Hollande presidente: la sinistra della “normalità” convince la Francia

di Jacopo Frey

PARIGI – Una spinta data con lo stesso vigore che si ha durante un inseguimento da film, una partenza borbottante come nelle vecchie macchine a motore a scoppio, possibili deviazioni e ostacoli sulla carreggiata che potrebbero portare ad una necessaria riduzione della velocità di crociera, ma la macchina alla fine è ripartita. Ai blocchi, là a Place de la Bastille, domenica 6 maggio, c’era un folto pubblico che gridava “On a gagné!”. Certo, come osservatori puntigliosi avremmo dovuto dire agli spettatori sovreccitati: “Guardate, in realtà la vittoria non è stata così netta e i socialisti si avviano a governare con la fiducia di solo il 30% della popolazione francese”, ma per ora affianchiamoci anche noi alla folla che saluta la vettura, ormai partita, con un sorriso sul volto e il fazzoletto bianco (o anche una rosa rossa) da agitare, scandendo tutti insieme un “abbiamo vinto”. Almeno per queste prime due settimane.

I cronisti più attenti della competizione che si è appena giocata danno l’autista un po’ paffuto che ha vinto – François Hollande – vincente più sull’onda della paura di un pericolo incombente che ha dato l’energia per lo sprint finale piuttosto che per la spinta di una forza accumulata sin dall’inizio con entusiasmo e partecipazione; per il momento, in attesa dei risultati futuri, la Francia gode del frangente positivo con la consapevolezza di avere fra le mani una grande possibilità per invertire il cammino degli ultimi cinque anni, tornando con la mente alla soddisfazione di aver portato la sinistra alla vittoria dopo l’ultima elezione di François Mitterrand  nel lontano 1988.

Ma nonostante la storicità di questo maggio, nessuno parla di grandi cambiamenti della società o,  addirittura, di “Rivoluzione”: alla Bastiglia il 6 maggio, Hollande ha detto che non ci sarà nessuna fuga in avanti, per il momento, quanto invece un ritorno alla normalità. Lui, secondo presidente della Repubblica socialista dalla riforma presidenziale voluta da Charles De Gaulle in un lontano 1958 quando il paese attraversava una profonda crisi istituzionale per lo scoppio di una nuova guerra in Algeria, si è fatto rappresentate della ricostruzione del normale andamento che spetterebbe alle istituzioni, alla società e, perché no, anche al paese in una fase di crisi come quella che sta oggi vivendo l’Europa. La normalità, quindi. Che possa essere più rivoluzionaria del cambiamento?

Certamente con “normale” il nuovo presidente allude a qualunque cosa si allontani dall’egocentrismo istituzionale di Sarkozy, il quale ha reso le istituzioni repubblicane delle marionette nelle mani del potere esecutivo, e dal discorso di insicurezza e di frattura della cittadinanza con cui ha imposto alla società e ai mass media la sua visione del futuro, motivi questi che alla lunga hanno favorito la  sinistra compattando il suo elettorato e l’estrema destra del FN che ne ha sfruttato l’onda. Ma una normalità che marchi anche la distanza da quel François Mitterrand che lo ha preceduto nella lista dei presidenti socialisti, la cui immagine è più volte apparsa in questa tornata elettorale svoltasi ad appena un anno di distanza dal trentesimo anniversario della sua epica vittoria nel 1981.

Una normalità quindi rispetto alla destra di oggi ma anche di fronte al ricordo della sinistra di ieri. Ciò che è cambiato nella sinistra in questi trentun anni può forse permetterci di inquadrare il cammino che i socialisti seguiranno in questi anni.

All’indomani della sua vittoria, Mitterrand organizzò un grande corteo cerimoniale in direzione del Pantheon, mausoleo di Parigi in cui sono sepolti le figure più importanti della nazione, dove depose una rosa rossa di fronte alle tombe di Jean Jaures, padre del socialismo francese e fondatore nel 1905 del partito socialista unitario SFIO (Séction Française de l’Internationale Ouvrière) e di Jean Moulin, eroe della Liberazione.

Il fatto che si trattasse della prima vittoria della sinistra dalla riforma presidenziale impose un carattere epico che di fatto portò nell’immaginario l’idea che, usando le parole di Léon Blum, altra importante figura del socialismo francese, “più di un’elezione per l’esercizio democratico del potere, si è trattato di una sua conquista”. Per tal motivo, nonostante i già profondi cambiamenti maturatisi nell’area socialista, quell’elezione fu accompagnata dalla ripresa della tradizionale retorica della sinistra francese, in cui la fedeltà e la difesa della Repubblica si mescolano con la promessa di un’imminente sconvolgimento rivoluzionario del potere e dell’avvento di una società socialista. Nella realtà dei fatti nulla di tutto ciò sarebbe mai avvenuto. Mitterrand aveva da tempo abbandonato ogni vagheggiamento rivoluzionario – seppur democratico – e la difesa a spada tratta delle istituzioni repubblicane tradizionali contro il potere personale voluto dal Generale De Gaulle: fatte proprie le dinamiche del presidenzialismo, egli aveva già nel 1965, elezioni in cui lui venne presentato come il candidato della sinistra unitaria, iniziato a presentarsi come il “volto” del cambiamento sociale e a capire che solo tramite un’elezione diretta del presidente la sinistra avrebbe vinto, sfruttando anche l’emotività del discorso politico. Per rendere possibile questo cammino lavorò anche per costruire attorno a sé un partito che potesse essere in grado di supportarlo in una sfida testa a tesa con la destra.  Sulle ceneri della vecchia SFIO e della galassia di micro-organizzazioni socialiste, al Congresso per l’unità di Épinay del 1971, nacque l’attuale Partito Socialista; partito questo che, come la sua guida, fu in grado di conquistare nell’arco di dieci anni il ruolo di partito egemone della sinistra, scavalcando un Partito Comunista incapace di interpretare i cambiamenti del paese e di adattarsi alla politica della V Repubblica.

L’ambiguità di fondo che si trovava in Mitterrand emerse con la sua elezione il 10 maggio del 1981:  a fronte di un ambizioso programma politico di rinnovamento sociale, in cui spazio importante avevano la promessa dell’autogestione delle imprese da parte dei lavoratori e le nazionalizzazioni in un momento in cui il resto del mondo occidentale assisteva immobile all’inizio della riscossa delle forze reazionarie e della distruzione del Welafre State al suono di politiche neoliberiste e di privatizzazioni, l’ex funzionario della Repubblica di Vichy e ministro degli interni allo scoppio della guerra in Algeria parlò del suo partito come rappresentante di un “un socialismo tranquillo”, che non avrebbe messo definitivamente in discussione né la Costituzione presidenziale né le fondamenta sociali della Francia.

Dalla tranquillità un po’ nascosta alla normalità sbandierata. Oggi, che i socialisti si apprestano ad assumere il governo del paese, seppur con l’incognita dell’esito delle legislative di giugno, la loro condotta presentata come connotato principale quello della scarsa rottura.  I 60 Impegni per la Francia che Hollande ha firmato come programma all’inizio della sua campagna elettorale hanno un profilo decisamente più basso delle 110 Proposte con cui Mitterrand vinse nel 1981; ma, aspetto questo ancor più problematico, di poco si differenziano dalle idee del suo avversario di destra, se non per un accento più europeista, di maggiore critica nei confronti dei mercati finanziari e delle élite economiche del paese e per l’ispirazione di fondo ad uno sforzo condiviso nel paese per la ripresa economica.

Lo scottante nodo della questione migratoria è testimonianza viva di questa eccessiva vicinanza: fra le 60 proposte e le parole che ha utilizzato nel corso dell’ultimo dibattito televisivo, in cui i due candidati si sono sfidati la sera del 2 maggio, Hollande ha costantemente rimproverato a Sarkozy i suoi fallimenti in materia di immigrazione. Ma capiamoci bene: la critica del futuro presidente si muoveva dall’assunto che, in una fase di crisi, troppi immigrati economici fossero entrati nel paese, che non fossero state fissate delle quote per i nuovi arrivati e che il ricongiungimento famigliare sia stato solamente ostacolato piuttosto che regolarizzato sulla base delle rendite economiche (i CPT e i Centri di espulsione, quelli, invece, andavano bene; nessuno chiaramente si sarebbe azzardato a toccarli). Chiaro è che sostenendo il contributo qualitativo degli studenti stranieri per la crescita del paese, proponendo una razionalizzazione amministrativa per i richiedenti asilo, che fino ad oggi dovevano attendere oltre un anno una risposta dallo Stato, invocando il diritto di voto agli stranieri per le elezioni amministrative dopo 5 anni di residenza, si ottiene subito una patente di apertura e di dialogo se dall’altra parte c’è un politico che considera il voto locale agli immigrati uno strumento in mano al comunitarismo e all’islamismo e un regalo eccessivo a chi vive in Francia solo per approfittare in maniera famelica degli alti benefici sociali francesi.

Potremmo ancora parlare del mantenimento dell’asse Francia-Germania nella gestione dell’Europa, di una politica estera che, eccezion fatta per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, si svilupperà sulla stessa linea di conquista del suo predecessore e di tante altre cose che potrebbero lasciar perplesso un elettore o simpatizzante di sinistra: ora però lasciamole a lato e godiamoci ancora una settimana di entusiasmo, anche se forse troppo trasognato rispetto alla realtà.

A completare il quadro poi mancano le elezioni legislative, che descriveranno in maniera chiara il ritratto della Francia di oggi. Lo stato delle forze che si avviano a questa scadenza è confuso e sui risultati nessuno può porre una cauzione. Se la sinistra riuscisse a guadagnare un buon risultato si troverebbe veramente nella posizione di governare e di mettere in pratica il proprio programma politico: in questo momento difatti i socialisti, oltre alla presidenza, controllano il senato (per la prima volta nella storia), molte assemblee regionali, molti dipartimenti e con l’eventuale conquista del parlamento non correrebbero rischi di trovarsi in situazioni di conflittualità ingestibile dal punto di vista istituzionale. Consapevole di tutto ciò, il Front de Gauche aspetta e cerca di avviare trattative con i socialisti per presentare candidati unici della sinistra da far scontrare con quelli della destra, seppur non nella posizione di trattare ad armi pari.

E la destra? Divenuta chiara la sconfitta, Sarkozy, presentatosi di fronte ai suoi sostenitori raccolti alla Maison de la Mutualité nel cuore di Parigi, ha tenuto un memorabile discorso di responsabilità politica: assumendo su di sé il carico dell’esito negativo delle elezioni, ha dichiarato che da quel momento in poi il suo impegno come cittadino sarebbe stato un altro e che sicuramente non si sarebbe occupato delle legislative.

E così è stato servito un succulento piatto al Front National, che Marine Le Pen sta cominciando a pregustare con l’attesa dell’entrata, oramai veramente possibile, dei suoi rappresentati al parlamento.  Il FN che, per bocca della sua portavoce, il 1 maggio si era dichiarato per la scheda bianca al ballottaggio, può finalmente inaugurare la sua lotta per l’egemonia della destra, profittando della crisi che attraversa l’UMP. Il partito di Sarkozy sta dando difatti i primi segni di implosione: alla difficoltà già esistente per la linea radicale che il candidato stava seguendo pur di recuperare i voti della Le Pen (linea ispirata da Patrick Buisson, politologo, ex giornalista de Le Figaro, nostalgico dell’Algeria Francese, simpatizzante d’estrema destra e militante de l’Action Française, poi affascinato da Sarkozy che ne ha fatto uno dei campioni del suo discorso identitario e suo consigliere) che aveva scatenato un conflitto fra gaullisti e centristi, scontenti di questa direzione, e la Droite Populaire, l’ala destra che preconizza, seppur in maniera velata, un avvicinamento al FN, si aggiunge il peso del fallimento e lo scatenarsi della lotta per la successione.

Il quadro politico che verrà dipinto a giugno non è ora affatto definibile e la Francia che da quest’ultimo scaglione elettorale prenderà le mosse è ancora poco descrivibile.

Per ora basta così. Limitiamoci a sorridere a chi incontriamo per strada come domenica 6 e salutiamo la macchina che è partita. Tanto ormai, la vera palla è stata lanciata da un’altra parte d’Europa e dobbiamo cercare di capire cosa farà lì la sinistra.

Non è solo la Francia che deve cambiare: è un intero continente che deve ridisegnarsi per capire quale volto dare all’Europa per il futuro. Che forse anche l’Italia dovrebbe capire dove vuole andare?

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