[Fiabe] Occasionalmente vissero felici e contenti

Dimenticate le zuccherose riduzioni cinematografiche disneyane, le fiabe sono torbide: i baci del principe azzurro non risvegliano le principesse, il bel Eric non affronta la strega del mare per amore di Ariel e chi si inoltra nel bosco va incontro a un terribile destino. Le fiabe sono oscure, di rado edificanti, perché “provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia” per citare Kafka e narrano di omicidi, abbandono di minori, prevaricazioni e soprusi. Persino nelle sempre più edulcorate raccolte dei fratelli Grimm troviamo matrigne e sorellastre umiliate col pubblico denudamento e martoriate con chiodi acuminati (La sposa bianca e la sposa nera), amanti mutilati dai fratelli della maltrattata protagonista, che così non troverà riscatto nell’amore (La mano col coltello), sadici marmocchi che macellano coetanei per farne salsicce (Bambini che giocano a fare il macellaio). Non meno cupe le fiabe di Andersen, che riversò in esse elementi autobiografici legati alle proprie ristrettezze economiche e a delusioni sentimentali: la Sirenetta si scioglierà in mare dopo aver assistito alle nozze dell’amato con un’altra donna, la piccola fiammiferaia perirà assiderata in preda alle allucinazioni ed il soldatino di stagnosi consumerà nel fuoco assieme alla sua amata, sospinta tra le fiamme da una buona fata che si adopera per ricongiungere gli innamorati… e si potrebbe a ragione obiettare sulla bontà di chi manda al rogo una persona per amore.

Perché tanta oscurità e gusto del macabro? Le fiabe narrano in forma fantastica esperienze che fanno parte della vita, dall’incontro col male al raggiungimento dell’età adulta con conseguente separazione dai genitori. Si tratta sostanzialmente di racconti di riti di iniziazione, prove da affrontare per riuscire nella vita, e se spesso vengono superate e possiamo leggere il canonico finale “e vissero felici e contenti” ci ricordano che, a volte, ci attende il fallimento nel nostro percorso di crescita. Ma appunto è solo affrontando le sfide della vita che si potrà ambire alla piena realizzazione personale.

Le fiabe sono un mix di tradizioni orali eterogenee, che ben si prestano ad essere costantemente rielaborate ed aggiornate al gusto del tempo, motivo per cui esistono numerose varianti di una stessa narrazione e le versioni oggi comunemente note sono estremamente diverse da quelle fissate su carta a partire dal XVII secolo, decisamente più macabre: il pifferaio magico rapisce e affoga tutti i bambini della città quando non viene pagato per i propri servigi, Tremotino in un raptus di rabbia strappa una gamba alla ragazza che l’ha raggirato, le autolesioniste sorellastre di Cenerentola arrivano ad amputarsi parte del piede pur di calzare la celebre scarpetta, venendo infine accecate. Altrettanto cruda la prima stesura della bella addormentata del bosco, che contiene nemmeno troppo velati riferimenti necrofili, dove il principe abusa della ragazza costretta al sonno da un incantesimo ingravidandola, mentre Riccioli d’oro dopo aver profanato la sacralità della casa degli orsi viene da essi sbranata. Ma nelle versioni precedenti la protagonista non è una petulante ragazzina, bensì una donna anziana che finirà impalata su un campanile. D’altronde in tempi recenti ha provveduto la celebre saga cinematografica dell’orco Shreck a demolire con irriverenza diversi luoghi comuni legati alle fiabe nella loro forma contemporanea, ricordandoci come ci sia ben altro celato dietro ai melensi “baci di vero amore”.

LA FIABA SCRITTA E LE SUE INTERPRETAZIONI

Tra il 1634 ed 1636 vengono pubblicati i cinque volumi che costituiscono, a giudizio di Benedetto Croce, “il più bel libro barocco italiano”: si tratta del Cunto de li cunti di Giambattista Basile, raccolta di 50 racconti dove elementi della tradizione popolare si fondono sapientemente con la cultura letteraria, seguendo lo schema conflitto/viaggio/metamorfosi. È nelle pagine di Basile che si possono rintracciare le prime forme scritte di classici quali il gatto con gli stivali, la bella addormentata nel bosco e Cenerentola. Seguiranno nel 1684 Posilicheata di Pompeo Sarnelli, nel 1695 Contes de ma mère l’Oye di Charles Perrault, nel 1704 la prima libera traduzione francese de Le mille e una notte. Questi testi segnano per la fiaba il passaggio da narrazione popolare a vero e proprio genere letterario, una moda per gli svaghi delle corti nobiliari settecentesche, mentre l’Ottocento sarà il secolo dello studio e catalogazione sistematica che farà emergere l’opera dei fratelli Grimm. Freud, Jung e Bettelheim ne forniranno interpretazioni psicologiche, col metodo-storico geografico di Kaarle Krohn e Antti Aarne si indagheranno i territori di diffusione attuando il tentativo di ricostruirne la forma originale, mentre si deve a Vladimir Propp la classificazione scientifica, con l’identificazione di uno schema costituito da 31 punti comuni a tutte le fiabe.

GILLES DE RAIS, ARCHETIPO DI BARBABLÙ, E LE BAD GIRLS DELLA FIABA BAROCCA

Barbablù – Foto di Luna Malaguti ed Emiliano Rinaldi

Le fiabe sono il risultato di una continua stratificazione di diverse tradizioni orali. Ma esiste un’eccezione dove una figura storica ben definita nelle proprie caratteristiche è stata sovrapposta, nell’immaginario popolare, al protagonista di una fiaba: il maresciallo di Francia Gilles de Rais (1404 – 1440), compagno d’armi di Giovanna d’Arco, lasciò dietro di sé il ricordo di un mostro leggendario che si confuse, nelle regioni in cui visse, con le vicende di Barbablù di Perrault. La realtà storica nega la presenza della stanza segreta coi cadaveri delle mogli, inesistente è pure la chiave insanguinata e l’uccisione da parte dei fratelli dell’ultima vittima designata, ma per le popolazioni testimoni delle sue gesta criminali fu naturale amalgamare le due figure mostruose.

“Non v’è balia o madre, egli dice, che nei propri racconti si sbagli a proposito dei luoghi in cui viveva Barbablù: le rovine dei castelli di Tiffauges, Champtocé, la Verrière, Pornic, Saint Étienne-de-Mermorte e Pouzauges, che appartenevano tutti a Gilles de Rais, sono designati come i luoghi in cui visse Barbablù” (da “Gilles de rais, Maréchal de France” di Eugène Bossard, 1885)

Sono però due figure femminili che emergono con forza dal mondo fiabesco, influenzando l’immaginario contemporaneo: Cenerentola, ragazza sottomessa ma dalle nobili origini in virtù delle quali predestinata ad un lieto fine, e Cappuccetto Rosso, la ragazzina dagli umili natali condannata a non trovare la salvezza dopo essersi inoltrata nel bosco.

Epigona della cortigiana egizia Rodopi, cui l’aquila ruberà un sandalo che verrà ritrovato da Psammetico che la prenderà in sposa, Cenerentola possiede un animo oscuro come le tenebre nelle prime versioni europee, macchiandosi senza rimorso alcuno di un omicidio totalmente gratuito che la vedrà impunità. Ma l’ambiguità non è ammessa nel mondo delle fiabe: trasformate le non troppo cattive sorelle in campionesse di perfidia e ripulite degli aspetti dark, le vicende della dolce fanciulla si ridurranno alla storia di una donna che cambia status, assurgendo nella contemporaneità ad emblema del riscatto sociale.

Di maggiore spessore la fiaba di Cappuccetto Rosso, personificazione del passaggio dall’infanzia all’adolescenza e simbolo potente della perdita dell’innocenza, dove l’incontro col lupo e il successivo sbranamento sono metafore della prima esperienza sessuale, temi ripresi a oltranza dai Media perché sempre attuali e aggiornabili al contemporaneo. Disturbante interpretazione, tra pedofilia e licantropia, è quella di Neil Jordan con In compagnia dei lupi, inquietante film del 1984, ma non meno originale è il tormentone del ricordo che, un episodio dopo l’altro, si fa sempre meno confuso nella mente di Sam Tyler nella serie televisiva Life on Mars (2006): una ragazza terrorizzata, in abito rosso, fugge nel bosco dove verrà aggredita dal lupo/padre del detective che interverrà nelle vesti del salvatore/cacciatore. Dove mai avranno attinto gli originali sceneggiatori per scrivere questa vicenda?

Letture consigliate:

  • Il processo di Gilles de Rais, di Georges Bataille (1965)
  • Il mondo incantato, di Bruno Bettelheim (1976)
  • Morfologia delle fiabe, di Vladimir Jakovlevic Propp (1928)
  • Da Cenerentola a Cappuccetto Rosso. Breve storia illustrata della fiaba barocca, di Michele Rak (2007)

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