La notte fu nera

La notte fu nera come l’inchiostro, perché le stelle non potevano penetrare attraverso la polvere per raggiungere la terra, e le luci accese nell’interno delle case non arrivavano nemmeno sull’aia.

Ora l’aria e la polvere erano mescolate insieme in parti uguali.

Le case erano ermeticamente chiuse, con tutte le fessure delle porte e delle finestre otturate da stracci; ma la polvere penetrava ugualmente negli interni, così impalpabile che risultava invisibile, e si posava come polline sui tavoli, sulle seggiole, sui piatti, sulle pietanze.

Gli esseri umani se la spazzolavano di dosso, mentre strati di polvere s’erano accumulati sulle soglie delle case.

A metà notte il vento si allontanò e lasciò il paese in pace; perché l’aria densa di polvere smorzava ancor più della nebbia ogni rumore d’intorno.

Le creature umane, coricate nei loro letti, udirono che il vento era caduto: fu il cessare del vento a destarle.

Ma non si alzarono, continuarono a giacere immobili tendendo l’orecchio al silenzio.

Poi i galli cantarono, ma con voci smorzate, e le creature umane si rivoltarono impazienti nei loro letti aspettando il mattino.

Sapevano che occorreva molto tempo alla polvere per ridiscendere a terra e lasciar pura l’aria.

Difatti, venuto il mattino, la polvere restava sospesa come nebbia, e il sole era di sangue.

Per tutta la giornata e così per tutto il giorno seguente piovve polvere, ricoprendo in modo eguale tutta la terra.

Si posò sul granturco, s’accumulò sulle filagne delle staccionate, sui fili di ferro, sui tetti, sulle ortiche, sugli alberi.

Gli esseri umani uscirono dalle case e annusarono l’aria pungente e calda proteggendosi le nari contro la polvere.

E i piccoli, i bambini, uscirono anch’essi, ma senza gridare, senza correre come
avrebbero fatto dopo un comune temporale.

Gli uomini s’appoggiarono coi gomiti sulle staccionate e osservarono il granturco rovinato, quasi secco ormai, con solo qualche strisciolina di verde sotto la pellicola di polvere.

Gli uomini non parlavano, e si muovevano appena.

E le donne uscirono di casa e vennero a mettersi vicino ai loro uomini per sapere se era questa la volta che i loro uomini si sarebbero dati per vinti.

Le donne, senza farsi vedere, studiavano i visi dei loro uomini; perché al granturco si poteva, alla fine, rinunciare, purché fosse salvo qualcos’altro.

I piccoli, lì vicino, disegnavano figure nella polvere coi diti dei piedi, e anch’essi inconsciamente studiavano i visi dei genitori, per vedere se si sarebbero dati per vinti.

Studiavano le facce dei genitori e disegnavano figure nella polvere. I cavalli all’abbeverata, prima di arrischiarsi a bere, col labbro superiore spazzavano il pelo dell’acqua.

Dopo un poco, i visi degli uomini perdettero la loro stupefatta perplessità ma acquistarono un’espressione dura, collerica, ostile.

Allora le donne capirono che erano salvi.

Furore – John Steinbeck

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