À la guerre comme à la guerre

Hollande ha detto no all’austerità. Sembrava una decisione giusta per la Francia, ma è stata presa nel modo sbagliato.

Le politiche espansive non si sono finora tradotte in un aumento della competitività delle imprese che, anzi, sono sempre più svantaggiate rispetto alle rivali europee.

In più, alcune riforme giudicate troppo dure quindi impraticabili, sono in realtà semplicemente necessarie. Come quella delle pensioni, che allo stato attuale non sono sostenibili (l’età pensionabile è stata addirittura abbassata a 60 anni!).

Il tasso di crescita del debito francese è stato il più alto registrato in UE, negli ultimi dieci anni. E ora sfiora il 100% del PIL.

Insomma, vanno bene gli investimenti per lo sviluppo. Ma devono essere mirati. Va bene l’assenza di ricarico fiscale per fasce deboli e medie. Ma per avere senso deve essere accompagnata da politiche di riduzione di spesa e riforme strutturali, non solo da più tasse per i ricchi.

Il governo socialista dovrà agire in fretta su questi punti, o rischia di trasformare Parigi nel vero malato incurabile europeo, too big to save.

Una cosa buona però Hollande, fino a ora, l’ha fatta: avanzare – seppur timidamente – negli uffici europei la proposta della cosiddetta fiscal capacity, uno “strumento economico anticiclico”, che consenta ai paesi con tassi di disoccupazione molto elevati di ricevere automaticamente aiuti dai paesi in condizioni migliori.

Un primo passo verso la politica dei trasferimenti fiscali regolamentati e riconosciuti come misure “normali”, all’interno della UE. La Germania è contraria, a meno che questi trasferimenti non implichino maggior controllo centrale sui budget annuali dei singoli stati.

Proposta che fa tremare i polsi ai francesi, al solo sentirla nominare.

Il punto che i capi di stato europei dovrebbero afferrare prima che sia troppo tardi è che l’unica via per uscire dalla crisi e dalla recessione è il compromesso, non la linea dura.

Accontentarsi tutti, per salvarsi tutti.

À la guerre comme à la guerre, come dicono i mangiarane.

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