Quando ho chiesto a un’amica …

Due testimonianze di solidarietà narrate da Antonella*.
 
Quando una settimana dopo il terremoto ho chiesto a un’amica: Vieni a suonare per la mia terra? Lei mi ha risposto chiamando altri amici. Dopo pochi giorni un volantino ha incominciato a girare in internet e ieri sera è uscito dal mondo virtuale per incarnarsi sul palco del Teatro Garzoni di Tricesimo. Tutti insieme per l’Emilia era scritto sul quel foglio, a voce alta per la Bassa ho aggiunto io. E la voce tutti ce l’hanno messa, la voce, le parole, gli strumenti, il tempo, il cuore. Rebi Rivale, i Luna e Un Quarto, Giulia Daici, Elsa Martin, Lino Straulino, Paola Rossato ci hanno regalato quasi tre ore di viaggio fra note ed emozioni. Ognuno col proprio stile, ognuno con la propria storia fusi in un unico concerto che è servito a raccogliere soldi che serviranno a costruire qualcosa dove il terremoto ha distrutto tanto.
A volte penso che questo disastro stia dimostrando qualcosa a me e a tutti quelli che lo stanno vivendo come condivisione di un dolore, come voglia di seppellire l’impotenza, come forza di reagire che si moltiplica con l’unione, come capacità di riscoprirsi un unico puzzle, come stimolo per cercare di guardare oltre, verso progetti di serenità.
Ero distratta da mille cose inutili, ero precipitata nei miei problemi come tanti di noi e mi stavo rinchiudendo in un mondo stretto, quel mondo che non mi appartiene, quel mondo in cui vivo male. E’ arrivato lui, l’urlo della terra che diventa matrigna, e mi ha scaraventato addosso tanta paura per tutte le persone che amo e che l’hanno ascoltato dal vivo, tanto vuoto per tutte quelle torri e quei campanili e quelle case che non rivedrò più, ma anche la consapevolezza che quelle persone, quei luoghi fanno parte di me e che nessuna distanza o fine ci può dividere. L’Emilia fa parte di me, ma anche di noi. Cioè di me + quelle persone che condividono la mia vita di oggi in una regione che ancora conosco molto poco. Mi è bastato chiedere aiuto a un’amica e si è messo in moto qualcosa di contagioso che credo, spero andrà avanti ancora per molto tempo anche oltre il bisogno, anche nelle cose belle. La musica. La poesia. La condivisione. La voglia di fare. Abbiamo il corpo e la mente liberi dalle macerie, siamo in grado di occuparci delle macerie da lontano mettendo in campo quello che sappiamo per aiutare a toglierle di mezzo, mentre altri se ne occupano da vicino facendo passare qualche ora piacevole a gente che al terremoto ha lasciato tanto. Altri come Fabrizio Frabetti , Gianni Brussa e Daniele Stefanutto che quando possono partono da casa e vanno a suonare nelle tende di San Felice, Camposanto, Cavezzo. Certo qualcuno potrebbe obiettare ma a cosa serve l’arte a gente che ha bisogno di case? Serve a vivere un attimo di serenità, serve a unire nonostante i chilometri, serve a fare tutto quello che con lei si può fare da lontano per raccogliere fondi, ma soprattutto serve per non restare alla finestra. E di questo abbiamo bisogno tutti. Di non restare alla finestra.
(23 giugno 2012)

***
Ho vagato per due giorni alla ricerca di tracce

Ho vagato per due giorni alla ricerca di tracce che non siano le immagini di crolli che la televisione tristemente cattura. Seguendo la strada che da Ferrara porta a Modena mi sono accorta poco a poco di quanto il terremoto abbia ferito, segnato, trasformato. Oltre alle morti e ai crolli esistono luoghi in cui “per sempre” resteranno crepe irreversibili. E quei luoghi li trovi negli occhi arrossati dei vecchi, nei sobbalzi dei bambini ad ogni piccolo rumore, nel “ce la faremo” ripetuto di continuo da tutti.
Non sono andata nelle “zone rosse” ho fatto tappe che corrispondevano a nomi e volti, quelli delle amiche e degli amici, e ho visto tanto. A volte molto, a volte troppo poco.
Il molto sono i giovani che si sono messi a disposizione della propria gente, i Sindaci dal volto invecchiato di vent’anni, i volontari che stanno lavorando fin dalla prima scossa, i container davanti alle fabbriche, il mercato di Finale aperto “come se niente fosse” in mezzo ai campi, perché al mercoledì c’è il mercato, le persone che anche se non ti conoscono si fermano e raccontano, parlano di quello che hanno sentito, di quello che hanno perso, di quello di cui hanno paura e poi ti augurano buona fortuna, come se lo augurassero alla propria figlia e ti invitano a mangiare o a dormire in una tenda acquistata coi propri mezzi perché “io sono stato più fortunato di altri e posso permettermela”… Il troppo poco è il vuoto nello sguardo degli anziani che sanno che non avranno il tempo per riempirlo, il nulla lanciato verso il cielo dalle torri crollate, dai campanili che si sono accartocciati come castelli di carte, dai casolari di campagna colpiti a morte che non raccontano più di un passato sereno, di feste nell’aia, di rossi mattoni di fornace.
A un certo punto della strada sapevo che avrei dovuto girare a sinistra, volevo cercare il chiesolino tra Finale e Camposanto, quello su cui qualcuno ha scritto parole con la vernice bianca tanti anni fa e che mi serviva come faro nelle giornate di nebbia. Quando scorgevo la sua ombra sapevo che ero a pochi minuti da casa. Qualcosa mi ha impedito di mettere la freccia e ho continuato senza un motivo verso Massa Finalese. Guardando il paesaggio pensavo che la mia terra che allatta il mare verde di granturco, che nutre l’oro dei campi di grano, che riempie il cuore di papaveri e pioppi non può essere così malvagia e ho visto un cartello giallo: NO GAS RIVARA.
Forse la risposta ai miei perché era quella, forse la distruzione non è cattiveria ma è un urlo di dolore, una richiesta di aiuto, un messaggio della terra-madre per chi vuole capire. Sono ignorante in materia, ma nella mia ignoranza penso che trivellazioni, vuoti, iniezioni, torture prima o poi qualcosa devono pur distruggere e quella distruzione in questo momento è nella Bassa come in altri momenti è altrove nel mondo. Di solito cerco fra le righe di tutto e nel male disperatamente cerco un messaggio che possa aiutarmi a lottare contro l’impotenza. Questa volta il messaggio è scritto a lettere grandi da tutti quelli che stanno aiutando la mia gente sul posto e da lontano. L’uomo sa distruggere per interessi economici ma sa anche ricostruire nel nome della solidarietà e dell’amore. Quindi tiriamoci su le maniche e facciamo il bene, come diceva Madre Teresa. E il bene di cui ha bisogno la mia Emilia in questo momento è un oceano. Una goccia di quell’oceano sono le scuole di Camposanto, oggi i bambini della terza media iniziano l’esame. Alcuni di loro ieri cercavano un vestito adatto fra i pacchi ricevuti in dono perché i loro sono in una casa in cui non possono entrare. A quello che ha scelto la camicia marrone e a quell’altro che ha scelto la maglia bianca mando un grosso bacio, spero con l’aiuto di tutti di riuscire anche a mandare qualcosa di concreto perché al più presto gli esami vengano fatti in scuole nuove e sicure.

Per chi volesse adottare la scuola:
IBAN IT09O0565266680CC0020130366
INTESTATO A COMUNE DI CAMPOSANTO
CAUSALE: 
ADOTTIAMO LE SCUOLE
(14 giugno 2012)

*Antonella Iaschi, poetessa camposantese

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