Un resoconto sentimentale (Radiohead – Parco Nord 25/09)

Per una che non legge quasi mai le quarte di copertina e che preferisce non sapere nulla dei film che sta per vedere, andare a un concerto senza aver sentito l’ultimo disco della band in questione è una cosa normale. Ed è con questo spirito che ieri ho raggiunto in Parco Nord, su di un autobus stipato di gente, per andare a vedere i Radiohead.

Premetto che non era mia intenzione presenziare al concertone, ma un biglietto provvidenziale mi è capitato per le mani e non ho saputo resistere. Il mio terzo concerto dei Radiohead, se non si conta la volta in cui mi arrampicai sulle mura dell’ora acciaccato castello di Ferrara per vedere in lontananza un pezzetto di Thom Yorke.

Ma ieri Thom l’ho visto tutto intero: capello in crescita raccolto in un codino, gilerino e ancheggiamenti che io neanche a capodanno dopo 4 gin tonic. E con lui un fighissimo Greenwood, e tutta la cricca. Palco con schermi semoventi che trasmettevamo luci colorate e primi piani dell’immancabile occhio pigro. Un’atmosfera arancio e viola, accogliente come il set di un film porno (non che io sia mai stata sul set di un film porno, ma me l’immagino così).

Gente non tantissima. I vari spostamenti di data e location e il fatto che il concerto fosse di martedì all’origine di molte rinunce e di una svalutazione generale dei biglietti (era la prima volta che sentivo i bagarini all’entrata proporre un prezzo inferiore a quello originale). Pochi ma buoni, insomma, arrivati tutti in tempo per sentire i canadesi Caribou, ovattati e sottotono a mio avviso, ma sempre meritevoli.

E poi proprio mentre mi prendo la terza birretta, l’atmosfera cambia e ha inizio lo show. I primi due pezzi non li conosco e mi dico che forse avrei fatto meglio a fare i compiti, ma le note iniziali di 15 steps mi fanno capire che andrà tutto bene.

Poi un susseguirsi di viaggi nel tempo, avanti e indietro, prima e dopo Kid A: le immancabili Lucky e Pyramid Song, il famoso pezzo dedicato a Berlusconi, una grande Idiotheque. Pianoforti che entrano ed escono, cambiamenti di chitarre. E proprio quando le birre iniziano a farsi sentire sulla mia vescica, ecco che attacca Planet Telex. Me la sono sentita dal bagno chimico, godendo dell’acustica perfetta dello scatolotto di plastica per urlare a squarciagola parole che pensavo di avere dimenticato.

E a quasi due ore dall’inizio, quando oramai si era al secondo bis e si capiva che presto Thom ci avrebbe mandati tutti a letto, è successo il miracolo. La cosa che non si aspettava nessuno. 8-10-15 mila persone, quelle che erano, sono cadute dalle nuvole. No, non hanno fatto Creep e nemmeno realizzato il mio sogno proibito di sentire Let Down dal vivo, hanno fatto di meglio.

True Love Waits che si fonde e diventa Everything in Its Right Place. Una lacrima una, ma ero felice.

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