Come se fosse il mio Paese

di Raoul Lolli, insegnante e scrittore, Forlì

La Romagna e “loro”, i migranti, sono uno spicchio e lo specchio dell’Italia. Alcuni li ho conosciuti a scuola. Frequentavano le lezioni serali per conseguire la licenza media, viatico per un permesso di soggiorno di lunga durata (5 anni). Un minuscolo ascensore sociale per uscire dal precariato “dell’immigrazione a tempo determinato” ed entrare nel meandro di un’alterità che noi italiani-“europei” siamo allenati a trasmettere per legge, non riconoscendo lo ius soli – alias la cittadinanza per nascita in loco.

Insegnare in una classe composta quasi integralmente da migranti è stato come seminare in un terreno “senza frontiere”. Ciò mi ha consentito di imparare a guardare con un’altra ottica ciò che mi apparteneva dalla nascita, raccogliendo quanto era imprevedibile. Dagli studenti migranti, tra una lezione e l’altra, è saltato fuori anche uno “spaccato” di Forlì, città in cui abitano, studiano, e che apprezzano per la sua storia, le sue infrastrutture e la sua vicinanza al mare. Qui trovano un riparo tranquillo e ordinato e, quando sono fortunati, anche un lavoro; ma questa città la vivono come un luogo in cui si sentono più ospiti che cittadini a pieno titolo.

Questo parziale stato di straniamento e di frattura esistenziale è percepito indifferentemente da donne e uomini, giovani e adulti. Sento le loro voci anche ora, mentre mi godo le vacanze e per strada capto gli sguardi smarriti di qualche loro connazionale, o mentre assisto agli Europei di calcio in tv. Perché le prime parole che mi vibrano dentro, quando impugno il telecomando e zittisco lo sciovinismo dei telecronisti nostrani, sono quelle di Ileana, che proviene proprio da quell’Ucraina, che noi chiamiamo l’Est: “Abito nel vostro Paese da otto anni e non ho ancora guadagnato la fiducia degli Italiani. Quando sono arrivata qua volevo gestire un ristorante o un bar e avevo autostima, ma c’era sempre qualcosa che ostacolava i miei sogni. Ho sofferto molto, con una forte depressione, perché ero troppo ingenua… Non credevo che gli Italiani potessero essere cattivi, insensibili, ipocriti ed egoisti. Per fortuna, ho conosciuto delle persone buone”. Con le sue osservazioni, però, Ileana getta anche una luce su come sconfiggere il razzismo: “Ci sono casi diversi, e ci vogliono volontari, psicologi ed educatori che organizzino dei lavori assieme, parlando, chiedendo e ascoltando”.

Del razzismo, quasi tutti i miei studenti hanno avuto esperienza, e alcuni ne hanno saputo offrire una descrizione vivida e tangibile. Mi ricordo, ad esempio, il racconto di Yassim, giovane tunisino che sogna di andare in Francia. L’episodio gli era capitato la prima settimana dopo il suo arrivo in Italia: “Sono andato al bar per prendere le sigarette. Il barista ha parlato con me molto male, e io sono uscito”. Mi torna in mente, inoltre, lo sguardo dimesso dell’egiziano Roussef, che, lavorando come venditore ambulante nei mercati, ha sperimentato alcune incomprensioni con i colleghi.

Dei migranti dell’Africa subsahariana, invece, la maggior parte dei quali provenivano dal Burkina Faso (vedi il “Paese degli uomini integri” di Thomas Sankara, a cui Fiorella Mannoia ha reso omaggio nel suo ultimo cd, Sud) e dalla Costa d’Avorio, mi ha colpito la lucidità con cui sapevano collegare l’ignoranza culturale e la discriminazione di classe al razzismo. Tra tutte le loro considerazioni mi sono rimaste impresse quelle di Yakitè e Aligetà (entrambi genitori), secondo cui il “nostro” senso di superiorità si manifesta nel modo in cui releghiamo la “seconda razza”, alla stregua di un “secondo sesso”, a condizioni di vita peggiori, che ostacolano i rapporti individuali.

Accanto a queste opinioni di carattere generale, qualcuno mi ha confidato anche qualche piccola nostalgia personale al di fuori degli affetti familiari: per Amir, minorenne macedone quasi apolide, si trattava del motorino; per Marek, ventenne egiziano che ha già trascorso tre mesi negli Stati Uniti, degli amici; per Anene, dinamico magazziniere ivoriano, dei colleghi e dell’auto nel suo lavoro in Patria; infine, per Yakitè, della foresta e del fiume nella sua città natale, che, ora, starà riapprezzando, sebbene sia dovuto rientrare per un lutto.

Tuttavia, ciò che mi resterà per sempre impresso nella memoria, come uno slogan che transita dalla coda di un aereo in volo sui lidi emiliano romagnoli, è l’auspicio che ha espresso Octavè, una giovane burkinabè disoccupata, immancabilmente prima a sedersi in aula: “Il mio più grande desiderio per il futuro è di avere un buon lavoro in Italia e sentirmi come se fosse il mio Paese”.

RAOUL LOLLI

raoullolli@alice.it

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3 Comments

  • Purtroppo non siamo ancora un Paese pronto ad accettare il diverso, o meglio, siamo tutti pronti a livello individuale ma poi, non sentendoci nemmeno noi tutelati dal nostro Stato, abbiamo paura. Paura di perdere ciò che abbiamo, paura fisica, paura di perdere le nostre certezze. Spero quindi che questa crisi non aumenti la nostra PAURA, ma ci renda più critici verso le nostre vecchie certezze e più aperti e collaborativi verso l’altro. Forse più uniti ce la facciamo (?).

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