Primavera Sound Festival

MUMBLE: a Barcellona! 30-31 maggio/1-2-3 giugno

Considerato da anni il festival europeo per eccellenza, il Primavera Sound Festival giunge alla ragguardevole dodicesima edizione.

Le ragioni di questo successo sono facilmente individuabili in una proposta artistica notevole, un’organizzazione faraonica, una venue azzeccata e, last but not least, una vagonata di soldi da sponsor (la birra San Miguel su tutti) e città.

Un’enorme macchina da soldi capace di portare ogni anno nelle casse della città di Gaudì e della butifarra decine di milioni di euro.

Un festival che accontenta tutti o quasi con i suoi 7 palchi per 216 band, compresi gli amanti del metal (la vera novità di quest’edizione) tanto da essere un giusto compromesso tra la musica indipendente e quella mainstream senza esagerare.

Una line-up mastodontica che però, a pochi giorni dall’inizio, ha visto perdere uno dei suoi nomi di punta, quella Bjork fermata ai box da un’infiammazione piuttosto grave alle corde vocali, costringendo l’organizzazione a modificare leggermente il tabellone.

Purtroppo non sarà né la prima né l’ultima defezione del festival dato che anche Melvins (aereo perso?), Sleep (aneurisma celebrale per Matt Pike a quanto pare), EL-P e Death Grips alzeranno bandiera bianca.

C’è anche molta Italia nell’edizione di quest’anno e non solo sul palco con i bravissimi Boxeur The Coeur e King Of The Opera ma anche nelle retrovie con l’ufficio stampa tutto bolognese di Sfera Cubica.

Cominciamo dal peggio e dai peggiori: il palco Pitchfork è stato caratterizzato da suoni osceni et prestazioni scialbe, una su tutte Sleigh Bells: muro farlocco di Marshall, balletti M.I.A alike, molto volume poca sostanza. Bocciati.

Capitolo Beach House: c’era molto hype attorno alla band di Victoria Legrand ed è testimoniato dalla fiumana di gente che prima del loro concerto si sposta verso il Mini, il palco più lontano del lotto. Bloom non mi ha entusiasmato, e anche dal vivo il loro algido dream-pop non mi trasmette quelle vibrazioni che cerco in un live. Un set che mi lascia a dir poco perplesso.

Passiamo alle sorprese: Palco Vice, piccino picciò, vede il primo giorno la prestazione simpatica degli Unicornibot, band math-rock mascherata di casa che più di una volta mi strappa un sorriso e un applauso e i gloriosi e devastanti Napalm Death che spettinano i numerosissimi hipster accorsi da tutt’ Europa.

Gli Archers Of Loaf, assenti dalle scene da un’eternità, per una cinquantina di minuti riportano i numerosi quarantenni presenti sotto al palco ai gloriosi anni novanta, suonando grandi classici e dimostrando uno stato di forma invidiabile. Bravi.

A proposito di forma, gli Afghan Whigs del palestratissimo Greg Dulli confezionano uno di quei concerti che gli appassionati, soprattutto quelli che per motivi anagrafici non avevano potuto vederli prima, non dimenticheranno facilmente. Crime Scene, Debonair, My Enemy, Going To Town, Gentleman… Manca all’appello la sensualissima Faded ma i brani che hanno reso grande la band di Cincinnati ci sono tutti. La maglietta di un fan recitava Afghan Whigs: The sound of the young America, i ragazzi non saranno più giovani ma sanno sicuramente ancora emozionare.

Dalle parti dell’ATP, che per il quinto anno consecutivo cura la direzione artistica di questo palco, si sono alternati i gruppi, almeno sulla carta, più interessanti, da Mudhoney a Lee Ranaldo ai Thee Oh Sees passando gli Shellac, eroi del Primavera arrivati alla loro settima presenza. Un concerto, il loro, stratosferico, con siparietti divertentissimi come lo smantellamento in tempo reale del backline per aiutare i tecnici.

Menzione particolare merita il miglior concerto, a mio modesto parere, della kermesse catalana: Refused. Senza giri di parole, la band straight-edge di Umea fa il concerto della vita e per 50 minuti ipnotizza la folla assiepata sotto al palco del Ray-Ban proponendo quasi per intero il loro capolavoro The Shape Of Punk To Come datato 1998. Il tempo per Lyxzen e soci s’è congelato e mi dispiace per chi non c’è stato, ma si parlerà di questo concerto per anni.

Infine i The Cure: tre ore di concerto, tutti i grandi classici da Plainsong con cui aprono a Just Like Heaven e cinquanta mila persone sotto al palco San Miguel. Un’immagine che porterò nel cuore per tutta la vita.

Il Primavera Sound si conferma quindi il miglior festival del vecchio continente e un esperienza, soprattutto per gli appassionati, da fare assolutamente. L’appuntamento è per l’anno prossimo, sperando in un cartellone qualitativamente come questo.

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