[Face To Face] Steven Smirney

Reduce dal recentissimo showcase di presentazione del suo Ep Way Back Home per la cagliaritana On2Sides su musicassetta, Steven Smirney – moniker dietro cui si nasconde Luca Murgia – è uno dei producer e musicisti più freschi e interessanti del momento. Dotato di una “sensibilità” musicale raffinatissima,  Smirney è riuscito nel corso degli anni a ritagliarsi un posto di rilievo nella scena electro italiana e non.

Approfittando della sua “discesa” in Sardegna noi di MUMBLE: ci abbiamo fatto una chiacchierata, inaugurando così la nuova rubrica FACE TO FACE, quattro chiacchiere con i musicisti e producer più freschi d’Italia.

Questo è quello che ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazzo e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.
Genitori molto giovani, significa che al compleanno ricevi più dischi che calze e mutande. Ho capito di recente che la varietà della mia musica dipende da quella varietà d’ascolti, principalmente pop. I Depeche Mode sono il ricordo più grosso che ho, di quel periodo. Poi ho dato credito alla scena hip hop locale. Bel viaggio, finché non ha iniziato a puzzare di vecchio. Dalla scena locale a quella nazionale e internazionale, i classici New York e Philadelphia, Brand Nubian e The Roots. Dall’hip hop alla scena ibrida crossover, Deftones, (Hed) P.E, e la scuola di batteria e di trombone. Quindi il trasferimento a Venezia, dove i bboy fieri erano già visti come i nuovi metallari (ma che fanno questi vestiti ancora così?!). La scoperta e la fuga dallo ska, il metal e il nu metal, e come punto fermo: Josh Homme. Poi lo scioglimento della mia band, i Mu.St. e l’ingresso nell’elettronica, nella drum&bass in primis, le prime produzioni, di vena pop. Il trasferimento a Roma, i primi concerti indie al Circolo degli Artisti, e la nascita di Steven Smirney, nel 2007. Da lì in poi è stato un ritorno al passato, hip hop in primis. Al momento considero Mos Def il mio artista preferito, e Anima Latina di Battisti il mio album preferito.

Parlaci del tuo ultimo lavoro in collaborazione con l’etichetta cagliaritana On2Sides. Com’è stato tornare a un supporto come la musicassetta, fascinoso ma non proprio comodissimo?
La scelta di On 2 Sides non è una scelta purista (come le etichette che stampano solo in vinile). La cassetta non è mai stata supporto ad alta qualità, piuttosto ad ‘alta comodità’… visto che potevamo copiare, registrare scambiare facilmente la musica, finché non sono arrivati i masterizzatori. Forse è questo uno dei messaggi che veicola On 2 Sides.. Per me è una tappa importante, perché sono finalmente atterrato in Sardegna, e ci ho messo 5 anni. Ed è importante anche perché è il primo release fisico che faccio (a parte le mie auto-produzioni). Insomma mi è arrivato a casa un pacco con tante copie della mia musica, e l’ho potuta spedire a vari amici.

Ultimamente hai collaborato con Kae, giovane cantante serba conosciuta al Redbull Camp a cui hai partecipato. Cosa pensi del progetto della Redbull?
In realtà la collaborazione tra me e Kae parte molto prima del Bass Camp. Avevo uno studio con una piccola terrazza vista tangenziale, e facevamo delle session batteria e voce per passare i primi pomeriggi di caldo primaverile. Abbiamo anche fatto un remix a Dumbo Gets Mad per Bad Panda, nato proprio così. Il Bass Camp ha semplicemente spinto il nostro entusiasmo, perché lì erano tutti fortissimi.. Quando siamo tornati, lo studio era già in fase di trasformazione e la band Kae Live è nata in automatico. È un trio, alla batteria c’è Autre, mio socio di studio, produttore techno/house, che pochi sanno essere un insegnante di batteria!

Con degli amici hai messo su un progetto che prevede party a numero chiuso in cui vi alternate sul palco. Progetti simili si vedevano in altre misure a Berlino e a Bologna negli anni ’80. Pensi che si possa percorrere questa strada in Italia?
Sono contento che questa domanda sia diversa ogni volta che la sento. Significa che non è chiaro cosa siano questi party. Non è male… Diciamo che ciò che si sa è già sufficiente, c’è un posto, e si fa musica. Ma in genere non siamo noi a suonare. È capitato solo una volta. Non sono sicuro di aver capito quale strada intendi, se parliamo di quella indipendente, cheap, in mancanza di cose giovani e contemporanee, è quella.

Tra A Friend Of Mine EP e Way Back Home è passato un sacco di tempo, tanto da spingere Marco Pecorari a cercare tue notizie scrivendo su rumore un bell’articolo su di te. Cosa è successo nella tua musica tra questi due lavori?
A Friend Of Mine è stato divertente, registrato, stampato, masterizzato e distribuito da me. Era una demo ben riuscita, niente di più. Sono stato in contatto con altre etichette, più o meno inconcludenti, fino a uscire con Bad Panda Records, un’etichetta eclettica romana, molto conosciuta all’estero per via della sua politica: Creative Commons in free download. Insomma ‘spread love!’, come direbbe Digi. Nel mentre sono entrato in contatto con la No Sense Of Place, per la quale è uscito Glue EP, in digitale, il risultato di una produzione a sei mani con Michele ed Enrico di Mem Studio. Poco prima di questa uscita, Marco ha scritto di nuovo di me su Rumore, era aprile 2012. Molte persone che apprezzano la mia musica sono attratte dal fatto che uso i suoni elettronici per fare delle canzoni, e non delle tracce. Dicono di leggerci la ‘musica suonata’. Non so se sia questa l’idea di Marco. Il seguito è la cassetta di Way Back Home.

Riesci a vivere di musica?
Intendi dire tipo “soldi” o “stipendio”? No. L’ho sempre vista una strada in salita. Ho sempre pensato che con l’età avrei perso l’entusiasmo. Ora a 25 anni ho più fotta di quando ne avevo 14. Me ne sono accorto perché canto tutto il giorno! Colazione-pranzo-cena-doccia-macchina-treno-aereo.

Cosa pensi della scena italiana?
Quale? Ce ne sono un bel po’… e molte mi piacciono. E’ un peccato che spesso i vari pubblici non siano pronti a digerire le altre scene… Al contrario degli addetti ai lavori, che invece sono abbastanza propensi a seguire diverse cose contemporaneamente. Forse è un lavoro che dobbiamo fare noi, oggi, sensibilizzare i locali alle scene della città più in là? Beh mi sento di citare la scena disco di Pescara, con i ragazzi di Slow Motion. E una nota di merito va a On 2 Sides, per il fatto che lo scorso 14 settembre, al release party, molte persone sapevano chi ero, e più o meno cosa avrebbero ascoltato. È un pubblico preparato, gran bella cosa per i live! Insomma l’elenco è lungo, da Altavoz e provincia, ad Ausgang, da Filippo Mursia a l-ktrica. Tutti ambienti molto fertili, da cui esce ottima musica, etichette, network, discussioni. Purtroppo, la linea che divide il mainstream dall’underground è troppo netta, e il pubblico a volte non reagisce. Ma anche questa parte di discorso è diventata troppo noiosa, sono positivo ultimamente. Mi viene da pensare che si muoveranno le cose, piano piano…

I cinque dischi che ti hanno cambiato la vita.
In primis il mio disco preferito, Anima Latina di Battisti, per la sua capacità di raccontarmi una storia ogni volta diversa. Poi, in ordine sparso, ci mettiamo Around The Fur dei Deftones, come esempio di chi lo voleva fare a modo suo, e lo voleva fare bene. Poi c’è Alopecia degli Why?, i miei Anticon preferiti, e ascolto quel disco tutto di seguito, sempre. Orchestra of Bubbles di Ellen Allien & Apparat, invece, mi ha fatto fare il passo Steven Smirney. L’ultimo che spaccio si chiama Music For The Masses dei Depeche Mode, credo sia il disco che ho ascoltato di più in assoluto.

LINK UTILI:

SOUNDCLOUD: http://soundcloud.com/smirney
BANDCAMP: http://stevensmirney.bandcamp.com
FACEBOOK: https://www.facebook.com/smirney
ON2SIDES: http://soundcloud.com/on2sides; http://www.on2sides.com;

Ndr: nonostante condividiamo stesso cognome e luogo d’origine io e Luca NON SIAMO LEGATI DA LEGAMI DI PARENTELA.

 

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