secondo la quale siamo di fronte alla risposta di una destra delusa dall’azione di Sarkozy. Il fatto è che oggi chi vota FN lo fa perché effettivamente desidererebbe vedere Le Pen alla testa dell’esecutivo e il suo programma realizzato. La cosa non è di poco conto in quanto, al di là della discrezione di un piano economico che richiama il corporativismo, l’uscita immediata dall’euro e altre misure che possono far sorridere, il programma del partito d’estrema destra parla di una società costruita su una visione democratizzata della xenofobia e su una struttura sociale escludente. Nonostante sia cresciuta la convinzione militante rispetto all’iniziale voto di protesta, ancora molti elettori del Front National si vergognano a confessare la loro scelta politica: è per questo motivo che nei sondaggi di questi mesi non emergeva la vera forza di cui disponeva Marine Le Pen. E, per certi versi, è meglio così: un’analisi accurata del bacino di voto rivelerebbe che sono i settori popolari, in particolare operai e le famiglie medie preoccupate per l’avvicinarsi della crisi anche in Francia a riporre in questo partito le proprie speranze.

Ma allora, se la situazione poteva essere in parte prevedibile, perché la politica ed in particolare la sinistra non hanno provato a dare risposte appropriate? Bisogna riconoscere che il Front de Gauche (cartello elettorale della sinistra radicale, i cui i partiti più importanti sono il Partito Comunista Francese e il Parti de Gauche) con il suo candidato Jean-Luc Melenchon, hanno cercato di fare qualcosa, lanciando una battaglia espressamente contro il FN, con la speranza di raggiungere un risultato a doppia cifra – obiettivo di per sé ambizioso, visti i precedenti degli ultimi dieci anni –  che lo sorpassasse. Le basi di questo balzo potevano anche esserci: in pochi mesi il FdG ha aumentato consensi e attenzione da parte della gente, che ha riscoperto l’attivismo di sinistra, tanto che il PCF, partito più forte della coalizione, ha ripreso ad aumentare iscrizioni e a ringiovanirsi arrestando, almeno apparentemente, una discesa verso la scomparsa che sembrava inarrestabile. Si è trattato però di una vittoria di Pirro: Mélenchon è certo piaciuto all’elettorato, che ha trovato il suo discorso, sebbene abbastanza populista e spettacolare, credibile tanto da far salire la sinistra al quarto posto con l’11,6%, ma non è riuscito a battere una destra che costruisce la propria forza sulla paura e sui dibattiti televisivi. Al comizio di domenica, in Place du Stalingrad a Parigi, Mélenchon è stato sincero: «abbiamo perso il braccio di ferro con il Front National». Difficilmente si sarebbe avverato il contrario. La terra su cui è cresciuta l’estrema destra è stata resa fertile dall’ampia crisi sociale che attraversa oramai da anni la Francia, per ora contenuta e resa innocua dalla pioggia di sussidi e aiuti sociali dello Stato, ultima eredità de l’Étatprovidence, l’onnipresente Welfare state francese, e dal fallimento della missione d’integrazione della Repubblica francese: soprattutto nelle periferie delle grandi città la forte disoccupazione mette in luce le questioni irrisolte della deindustrializzazione e del difficoltoso radicamento di generazioni di ragazzi di origine immigrata, che con i loro paesi d’origine al massimo condividono il cognome. Se c’era la speranza che le elezioni del 22 aprile potessero offrire una lezione all’Europa e ridare forza alla sinistra, per il momento questa sembra essersi infranta. Ma non è solo la sinistra radicale, che pur si presenta più forte rispetto al passato, ad uscire sconfitta nel suo tentativo di riguadagnare il consenso popolare. È un più generale progetto di Europa sociale e democratica, che i partiti socialisti europei speravano che il PS potesse rilanciare, ad essere messo a dura prova. Il segnale, al momento, è che come uscita dalla crisi, in molti preferiscono quella che va a destra.

Pur avendo individuato l’errore, la macchina non sembra ripartire. Diamogli una spinta per farla andare meglio tutti i giorni. Non una volta ogni cinque anni.

Written By
More from mirko roglia

C’è chi dice no

Marchionne è riuscito a fare, in appena due anni, ciò che l'attuale...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *