La ciclosofia che ha preso (veloci)piede

Si potrebbe dire che dell’effetto pedalata ne sa qualcosa David Byrne, ex frontman dei Talking Heads, visto che un paio di annetti fa se ne è uscito con il libro: “Diari della bicicletta” (Bompiani), veri e propri appunti di viaggio di un ciclosofico di tendenza, che forse sì, avrebbero funzionato meglio come post di un blog, ma fortunatamente negli anni 80 era ancora lontana la sbrodolosa mania di parole a ruota libera che impazzano nella rete (!).

A dir la verità, più o meno nello stesso periodo in cui è uscito questo libro, anch’io ho iniziato a nutrire una pizzicosa curiosità per l’invasione, o meglio la riappropriazione, di questo mezzo considerato fino a qualche tempo fa un oggetto quasi obsoleto e piuttosto vintage. Tant’è che gli ho dedicato la mia tesi. Alla bicicletta, non al libro di Byrne.

Tornando a noi, ho insomma cercato di analizzare l’universo valoriale che ruota (guarda caso il gioco di parole) attorno a questo sensualissimo mezzo, il quale devo ammettere ha mandato in fissa (e ridaje con gli assist terminologici) un bel po’ di ragazzotti.

Mi sono resa conto di quanto la bicicletta  sia una meravigliosa composizione testuale, un contenitore colmo di relazioni in costante evoluzione e ridefinizione, con una sua storia biografico-valoriale che la rende un oggetto vivo, che si articola secondo schemi di significazione dalla complessità armonica, riassumibili in uno splendido equilibrio dinamico.

Ciò che affascina maggiormente credo sia la sua completezza strutturale d’insieme, proprio quella che pone in essere il senso assoluto della pedalata: la locomozione. Ogni elemento, umano o meccanico, si trova a svolgere una funzione ben precisa, affinché la metonimia ciclosofica realizzi l’armonicità del moto, avvalendosi di ciascuna sua parte per il tutto. Si tratta altresì di creare una fusione protesica corpo a corpo.

A questo punto il nostro panta rei della bicicletta, come una vera immersione nel flusso continuo di cinesi e interazione interdipendente, ci cattura attraverso la sua magia più grande, quella capace di rivelarci la presenza di un Io interiore armonizzato col tutto, attraverso un’epifania di piccola eternità data dall’effetto pedalata, che si manifesta nella dipendenza consapevole del controllo sul mezzo.
La dimensione ciclica non si trova unicamente a livello di meccanismo, ma si stabilisce anche attraverso una relazione fatta di continui, vicendevoli rimandi tra la mente, il corpo e la bicicletta.
Ed ecco il sussulto. E il trasalimento emozionale. È l’incanto del giro di ruota.

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