10 novembre 1844: Charles Dickens a Bologna

A lungo seconda città per importanza dello stato pontificio, Bologna vedrà razionalizzare il proprio assetto urbanistico in seguito all’arrivo delle truppe napoleoniche nel giugno del 1796, con la creazione di un cimitero fuori dalle mura presso il convento dei certosini, il riordino dell’edilizia universitaria e delle istituzioni culturali in generale, l’apertura di teatri, della Scuola di Agraria e dell’Orto Botanico. La restaurazione dell’autorità papale non darà nuovi impulsi, riportando sulla città una cappa di provincialismo e povertà che si ritrova nelle pagine di molti visitatori ottocenteschi, fino alla definizione di “città morta” che ne diede nel 1864 il filosofo Hippolyte-Adolphe Taine.

Un’antica tetra città sotto un cielo brillante, con pesanti portici lungo le vie più antiche e leggeri e piacevoli archi nei quartieri recenti. E ancora oscuri ammassi di edifici sacri, con uccelli che volano avanti e indietro dai nidi tra le loro pietre e mostri ringhianti alla base dei pilastri. E ancora ricche chiese, sonnolente messe, spirali di incenso, campane che suonano, preti in abiti splendenti: dipinti, candele, teli d’altare ricamati, croci e fiori finti.

C’è un’atmosfera austera e dotta in città, e una piacevole malinconia su di essa che lascerebbe una netta impressione nella mente del viaggiatore se non fosse già segnata dalle due torri pendenti di mattoni (abbastanza brutte, bisogna ammetterlo), inclinate come se si facessero riverenza vicendevole, una straordinaria chiusura della prospettiva di alcune strette vie. I collegi, le chiese e i palazzi e soprattutto l’accademia di Belle Arti, dove si trovano interessanti dipinti, specialmente di Guido Reni, Domenichino e Ludovico Caracci, le conferiscono un posto preciso nella memoria.[…]

Ero acquartierato all’ultimo piano di un hotel, in una stanza fuori mano che non trovavo mai, dove c’era un letto abbastanza grande per una scuola in cui non riuscivo a dormire. Il capo dei camerieri che visitò il mio solitario rifugio, dove non avevo altra compagnia che le rondini che avevano nidificato nel cornicione sopra la finestra, era un uomo con una sola idea relativa agli inglesi: oggetto della sua innocua monomania era Lord Byron.

Lo scoprii casualmente a colazione, quando gli dissi che le stuoie che coprivano il pavimento erano davvero comode in quella stagione, e lui replicò che Milord Byron era molto affezionato ad esse. Notando, allo stesso tempo, che non prendevo il latte, esclamò con entusiasmo che nemmeno Lord Byron lo aveva toccato. Inizialmente credetti ingenuamente che fosse stato un cameriere di Byron, ma disse che si trattava solamente di una sua abitudine il parlare di Byron agli inglesi.

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