La legge e la morale

C’è un’altra notizia nel panorama dei risarcimenti statali nei confronti di vittime di gravi disgrazie. Ai familiari di una delle prime vittime del terremoto emiliano dello scorso 20 maggio, Nicola Cavicchi, sono stati riconosciuti 1900€ dall’Inail a titolo di rimborso per le spese funerarie.

Nicola era morto sul posto di lavoro, sorpreso alle dal crollo del capannone della sua ditta, le Ceramiche Sant’Agostino. La motivazione fornita dall’istituto statale è stata che Nicola non contribuiva al bilancio familiare, forse perché non viveva più con i genitori pensionati. Il padre Bruno Cavicchi si è chiaramente opposto alla logica di questa decisione, risultato di una fredda analisi degli impatti economici ufficiali di un figlio nei confronti della propria famiglia. Anche gli operai in fondo sperano che i termini monetari della loro vita vadano più in là di qualche santino.

Non ho provato a telefonare al sig. Cavicchi perché mi descrivesse personalmente la sua protesta contro un’indennità che appare quasi derisoria. In fondo non voglio nemmeno sentire le ragioni dell’Inail, sono inutili.

Il placido scorrere consequenziale di ragione in ragione rischia di essere un mero esercizio intellettuale se non è accompagnato da una morale. La ragione è pratica, è efficiente e utile; la morale è pratica poiché seleziona le possibilità, le oblia. Quello che risulta, il pensiero umano nelle sue forme, è necessariamente, è già pratico e morale.

Questo per dire che non mi interessa parlare delle possibili ragioni di una tale decisione, di un tale pensiero. Per me il pensiero che un figlio morto a causa di un terremoto mentre faceva il turno di notte in fabbrica sia risarcito con un assegno di 1900 € a titolo di contributo per le spese, non esiste e non è morale. Non è morale perché, seguendo la lezione del buon Immanuel, viene meno al principio di un’azione che si desideri vedere replicata nelle scelte di ogni altro essere umano. Chi la pensa come me avverte il fastidio di doversi scontrare con un tale abominio dell’intelletto.

Insomma, finché non terremo salda dentro di noi la muta convinzione che il raziocinio umano si arrende al caso quando dimentica la sua dimensione pratica e morale, ogni cambiamento ci è precluso. In questi ultimi anni abbiamo vissuto troppo spesso respirando l’odore nauseabondo del fatalismo dei leccaculo, pensando di avere sempre qualcosa da perdere agendo diversamente. Pian piano la gelatina coltivata dai signorotti di ogni ordine e grado al potere in questo medioevo italico ci verrà a noia, e allora imporremo con forza dei pensieri e dei modelli pratici e morali.

Come corrispondere indennità dignitose per la perdita di un proprio caro. Oppure come fare di tutto e di più perché ogni lavoratore e ogni servo dello Stato non muoia a causa di ciò che gli permette di vivere all’interno della nostra società. Il lavoro. Pensare a come far stare bene gli altri, tutti.

 

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