Cronaca di un’elezione caraibica

Foto: Francesca Commissari
Francesca Commissari ha seguito per Mumble: le elezioni venezuelane dello scorso 7 ottobre
[Francesca Commissari]

7 ottobre 2012, due e mezzo del mattino, Caracas. Toque de diana, il camion passa sotto le finestre con l’altoparlante a tutto volume invitando i votanti venezuelani a svegliarsi per accorrere alle urne già dalle prime ore del giorno. Il segnale delle trombette militari risuona nell’ambiente e a poco a poco le finestre si tingono di luci mattutine.

La gente, con ancora gli occhi stropicciati, scende dal letto pronta a esercitare il proprio diritto al voto. Dalle tre del mattino, armati di sedie e termos ricolmi di caffè, i venezuelani fanno la fila davanti alle scuole, aspettando che aprano le urne per poter finalmente esprimere la loro preferenza politica. Dopo mesi di campagna elettorale fortemente appoggiata dai mass media, di dubbi e riflessioni, è finalmente arrivato il giorno decisivo.

Quando il sole non trova ancora il coraggio di farsi vedere, la gente già mormora sui possibili risultati, c’è chi con una tazza fumante nella mano dice che il suo candidato è il favorito, c’è chi chiama il cambio, e chi di cambi non ne vuole sapere niente. I venditori di torte approfittano di questa giornata per aumentare le vendite e c’è chi perfino chi affitta sedie, perché l’attesa si faccia più comoda.

I giornalisti affollano i seggi elettorali e sembra che tutti i corrispondenti stranieri si siano dati appuntamento per mangiare da questo goloso piatto della politica criolla. Tutti gli occhi sono puntati su questo paese caraibico, nell’attesa di un risultato che, per una delle rare volte nella storia, ha il potere di cambiare il corso delle cose.

Due visioni totalmente opposte si sono confrontano in questa giornata comiziale, la proposta del socialismo bolivariano di Hugo Chávez, che cerca la sua terza rielezione, e l’alternativa dell’oppositore Henrique Capriles.

La guardia bolivariana supervisiona affinché tutto scorra nella forma più tranquilla e senza disturbi, i votanti controllano sui cartelli affissi all’entrata della scuola il proprio seggio elettorale, mentre la lancetta del tempo si è fermata alla riva dell’ultimo minuto che anticipa le sei, l’ora in cui aprono le urne.

Nel collegio de La Concepción del quartiere di Montalbán, la gente si concentra davanti ai cancelli, facendo segno ai militari che è giunta l’ora di lasciarli entrare, gli anziani e i portatori di handicap saranno i primi a votare e gli altri diligentemente dovranno fare la loro fila.

Lasciando alle nostre spalle le colorite serpentine umane di Montalbán, ci incamminiamo verso il 23 de enero, uno dei settori popolari di Caracas che si trova nella parte più alta della città, il cerro, dove vive la maggior parte della popolazione capitolina. Appena passiamo l’arco della comuna socialista della Piedrita siamo avvolti dal suono inconfondibile della salsa che echeggia nell’aria, dando un tono di festa a questa giornata elettorale.

La gente si è riversata nelle piccole strade della comuna, le porte delle case sono aperte a tutte le necessità dei votanti e la signora Luz Marina ci racconta che dalle 3 del mattino sta preparando la zuppa per le persone in attesa di esercitare il diritto al voto. Dalla piccola scuola collinare esce la prima votante, una signora di 78 anni che con orgoglio trionfante mostra il mignolo sinistro macchiato con la prova indelebile del voto; in Venezuela per votare è necessario immergere il dito in inchiostro viola e imprimere l’impronta digitale. I vicini l’applaudono e lei fa mostra delle sue qualità di ballerina saltando e ridendo lungo tutta la fila.

Un poco più in basso, nel liceo Francisco Fajardo, le norme di sicurezza si fanno più strette, questo è il centro dove vota il candidato Hugo Chávez, le milizie e la guardia nazionale formano un cordone intorno alla scuola e i votanti che attendono il loro turno per entrare sono investiti da una doppia emozione, quella di votare e quella di vedere il loro comandante; questa è una delle roccaforti del presidente bolivariano.

Il percorso comiziale continua in direzione centro, el Silencio, dove ci incontriamo con più di mille persone davanti al collegio Fermin Toro, il sole è ormai alto e la gente si protegge sotto ombrelli di mille colori, già si vedono i primi venditori ambulanti che offrono pranzi economici e bevande ghiacciate. Nella scuola, una delle più grandi, i votanti aspettano il loro turno seduti disciplinatamente sulle sedie messe a disposizione dall’organizzazione comiziale. Uno a uno entrano alle urne dove attraverso il voto elettronico esprimono la propria preferenza politica.

A mezzogiorno, più della metà della popolazione ha votato e mentre le file scemano lentamente il resto comincia a festeggiare nell’attesa dei risultati. La città è spaccata in due sicurezze opposte, i due contendenti hanno la certezza di avere la vittoria in mano. Nell’est di Caracas, dove predomina d’opposizione, si aprono le prime bottiglie di whisky e nell’ovest, dove il presidente trova la maggior parte dei suoi sostenitori, si accendono le feste popolari.

I due candidati, dopo aver votato, chiedono che tutto possa scorrere in pace, qualunque sia il risultato, lo accetteranno democraticamente. Il pomeriggio della capitale è tinto di attesa, speranza e illusione che al passare delle ore diventa timore per i risultati finali. Le certezze che hanno accompagnato il primo pomeriggio svaniscono lasciando spazio a una inquietudine tacita, dove tutti si guardano biecamente, come se da un solo sguardo fosse possibile intravedere le preferenze politiche.

Tutti attendono le chiusure delle urne per poter cominciare il conteggio finale, ma ancora c’è chi aspetta per votare, perché in alcuni centri le macchine non hanno funzionato correttamente. Nel Cervantes del quartiere della Florida, sono le sei del pomeriggio e nessuno ha potuto votare dalle otto del mattino: la pazienza, ormai al limite della sopportazione, porta le persone alla protesta e cominciano a sentirsi i primi cori di malcontento “vogliamo votare, vogliamo votare”.

Una telefonata ci avverte che lo stesso problema è presente in un seggio del quartiere della Mercedes. All’entrata, la guardia nazionale pretende di vedere l’accredito giornalistico “per maggiore sicurezza”, perché solo qualche minuto prima è passato un gruppo motorizzato sparando all’aria. I votanti sono in subbuglio, ma nonostante lo spavento, rimangono irremovibili davanti alle porte del centro di votazione. Alla radio dicono che qualcuno a sparato alle pareti dell’ospedale Perez de León del quartiere di Petare. La polizia non conferma il dato, affermando che solo è un malinteso, e a tre giorni dell’accaduto, nessun fatto lo convalida.

I sondaggi, trasmessi dalle radio, cominciano a dare i primi possibili risultati, c’è chi dà per vincitore Capriles con un vantaggio di un milione di voti e chi Chávez con la stessa differenza sull’avversario. Il capo della campagna comando Carabobo, Jorge Rodriguez, dichiara sottilmente che il comandante Chávez ha vinto le elezioni e dalle file del comando Venezuela, risuona la stessa convinzione di vittoria per l’oppositore Capriles.

Sono le otto di sera e le strade sono invase da una marea rossa che, anche se i risultati non sono ancora definitivi, appoggia l’idea della vittoria del presidente Hugo Chávez. Le moto passano a tutta velocità sbandierando l’inevitabile giubilo, il popolo rosso si concentra intorno al palazzo presidenziale di Miraflores, aspettando la conferma ufficiale di un risultato presagito.

Finalmente alle dieci di notte arriva la conferma che il presidente Hugo Rafael Chávez Fria ha rivinto le elezioni con il del 54% dei voti. Le strade scoppiano in un tripudio incontenibile, i fuochi d’artificio tingono il cielo capitolino e la musica inonda il centro della città. La gente si abbraccia, esulta e si lascia trasportare da un’emozione viscerale. Il balcone del popolo, da dove uscirà il rieletto presidente, si satura di gente e bandiere tricolore.

Sembra che la città intera voglia assistere all’evento, rendendo impossibile il passaggio alla maggioranza delle persone, che accorrono nervose all’emblematico palazzo. Nel frattempo l’oppositore Henrique Capriles Radonski, in una conferenza stampa nell’auditorio del comando Venezuela, conferma il dato e umilmente parla a suoi elettori dichiarandosi orgoglioso dei risultati, e dei sei milioni di voti a suo favore: “Queste elezioni sono un atto di civiltà e possiamo dire che l’unico che ha perso è il messaggio della violenza”.

Alle 11:27 di sera Hugo Chávez compare nel balcone del popolo, e un’ovazione interminabile lo accompagna. L’inno nazionale riecheggia. “Viva la patria, viva la rivoluzione, viva il 7 di ottobre“, esclama il presidente mentre i suoi seguaci urlano: “Uh, ah, Chávez no se va!” Il primo discorso dopo la vittoria enfatizza l’attitudine democratica dei venezuelani e applaude l’opposizione per aver accettato il risultato comiziale. Il presidente qualifica le elezioni come “la battaglia perfetta” e ringrazia Dio perché non si sono presentati incidentLa celebrazione continua durante tutta la notte, lasciando dietro di sé i dubbi pre-elettorali. Al mattino la capitale venezuelana si presenta stanca e deserta, quasi tutti i negozi sono chiusi, le scuole non riaprono fino al martedì, e passa solamente qualche sventurato a cui tocca lavorare nonostante tutto.

Questa è stata un’elezione storica per il Venezuela, dove per la prima volta, nella storia democratica del paese, ha votato più dell’80% della popolazione.

A tre giorni dei comizi tutto è tornato alla normalità, il paese si analizza e si prepara ad altri sei anni di mandato ‘revolucionario’.

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