A sedici anni ero un agente della narcotici

By on October 24, 2012
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di Mike Baab

Se il passato è un paese straniero, la persona che eri quando ci vivevi è uno sconosciuto.

Sono passati più di 10 anni dai tempi della mia adolescenza e, più invecchio, più fatico a capire la persona che ero da giovane. Se ripenso al periodo tra la pubertà e l’età legale per bere non è nostalgia o rimpianto che provo, ma perplessità. Chi è quel tizio? Cosa cazzo sta facendo?

L’episodio più arcano della mia adolescenza sono i due anni in cui, in maniera incostante, ho lavorato come ‘operatore agli alcolici’ per la commissione per il controllo dell’alcol dello Stato di Washington. A partire dall’età di 16 anni, fui assunto per entrare nei negozi e cercare di acquistare sigarette o alcolici.

Se ci riuscivo, consegnavo la merce di contrabbando a un poliziotto, che entrava e sua volta e multava l’esercente.

In poche parole, ero un agente della narcotici.

Se si fosse trattato di un romanzo, ci sarebbe stato da scrivere una specie di antefatto sul come ho accettato il lavoro. Forse mio padre era un alcolizzato, o mio zio era morto in un incidente causato da un conducente ubriaco. Forse la mia era una crociata religiosa o morale, ero un Mormone o qualcosa del genere. O forse soltanto un antialcolico incallito, desideroso di imporre l’astinenza ad adolescenti che sospettavo volessero intossicarsi.

No, no e poi noi. Mia madre e mio padre erano, rispettivamente, una predicatrice e un dentista e il loro consumo di alcolici si limitava a un bicchiere di vino ogni due anni. A sedici anni ero un ateo militante (che potrebbe benissimo considerarsi sinonimo di ‘figlio di una predicatrice’), avido taccheggiatore (che si sarebbe presto fatto arrestare, due volte!) un ex fumatore di marijuana (mi piaceva essere fatto, ma poi stavo male per una settimana) che rifiutava ogni forma di autorità, da quella genitoriale a quella municipale.

O forse sarebbe più rilevante sottolineare che, un paio di volte al mese, io e i miei amici condividevamo granite fatte con gin a buon mercato al posto dell’acqua. Di tutti noi, ero il solo abbastanza immorale da stare fuori dai negozi di liquori a domandare agli studenti del college o alle giovani coppie di comprarci dell’alcol. Lo chiamavamo “contrabbando” e la cosa ci faceva sentire rustici e cazzuti, cose per niente vere.

Ecco perché, quasi 15 anni dopo, i seguenti eventi non hanno nessun senso per me:

1. Poco dopo il mio sedicesimo compleanno mi capita di avere (o forse di origliare) una conversazione durante la quale vengo informato da alcuni compagni che i poliziotti usano teenager per smascherare negozianti che vendono ai minorenni.

2. Il giorno dopo chiamo il dipartimento di polizia di Seattle per chiedere se è vero.

3. Alcuni attenda-in-linea più tardi, comunico al direttore della commissione per il controllo dell’alcol dello Stato di Washington quanto segue:

- sono un teenager (vero)

- sembro più vecchio di quanto non sia (vero) e

- ho una passione per la prevenzione del consumo di alcolici tra i minorenni (bugia).

4. Vengo convocato per un colloquio. Arrivo indossando una camicia, Dockers e un paio di scarpe eleganti prese in prestito dal reparto vestiti della domenica dell’armadio paterno.

5. Mi assumono immediatamente e mi dicono di tornare la settimana dopo per il mio primo turno di lavoro.

Se mi venisse mostrata una trasposizione cinematografica di questi ricordi, mi alzerei e me ne Andrei. Cosa spinge il personaggio a farlo? Quali azioni preannunciano la telefonata alla polizia? Cosa pensa di poter guadagnare da questo impiego illecito e probabilmente dannoso per la sua reputazione?

Però lo feci. Il primo giorno di lavoro incontrai Kelly, l’agente con cui avrei lavorato di più nei due anni successivi. A parte la centralinista, era l’unica donna dell’ufficio e con il mio arrivo le rubai i primati di giovinezza, bassezza e novità.

Kelly indossava sempre una giacca elegante, di solito sopra a un paio di jeans e a una camicia di flanella, con i lunghi capelli ribelli raccolti nel limite del possibile in una coda di cavallo. Prima di diventare un ufficiale di polizia, era stata una maestra di scuola media statale. Aveva lasciato il lavoro, diceva, perché non riusciva a gestire i ragazzini.

“Il fatto è che non ero abbastanza forte”, mi disse qualche tempo dopo.

Ora Kelly era responsabile del rispetto delle normative antitabacco in tutta la città di Seattle. Dall’altra parte della strada rispetto al tozzo edificio decorato di stucchi della commissione, mi pagò un caffè e mi spiegò come avrebbero funzionato le cose.

Per prima cosa, avremmo scelto un quartiere. Poi da una parte all’altra della zona, avremmo “ispezionato” ogni singolo negozio che vendeva sigarette. Ciò significa che Kelly parcheggia la sua Chevy Caprice a 50 metri dal negozio e mi manda dentro a chiedere un pacchetto di sigarette.

“È importante la marca’” le chiesi.

“No, ma comportati come se non fosse la prima volta”, rispose.

Se mi avessero chiesto un documento, avrei dovuto rispondere, parola per parola: “L’ho lasciato a casa”.

“Non dire che hai 18 anni, o cose tipo ‘dai, solo per questa volta’ o ‘non fare così!’ quando sarai là dentro”, mi disse. “Altrimenti possono dichiarare di essere stati incastrati quando li porteremo in tribunale”.

Se la risposta era negativa, scrivevamo ‘conforme’ sul nostro rapporto.

Se riuscivo a comprare le sigarette, dovevo tornare alla Caprice, dare il pacchetto a Kelly insieme allo scontrino e a una descrizione del commesso, e poi aspettare mentre lei entrava e staccava una multa da 500 dollari a commesso, più altri 500 dollari per il titolare dell’attività.

Come in tutti i lavori che feci in seguito, all’inizio ero una frana. La prima volta che un commesso mi chiese ‘morbide?’ non capivo cosa intendesse. La prima volta che riuscii a comprare un pacchetto, l’unica descrizione del commesso che fui in grado di dare a Kelly fu ‘il tizio dietro al bancone’.

Dopo un po’, però, io e Kelly sviluppammo la chimica perfetta. Negozio dopo negozio, entravo con sicurezza, andavo diritto al bancone e chiedevo un pacchetto di Marlboro morbide. Dicevo la mia frase preconfezionata e uscivo immediatamente in caso di rifiuto. Quando riuscivo nell’acquisto, ringraziavo il commesso, tornavo alla Caprice e dicevo ‘ne abbiamo uno’ mentre consegnavo a Kelly pacchetto e scontrino.

Spesso dovevo aspettare più di un’ora prima che Kelly tornasse. Mi piace pensare che il suo istinto di maestra la facesse stare con i commessi fino a che non fosse stata in grado di stabilire una qualche forma di connessione. A volte tornava in preda all’agitazione: “Cavoli, quel tizio si è scaldato”, diceva, oppure “Si è messo a piangere appena ha visto il distintivo”.

In una giornata ispezionavamo anche più di 50 negozi, e credo che il nostro record sia stato 75. Iniziavamo presto, di solito verso le 7 del mattino. Otto ore in macchina, e quattro a compilare i documenti.

“Ma perché non lo facciamo domani?”, chiesi a Kelly una sera alle 10 compilando le caselle di un formulario di ispezione.

“Se lo facciamo adesso, ci pagano lo straordinario”, disse.

Forse non ho idea del perché accettai il lavoro, ma una volta iniziato, so perché rimasi. Pagavano 8,5 dollari all’ora, e una volta e mezzo per le ore dopo le 8. Ero pagato meglio dei miei amici bagnini e baristi, per stare seduto in macchina tutto il giorno. Dopo un’estate di lavoro con Kelly, comprai dei nuovi altoparlanti per la mia Civic e, tra le altre cose, il CD dei Chemical Brothers che li fece esplodere due anni dopo.

Il lavoro cambiò dopo il mio 17esimo compleanno. Non potevo più fare le ispezioni per le sigarette perché ero troppo vicino all’età legale, quindi passai ai controlli antialcolici.

Le ispezioni antialcol seguivano la stessa procedura di quelli antitabacco: entrare nel negozio, comprare un prodotto vietato ai minori, riempire scartoffie. L’unica differenza dal punto di vista del lavoro era il minor numero di trasgressori. Quando cercavo di comprare sigarette, ci riuscivo il 40% delle volte, ma con l’alcol era il 10-20% in base alla borghesità del quartiere.

L’altra differenza era che dovevo lavorare con tutti gli agenti del dipartimento, non solo con Kelly.

La maggior parte degli agenti aveva tra i 40 e i 50 anni e aveva lavorato in diversi altri dipartimenti prima di finire agli alcolici. Robert, per esempio, prima faceva il cecchino e parlava spesso e senza sensi di colpa e delle quattro persone che aveva ucciso.

Steve aveva lavorato alla buoncostume e credeva che fosse suo dovere insegnarmi come identificare le prostitute. “Quella!” … “Quella!” Diceva mentre guidavamo sulla Stone Way. “Devi guardare le fermate dei bus, sono sempre alla fermata del bus”.

Tom era talmente conforme a tutti i cliché sui poliziotti (giacca marrone, baffo, due pacchetti al giorno) che era praticamente in bianco e nero. Il primo giorno in cui lavorammo insieme, con entrambi i finestrini abbassati nel mese di marzo, mi diede il suo biglietto da visita.

“Se mai ti fermassero per qualsiasi motivo. Eccesso di velocità, guida in stato d’ebbrezza, qualsiasi cosa. Tu mostra quel biglietto e di’ che mi conosci. Ti garantisco che te la caverai con un avvertimento”.

Ho conservato il biglietto nel portafogli fino a 23 anni.

L’agente antialcol con cui lavoravo più spesso era Raj. Non so cosa facesse Raj prima di lavorare per la commissione, ma lavorava alla antialcolici con una riluttanza al limite della negligenza. Gli agenti dovevano lavorare 160 ore al mese, ma potevano distribuirle a loro piacimento. Raj lavorava le sue 160 ore nei primi quindici giorni del mese, volava in India per tre settimane, poi tornava e lavorava le 160 ore del mese successivo, per tutto l’anno.

Raj mi prese subito in antipatia. Non so se sia stato il mio suggerimento in termini di riduzione degli straordinari attraverso miglioramenti produttivi (“Perché non inizio a riempire le scartoffie mentre siamo in macchina?”) o la mia mancanza di entusiasmo per gli umidi e cacofonici ristoranti che Raj sceglieva per pranzo. Le chiacchiere sfumavano dopo la prima ora di ogni turno di 16 ore e tra un’ispezione e l’altra stavo sul sedile posteriore a leggere fumetti o a fare i compiti.

Una notte, a 12 ore dall’inizio della nostra infinita giornata di lavoro, entrammo in un supermercato Safeway. Ispezionare i negozi grandi era come ispezionare quelli piccoli: entravo, prendevo una birra, la portavo al bancone e cercavo di comprarla. L’unica differenza era che i supermercati avevano più di una cassa: stava quindi a me decidere quale commesso controllare.

Nei supermercati di solito andavo verso il commesso che sembrava meno incline a vendere alcol ai minori. Quello più vecchio, più bravo a indovinare la mia età, che con maggiori probabilità mi avrebbe cacciato perché non avevo un documento. Commessi ligi al dovere significavamo meno scartoffie e, nei giorni in cui ero con Raj, la possibilità di arrivare a casa prima di mezzanotte.

Scelsi la cassa di una donna tra i trenta e i quaranta, grassoccia e con l’aria stanca. Sembrava il tipo sto-lavorando-per-diventare-responsabile che non mi avrebbe venduto alcol.

Ma lo fece. Mi guardò appena, batté sul registratore di cassa e passò al cliente successivo. Stavo quasi per chiederle ‘è sicura?’ quando mi diede lo scontrino.

Raggiunsi la zona più lontana del parcheggio e consegnai birra e scontrino a Raj. Gli dissi il suo nome e la descrissi. Uscì dalla Caprice con un sospiro. Era la prima trasgressione da ore.

Tornò dopo più di 45 minuti.

“Amico, hai fatto una cazzata là dentro”, disse Raj, “quella donna ha dei figli”.
“Cosa?”, risposi.

“Il responsabile l’ha licenziata su due piedi. Dice che senza lavoro non può mantenere i suoi figli. Non troverà mai un altro lavoro con questo a suo carico”.

Non sapevo cosa dire.

“Dice che non ha i soldi per pagare la multa”, disse Raj.
Ero ancora in silenzio.
“Se lo stato le porta via i bambini, è colpa tua”.

Lo guardai, aspettando il momento in cui mi avrebbe detto ‘sto scherzando’.
“Cosa intendi con se lo stato le porta via i bambini?” riuscii a dire.
“Se non può pagare, andrà in prigione, e i suoi figli saranno dati in adozione. Ti farai avanti e ti prenderai cura di loro se succede? Tu prenderai la responsabilità?”

Per tutti i 18 mesi in cui avevo fatto quel lavoro, non ne avevo parlato con nessuno dei miei amici. Sapevano che avevo un lavoro alla commissione per il controllo dell’alcol, ma avevo detto che rispondevo al telefono, facevo caffè e altre cose da stagista. La cosa migliore dell’avere un segreto è che non devi difenderlo.

Il giorno dopo dissi finalmente ai miei amici del mio lavoro, iniziando dall’episodio del Safeway. Mi dissero tutte le cose che avrei voluto dire a Raj.

“Se è una tragedia così grossa perché le ha dato la multa e non un avvertimento?”
“Perché all’improvviso diventa tua la responsabilità di badare ai suoi figli?”
“Si sente in colpa e vuole farlo pesare a te”.
“Che testa di cazzo”.

Da quel momento in poi, mi misi ad applicare una forma di discrezionalità processuale. Se una commessa sembrava amichevole, ben disposta, o anche lontanamente materna, tornavo alla Caprice e dicevo all’agente ‘conforme’.

Alcune volte, un commesso si dimostrò abbastanza gentile da farmi chiedere indietro i miei soldi a metà transazione. “Ops, ho sbagliato marca”, dicevo, riprendevo i miei 10 dollari e me ne andavo.

Solo un adolescente di periferia cresciuto nella bambagia avrebbe potuto escogitare un approccio così incoerente dal punto di vista morale. Stavo sempre svolgendo un compito che faceva perdere il lavoro alla gente, ma ora lo facevo solo con i commessi che ‘se lo meritavano’ perché non mi avevano sorriso e non mi avevano chiesto come andava la mia giornata.

Il giorno della minaccia di morte fu l’ultima volta che lavorai con Kelly. Non lavorava molto alla antialcolici quindi era come una rimpatriata dei tempi delle sigarette.

Il negozio era su una strada di periferia nella zona ovest di Seattle. Kelly parcheggiò davanti all’ingresso, da dove poteva vedere il bancone, anziché dietro l’angolo come faceva di solito. Entrai, e un commesso che non sembrava molto più vecchio di me mi vendette una Bud Light. Tornai all’auto, la consegnai a Kelly e attesi il suo ritorno in macchina.

Potevo vederla attraverso la vetrina, mentre mostrava il distintivo al commesso. Mentre parlavano, un uomo tra i 40 e i 50 uscì dallo stanzino posteriore del negozio, oltrepassò Kelly e si avvicinò infuriato all’auto.

Mi accertai che i finestrini fossero alzati e le portiere fossero chiuse. Afferrò la maniglia dello sportello.

“Esci dalla macchina!”, urlò.
Rimasi impietrito.
“Ho detto di uscire da quella cazzo di macchina!” Sferrò un calcio al finestrino. Mi buttai sul sedile del conducente.
“Se ti rivedo giuro che ti ammazzo!”, gridò, questa volta per fortuna abbastanza forte perché Kelly potesse sentirlo. “Meglio che non ti faccia mai più vedere!”

Non ricordo esattamente cosa accadde dopo, se Kelly chiamò i rinforzi con la radio o il tizio si calmò e se ne andò. Ricordo che era il proprietario del negozio e che era incazzato che il commesso, suo figlio, avrebbe avuto la multa sulla fedina.

Kelly e io tornammo in centro. Non avevo ancora smesso di tremare.

“La mia valigetta è sul sedile posteriore, dentro c’è la mia pistola”, disse. “Scusa, avrei dovuto dirtelo prima”.
“Pensi che avrei dovuto sparargli?”, dissi.
“Beh, avresti potuto sventolargliela in faccia”.

Alla fine, non furono i dilemmi morali o il tentativo di aggressione che mi fecero lasciare il lavoro. Divenni letteralmente inutile. Poco dopo il mio 18esimo compleanno, la commissione trovò un ragazzino che si chiamava Tiger. Era nero e aveva appena 15 anni.

“Questo significa che nessuno gli venderà nulla”, mi disse Tom. “Non dovrò mai più riempire scartoffie”.

Due anni dopo aver smesso di lavorare ed essermi trasferito a Bellingham per il college, ricevetti un mandato di comparizione. Uno dei commessi che avevo beccato aveva contestato la multa e dovevo comparire in tribunale per testimoniare contro di lui. Speravo che fosse uno di quelli che avevo beccato con Kelly, così avremmo potuto rivederci, ma si trattava di Robert, l’ex cecchino. Mi disse che Kelly aveva lasciato la commissione poco dopo di me.

“Ha avviato un procedimento per molestie sessuali. A quanto pare la chiamavamo troppo spesso ‘bellezza’”, mi disse. “Si è trasferita a Olympia”.

L’aula non era per niente come quelle della TV. Niente pannelli di legno, niente giuria, niente toghe. Sembrava l’aula magna del liceo.

Testimoniare, però, era puro teatro:

“Quindi lei aveva 17 anni quando acquistò alcol dall’imputato, me lo conferma?”
“Sì”.
“Un’ultima domanda, signore: possedeva la capacità di viaggiare avanti nel tempo, compiere 21 anni, e poi tornare indietro nel tempo per comprare gli alcolici in questione?”
“No, signore”.
“Non ho altre domande, vostro onore”.

L’accusa mi guardò con una specie di ‘oh yeah’ sulla faccia, come se avesse appena conficcato un coltello del fianco della difesa. Il giudice chiamò l’avvocato della difesa per il controinterrogatorio. Rimase seduto, come se si trattasse di un colloquio di lavoro.

“Per quanto tempo ha lavorato alla commissione antialcol?”
“Due anni”.
“Lo faceva per guadagnare una qualche immunità processuale o come forma di patteggiamento?
“No”.
“Quindi non era in nessun modo forzato obbligato a svolgere quel ruolo, me lo conferma?”
“Sì”.

Abbassò lo sguardo sui suoi fogli.

“… allora perché lo faceva?”

Non ricordo nemmeno cosa risposi. Ripensandoci adesso, vedo uno sconosciuto che si allontana dal banco. Sembra un piccolo me, quello studente del college che esce dall’aula del tribunale, entra nella sua auto e si dirige verso nord. Se potesse guardare avanti come io sto guardando indietro, gli risulterei straniero quanto lui lo sembra a me. Nessuno dei due, comunque, riconoscerebbe il teenager seduto nella Caprice.

 

 

Traduzione: Luna Malaguti
Testo originale

About pepito sbarzeguti

Pepito Sbarzeguti si è reso introvabile dopo la clamorosa vincita al totocalcio. A suo nome, un esercito di ghost writer simpatizzanti mumblari si cimenta nella scrittura.

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