Romagna E-migrante #2 Lavoratori stranieri, non estranei

Secondo contributo sul tema della migrazione, selezionato per noi dal professor Raoul Lolli

(Cristiano Battelli – Consulente in materia di sicurezza sul lavoro)

Proprio oggi mi è capitato fra le mani un opuscolo informativo per lavoratori stranieri in merito a ciò che viene definito l’“ABC della sicurezza sul lavoro”, intitolato Lavoratori stranieri, non estranei. Un tema, quello della sicurezza sul lavoro, che fa discutere in modo intermittente l’opinione pubblica. Per mesi non se ne parla poi, improvvisamente, a seguito di una tragedia l’argomento diventa bollente. Questo tema coinvolge sempre più spesso lavoratori provenienti da altri paesi (il grafico, fonte INAIL, specifica l’andamento degli infortuni occorsi a lavoratori stranieri dal 2006 al 2010).

Per capire la proporzione degli infortuni occorsi ai lavoratori stranieri rispetto ai lavoratori italiani è importante confrontare il rapporto fra la popolazione italiana e straniera. Se ci limitiamo ai morti sul lavoro del 2010 (calcolo approssimativo), possiamo vedere che su 980 decessi, 138 riguardano persone straniere, con una stima del 14% circa; mentre i cittadini stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2010 erano 4.235.059, pari al 7,0% del totale dei residenti (Fonte ISTAT).

Da questo confronto, pur con tutte le carenze scientifiche del caso, possiamo capire che in proporzione i lavoratori stranieri subiscono molti più infortuni rispetto a quelli italiani. La ricerca delle cause sarebbe un’operazione complessa. Per questo, mi limito a raccontare un’esperienza emblematica che ho vissuto all’interno di una delle aziende che quotidianamente seguo in qualità di consulente in materia di sicurezza sul lavoro.

Circa un mese fa stavo visitando un luogo di lavoro per effettuare la valutazione dei rischi. Si tratta dell’indagine che permette di identificare, analizzare e quantificare i rischi per i lavoratori presenti sul luogo di lavoro, al fine di definire misure di prevenzione e protezione. Per effettuare tali valutazioni si intervistano anche i lavoratori. Ho chiesto a due operatori, probabilmente di nazionalità bulgara, che stavano svolgendo una attività palesemente affaticante (sollevamento ripetuto di carici superiori a 20 kg), quale fosse la loro percezione del rischio. La risposta è stata un cenno del capo e delle spalle che faceva intendere in parte che il lavoro non era faticoso e in parte che avevano capito la domanda in generale, ma non in dettaglio.

Mi sono successi altri casi simili a questo, e penso che il fulcro della questione sia proprio la poca conoscenza della lingua italiana che porta spesso a fraintendimenti. Questo aspetto spesso è tenuto nascosto dai lavoratori stessi. Ciò è legato anche alla paura di perdere il posto di lavoro.

Anche un episodio così semplice mi ha fatto comprendere in pochi secondi che il problema degli infortuni sul lavoro, in molti casi, è per i lavoratori stranieri un falso problema, in quanto sovrastato da esigenze di sopravvivenza, cioè l’avere un lavoro. L’altro elemento che ho tratto da questa esperienza riguarda l’opuscolo informativo che citavo all’inizio dell’articolo. La conoscenza delle norme è solamente la prima parte di una vera e propria attività di formazione e sensibilizzazione del personale straniero in materia di sicurezza sul lavoro.

Devo ammettere che le leggi in materia (D.Lgs 81/08 e s.m.i. e relativi decreti applicativi) prevedono percorsi importanti e differenziati per i lavoratori che non conoscono bene la lingua italiana, anche se il legislatore ha dimenticato di porre l’obbligo di verifica dell’apprendimento per questi percorsi! Possiamo (e dobbiamo) ancora migliorare, affinché i lavoratori stranieri possano veramente sentirsi meno estranei.

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