[Lavoro] Stetoscopio arancio fluo

I giorni davvero importanti nella vita di un uomo sono cinque o sei al massimo, il resto è volume.

Sono ormai tre anni che mi incanto guardando l’ospedale, perché per un giovane studente di medicina è un po’ come un punto di arrivo: non ti senti mai sufficientemente pronto per entrarci.

Per fortuna l’università, che è molto meno romantica di noi, ci dà la possibilità di iniziare l’attività di tirocinio immediatamente dopo aver sostenuto l’esame di fisiologia e fisiopatologia.

Eccomi quindi, immerso nel mio armadio, a ricercare un funambolico mix di abbinamenti, in equilibrio tra elegante e casual per non apparire al primario troppo barocco o eccessivamente rock’n roll. Alla fine opto per un pantalone giallo pastello, una camicia a righe sottili sotto a un grazioso cardigan blu scuro e ai piedi metto scarpe nere lucide.

Soddisfatto della mia scelta, mi dirigo all’ospedale civile di Baggiovara canticchiando, finché non realizzo che il mio stetoscopio è arancio fluo, cioè che tutti i miei studiati abbinamenti vanno a farsi benedire (per usare un dolce eufemismo) quindi impreco.

Non smetto di imprecare neanche arrivato a destinazione, perché metà parcheggio è chiuso per manutenzione di quelle che dovrebbero essere delle aiuole, se solo i fiori fossero ancora vivi. Quindi per dieci minuti devo sopportare i brontolii degli automobilisti che snocciolano luoghi comuni sulla cattiva organizzazione dei lavori pubblici in Italia e strombazzano rabbiosamente; finché il più ribelle di tutti scende dalla macchina e taglia il filo bianco-rosso, usato come transenna di fortuna, così tutti possiamo parcheggiare.

Se è così tutte le mattine ci sarà da divertirsi, penso mentre ormai in imbarazzante ritardo corro su per le scale e abbastanza trafelato raggiungo il secondo piano, geriatria. I miei co-tirocinanti mi stavano aspettando, sono decisamente euforici. Per mia fortuna anche il professore è in ritardo, riesco addirittura a concedermi il lusso di bere un pessimo caffè alle macchinette.

Il professore ci accoglie nel suo studio, inizia presentandosi, introducendo gli obiettivi del corso, gli orari, insomma le cose che si dicono solitamente per rompere il ghiaccio. Poi finalmente: “Dai ragazzi, preparatevi che andiamo a visitare qualche paziente”. A noi, che ogni giorno, come per compensare quel senso di inferiorità verso l’ospedale studiamo nella biblioteca che è di fianco, tanto rispetto e considerazione ci caricano come molle.

In quattro e quattr’otto siamo già fuori dallo studio a zampettare dietro al professore annuendo fedelmente a ogni suo sproloquio. Il prof sembra soddisfatto, noi siamo soddisfatti, e per suggellare questa piacevole collaborazione, ci concede, nell’ultima parte della lezione, di auscultare un soffio cardiaco e di lanciarci in una rudimentale anamnesi a un paziente molto simpatico.

Ora sì, siamo letteralmente su di giri: ci sbizzarriamo ad avanzare diagnosi strampalate, facciamo considerazioni sulla base di un’esperienza che in realtà non abbiamo, sfoghiamo tutta la frustrazione accumulata in questi due anni passati a studiare senza toccare. Straparliamo. Il professore a questo punto smette di fare l’insegnante e ci asseconda, ride con e di noi quando la diciamo troppo grossa, ci tratta come amici e colleghi: il gap tra noi e l’ospedale ora inizia davvero a restringersi vertiginosamente.

È stata davvero una giornata fantastica, e volendo citare Pieraccioni ne I laureati: “I giorni davvero importanti nella vita di un uomo sono cinque o sei al massimo, il resto è volume“. E per me è stato davvero emozionante realizzare di avere ancora tantissimo da imparare, ma avere la preziosissima possibilità di farlo; mi ha emozionato capire che i giorni con addosso buoni vestiti, un camice e uno stetoscopio e davanti un paziente malato da curare saranno la quotidianità.

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