Parlare di nulla: Leopardi (Kafka) Beckett.

Cosa dire della parole che dicono il nulla? Che affermano il nulla, ma anche che ne parlano soltanto. Cos’è il significante che rende incomunicabili, enigmatiche, vaghe le parole? Cos’è il nulla se se ne parla? Ma soprattutto: cosa è ora che si è detto “nulla”?

Per dire l’essere qui e ora, l’esserci, che inter-essa noi, ovvero che è fra noi e siamo noi, non possiamo trascurare questo fatto: che c’è stato una porzione di essere, un ente, che ha dichiarato il non è delle cose (Leopardi); che c’è stato chi ha mostrato l’autoreferenzialità della ragione strumentale (Kafka); che c’è stato chi infine, in tempi piuttosto recenti, ha affermato l’inamovibilità ontica, l’innegabilità sostanziale del processo logico-creativo (Beckett).

In particolare Leopardi e Beckett si prestano ad un’analisi che ne evidenzi la loro portata storica. Questo perché si pongono – e questa è la mia tesi – ai due estremi storici di una stagione del pensiero europeo molto intensa e fertile (né potrebbe essere altrimenti): quella, appena trascorsa, del nichilismo. Severino ha già ampiamente mostrato la paternità leopardiana del primo pensiero “nichilistico”: Leopardi come sorgente donde esce allo scoperto per la prima volta nella storia il “nichilismo” che è sempre scorso sotterraneo rispetto al pensiero occidentale. Leopardi per la prima volta afferma il nulla, solido, totale, di tutto ciò che esiste, riassumendo l’angoscioso pensiero in una manciata di parole: «Tutto è nulla, solido nulla». Leopardi come colui che per primo accetta consapevolmente e coraggiosamente la verità della nullità di ciò che è, che si svela incontrovertibile agli occhi dell’Occidente dimentico di un’altra e ben più salda Verità dell’essere, quella parmenidea che dice «l’essere è, il nulla non è». All’altro estremo e un secolo e mezzo più tardi si situano le parole conclusive di una delle ultime prose di Beckett, Worstward Ho: «Best worse no farther. Nohow less. Nohow worse. Nohow naught. Nohow on. / Said nohow on» (Meglio peggio non più lontano. In nessun modo meno. In nessun modo peggio. In nessun modo nulla. In nessun modo avanti. Detto in nessun modo avanti). Beckett ci consegna la parola impregnata di essere, così indifesa di fronte ad una ragione incalzante che le domanda spiegazioni, ed al contempo così forte nel mantenersi salda, eretta nel deserto della ragione, vero e proprio fiore del deserto, la cui esistenza è tanto inspiegabile quanto innegabile. «What why of all?». Cos’è “l’inadeguatezza del linguaggio umano”, cifra riconosciuta dell’opera di Beckett? Può mai essere un ente, quand’anche “significante”, del tutto adeguato o inadeguato? L’adeguatezza/adattamento non implica forse un’insostenibile perdita di personalità di ciò che porta il significato e si adegua al significante? Non è forse la parola adeguata tanto alienata quanto quella inadeguata? Non è forse alienato l’uomo che parla un siffatto linguaggio metafisico? E non ci indica forse l’autore una strada qui, una strada certo limitata eppure saldissima sulla quale far transitare il nostro messaggio? «Nothing but ooze how nothing and yet», niente eccetto fanghiglia (su) come (non ci sia) niente, tuttavia … tuttavia questa fanghiglia c’è e racconta una storia, che per quanto sgangherata sia ha una sua dignità ontica, «till somehow nohow on», finché essa in qualche modo non avrà più modo di procedere, ovvero fino alla parola che si autolimita: «Nohow on. / Said nohow on». Il racconto si chiude così infatti, con la parola che dice la propria fine. Non è questa un’innegabile sconfitta del supposto nulla?

Leopardi si angoscia e si dispera di fronte allo spettacolo di un divenire bruciante, che ingoia ogni porzione di essere togliendo ogni pretesa risposta ai perché dell’uomo: «A che tante facelle? / che fa l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren? Che vuol dire questa / solitudine immensa? Ed io che sono?» (Canto notturno, vv. 86-89). È la tradizionale e diffusa – sebbene sempre implicitamente – dichiarazione dell’insensatezza dell’essere, o della verità dell’essere come emergenza dell’esistente dal nulla da cui proviene e verso cui va. Ma quale verità è questa, ovvero: che senso ha? Il senso del nulla nelle parole di chi sente il nulla (come il poeta) è l’essere del poeta stesso. Ora possiamo dirlo: Beckett ci assicura che l’essere, quello di Leopardi, è salvo. Finito, unico, eterno come le parole, nohow on in pastless now, parafrasando. Possiamo quindi parlare di nulla senza che l’essere ne venga scalfito. Ma non è allora questa la più profonda e tragica sconfitta del pensiero? Non è forse questo il fallimento cercato da Beckett in Worstward Ho? È una maledizione della parola, la stessa che il poeta riserva alla ginestra: come questa è «contenta dei deserti», così quella di Beckett è una fanghiglia di parole che nel vuoto dicono come non ci sia niente. La sconfitta del pensiero da parte dell’essere è la condanna del pensiero a pensare. Ciò significa che non possiamo nemmeno decidere se sia una sconfitta o una vittoria. «Better worse so». È così. E la condanna rivela a sua volta poi il volto salvifico ed accogliente dell’essere nel pensiero che l’essere (nella sua totalità) non può essere, il pensiero che tutto l’essere, anche la singola parola, il racconto sia sicuro e forte nel suo essere (de)limitato: «Till nohow on / … / Said nohow on». Sembra che l’essere prescinda quindi dal pensiero. Ma chi può dirlo in fin dei conti? (Come non citare qui Il Castello di Kafka, il dialogo fra K. e Olga a proposito di Klamm, l’alternanza spasmodica, la coesistenza di dubbio e certezza nei ragionamenti intorno ai personaggi del Castello?). E cosa importa, dal momento che questo pensiero è? L’importante è essere, il bello è essere: per questo è imprescindibile l’essere (“la creazione artistica”) quand’anche sia un lamento per la nullità, la caducità e l’illusorietà di tutto.

Evidentemente quando parliamo di non essere, di nulla, prescindiamo da un significato. La parola sul non essere ha senso per il suo essere e nel suo essere, senza pretendere una denotazione seria. Non che la parola “nulla” non denoti “qualcosa”; di certo infatti ci figuriamo nel pensiero un significato quando la usiamo, o almeno ci accontentiamo di credere che per davvero esista un livello ontico di cui possiamo dire che non è. Se il nulla non è (cioè, se il nulla è ciò che non è), non si dirà che esiste un’opposizione o una qualsivoglia dialettica tra questo e l’essere. Né si dirà che il nulla sta a fondamento dell’essere, semplicemente perché se il nulla non è non sta all’essere parlarne. E se il pensiero procede naturalmente, ovvero economicamente, ne concluderemo che parlare di nulla non è tanto superfluo o “metaforico”, quanto sciocco, poco serio per l’appunto. Parlare di nulla è una menzogna essenziale.

[Poscritto del 23.V.09] La parola è entità autonoma svincolata dal soggetto cartesiano, cui non è sottoposta (considerazione “post-strutturalista”). Succede infatti che non parliamo (con le) parole, ma parliamo di parole. Sempre. Cosa dev’essere dunque il nuovo linguaggio? In negativo: non deve essere il rapporto tra l’oratore e la parola: ora si parla infatti tra sé e le proprie parole, senza riuscire a comunicare al nostro interlocutore. Ora si metaparla, perché si pensa alle parole prescindendo dall’elemento sensibile, ovvero dimenticandosi dell’uomo che le proferisce. L’oratore non è un medium funzionale ad un ente che ne può fare a meno una volta venuto al mondo. Questa è la parola spinoziana, un’idea-sirena succhiatrice di sangue (Nietzsche): questa è un’immaginazione; ma la parola è già, in quanto esistente, essenzialmente incarnata nell’uomo in eterno. Questo non lo possiamo dimenticare e questo va recuperato nel trattare il linguaggio. Il fatto che dietro alle parole ci sia sempre un uomo, che avendo qualcosa in comune con noi, l’essere appunto (l’essere-uomo poi), ha già stabilito una comunicazione con noi, in eterno: una comunicazione che non dobbiamo dimenticare immaginando che non ci sia.

[24.X.10 – concludendo a mo’ di sillogismo] Il rifiuto di una comunanza e quindi di una comunicazione, cifra dei nostri odierni rapporti sociali, è figlia di quell’atteggiamento “nichilistico” e leopardiano di sentirsi nulla a causa della potenza del divenire che contiene l’essere “vano” del tutto. Ma quando ci si crede nulla non si può avvertire alcuna comunanza con l’altro, che non è un altro ente uno-uno (individuale), ma l’unico essere, totalmente diverso dal proprio uno-uno, pensato, nulla. Occorre completare del tutto la visione fino al punto che, considerato nulla tutto, cioè ogni singolo uno-uno, nostro e altrui, non si recuperi paradossalmente la comunicatività tra individui, accomunati questa volta dal nulla. Quindi l’indifferenza della comunicazione riguardo allo stato ontico percepito prima come “essere” poi come “nulla”, “non-essere” fa sì che il significato della parola sullo stato ontico perda di importanza, cioè non interessi più una volta avvertita e comprovata la sopravvivenza/eternità di uno stato aldilà delle prerogative di quello “finte nel pensiero”. La strada per una comunicazione utile passa dall’indifferenza verso il dualismo essere-nulla.

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