Onda d’urto

[di Sara Picone]

In fluidodinamica e in aerodinamica con il termine onda d’urto si indica un sottile strato di forte variazione dei campi di pressione, temperatura, densità e velocità del fluido. Tale sottile spessore, dell’ordine di 10−6 cm, viene modellato matematicamente come una discontinuità.

Il 20 maggio 2012, l’onda d’urto del terremoto è arrivata anche a distanze molto maggiori di quelle fisicamente raggiunte dal sisma. La discontinuità purtroppo per molti è stata una discontinuità tra la vita prima e la vita dopo quel giorno, o i giorni delle scosse.

Per chi era lontano, o è lontano da molto tempo da quelle terre, sembrava quasi irreale. Nel mio caso, uno strano caso di resistenza (cocciuta) ai moderni mezzi di comunicazione che ci vorrebbero raggiungibili e aggiornati in ogni secondo, l’onda d’urto è arrivata in tempo quasi reale solo perché mi trovavo casualmente in compagnia di chi, invece, per questioni lavorative necessitava appunto di un collegamento diretto con ciò che stava succedendo.

Il primo pensiero è ovviamente stato: chissà se sarà tutto ancora come prima, chissà per quanti le cose sono cambiate drammaticamente. Una volta accertatami che almeno familiari e conoscenti fossero indenni e senza pesanti danni alle loro case, per grande fortuna, credevo che il peggio fosse passato. Invece le scosse sono continuate, obbligandomi a seguire la questione molto da vicino e lasciandomi sempre con il dubbio: avrei ritrovato tutti?

Molti mesi dopo, parlando con chi il terremoto lo ha vissuto di persona, o con chi si trovava per coincidenza in Italia in quei giorni, ho capito che i traumi sono legati ai rumori, ai boati, ai movimenti, alle notti insonni a dormire in giardino che non si dimenticano.  Ho capito che sarà una cicatrice per molti, e spero diventi anche un monito. Da lontano, vedendo le immagini, sentendo i racconti, soprattutto pervade un senso di impotenza: non è possibile cogliere i piccoli o tragici cambiamenti alla vita quotidiana che per forza di cose accadevano.

Il senso di impotenza è stato subito arginato organizzando attività di raccolta fondi: da tante parti fuori dall’Italia la creatività è stata messa al servizio di una solidarietà sentita. Nel mio piccolo anche io ho organizzato qualcosa e mi sono sentita quanto meno capace di aiutare in modo concreto, a cui hanno partecipato volentieri amici e colleghi di ogni parte del mondo.

Paesi come l’Olanda, che sono abituati a convivere con altri tipi di rischi rispetto a quello sismico, sono anche abituati che tutto sia prevedibile e quanto meno tutta la prevenzione possibile sia stata messa in campo. Quindi, alcuni commenti che ho sentito riguardavano appunto “quanto elevata fosse la probabilità di prevedere il terremoto”, ma sempre seguiti da una sincera apprensione per le persone. Tuttavia, nessuno conosceva la storia passata così bene – l’ultimo grande terremoto risale al 1574 – e noi siamo invece cresciuti con l’idea che in pianura non succederà mai nulla. Abbiamo capito che non è così. Certamente rimane da assicurarsi che le occasioni di ricostruzione non vengano monopolizzate da chi vuole fare di tutto occasione di arricchimento.

Eventi come questo del terremoto hanno prodotto milioni di sfumature tragiche, ma anche generato momenti di genuino altruismo e solidarietà, apprezzabili fino in fondo solo da chi li ha vissuti. Da lontano si possono soltanto ascoltare le storie e cercare di offrire supporto.  Anche da lontano, però, sicuramente traspariva, negli occhi e nelle parole della gente, la grande voglia di fare, autenticità e dignità che penso caratterizzino l’Emilia.

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