Ho scritto un libro

Forse non tutti sanno, e ne hanno ben donde, che io in gioventù ho scritto un libro sull’hockey. Hockey su ghiaccio. A dire il vero si trattava di due volumi separati, 36 pagine, a colori. OK, una roba per bambini di 8 anni, ma sempre di libri si trattava.

OK, la casa editrice per cui li ho scritti è fallita, la direttrice si è data per dispersa, il personale è stato licenziato, gli autori reclamano pagamenti remotissimi, e i miei libri sull’hockey non sono mai stati pubblicati, ma sempre di libri si trattava. Ci avevo messo un sacco di sforzo, ore e ore su internet a cercare nozioni su uno sport di cui ignoravo tutto o quasi.

Se non il fatto che l’hockey fa bere più delle pene d’amore. E che passare in mutande davanti a un televisore durante una partita dei playoff con intenti per così dire bellicosi non genera altro che grida, insulti e l’occasionale lancio di lattina.

Allora mi ci sono messa con impegno e ho imparato un sacco di cose: che il disco non è sempre stato piatto, ma lo è diventato perché la pallina di caucciù spaccava troppe finestre; che le prime donne giocavano a hockey su ghiaccio indossando scomodi sottanoni che però venivano molto utili alla portiera di turno; che la tanto ambita Stanley Cup, il più celebre trofeo dell’hockey nordamericano, in origine altro non era che un’insalatiera d’argento.

E dopo qualche settimana di lavoro ero fiera di poter dire, e potrei dirlo tuttora, di essere la maggiore esperta italiana di hockey su ghiaccio. Così esperta che l’anno scorso, durante le battute finali del campionato, tra un drink e un altro nei bar di Montreal, mi permettevo di intrattenere gli astanti con aneddoti ricercati e sofisticati commenti tecnici. Un passo avanti rispetto ai soliti ‘quali siamo noi?’, ‘ma che figo quel giocatore’ e ‘a cosa serve una regola scema come il fuorigioco?’. E non solo, al rigore finale che ha sbattuto fuori i Canadiens, i nostri, non ho potuto frenare un moto di stizza. Perché sì, anche io ero salita sui pattini, avevo indossato le protezioni e avevo sputato sangue sul ghiaccio sporco con loro (e accidentalmente avvistato il mio ex tra il pubblico dietro alla porta). E le mie ricerche non erano state infruttuose.

C’è gente che ha fatto mestieri stranissimi. Conoscevo una ragazza che smembrava i cadaveri per la ricerca scientifica e uno che come lavoretto estivo scavava le tombe al cimitero. Io lavori così strani non ne ho mai fatti, ma una volta ho scritto un libro sull’hockey. Hochey su ghiaccio. Anzi due, volume primo e volume secondo.

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