Da dentro a fuori: Memorie del sisma

La realizzazione che esiste un punto di vista ‘da fuori’, un’analisi a posteriori, uno sguardo diverso sulla catastrofe

Del terremoto ho sempre parlato e sentito parlare ‘da dentro’. Le storie mie e dei miei amici, quelle dei volontari, degli sfollati, degli accampati, delle persone che in qualche modo erano lì in quei giorni di maggio, giugno, luglio e che in certi casi sono ancora lì, su quello che chiamano il cratere.

Assistere, e in qualche modo prendere parte, a una tavola rotonda sul sisma, un evento di tipo accademico con persone che citano Deleuze e presentazioni in power point è tutta un’altra cosa. La realizzazione che esiste un punto di vista ‘da fuori’, un’analisi a posteriori, uno sguardo diverso sulla catastrofe.

Io ero rimasta ferma al durante, ma ieri ho scoperto il dopo. Grazie all’incontro intitolato Memorie del sisma, che ha affrontato non solo le tematiche dei recenti eventi sismici emiliani, ma anche quelli dell’Aquila, del Belìce e dell’Irpinia.

Fabio Carnelli e Francesco Zucconi hanno presentato, assieme a Federico Montanari (CUBE), il libro Sismografie – ritornare a l’Aquila mille giorni dopo il sisma opera che contiene nove saggi, apparsi in precedenza sulle pagine virtuali del blog il lavoro culturale. Una diagnosi dettagliata, ma senza la pretesa di essere definitiva ed esauriente, della situazione dell’Aquila post-sisma attraverso la lente delle scienze umane. Geografi, semiologi, antropologi, filosofi, psicologi e non solo affrontano tematiche diverse, dallo sguardo dei media alle problematiche della ricostruzione, perché a più di tre anni dal sisma non si commetta l’errore di posare la pala e la penna e si continui a scavare tra le macerie.

A partire dagli spunti proposti dalla presentazione è seguita una tavola rotonda alla quale ha preso parte la laureanda in antropologia Rita Ciccaglione che ha presentato la sua esperienza di ricerca sul campo a Mirandola, a sei mesi dalla prima scossa, mettendo in luce elementi quali la frammentazione del tessuto sociale e la mancanza di percezione del rischio da parte della popolazione emiliana.

Francesco Mazzuchelli del Centro TraMe dell’università di Bologna ha in seguito descritto il caso del terremoto del Belìce a più di 40 anni dall’evento, mettendo in luce le scelte ricostruttive adottate: ricostruzione ex-novo di interi paesi, monumentalizzazione delle rovine, tentativo di curare attraverso l’arte le ferite del sisma.

In conclusione Gaspare Caliri di Snark ha presentato un progetto “partecipato” di ricostruzione nel comune di Auletta, in Irpinia, condotto da un open network di architetti, urbanisti, geografi, semiologi e giornalisti.

Al termine della tavola rotonda Massimiliano Coviello, uno degli animatori de il lavoro culturale ha riassunto gli interventi degli altri oratori proponendo nuovi spunti di analisi e intervento.

Mentre seguivo il gruppo degli oratori, debitamente invitata, all’aperitivo e poi alla cena in trattoria, raccontando le mie storie ‘da dentro’, mi sono chiesta come assimilare quello sguardo ‘da fuori’. Da non addetta ai lavori, confesso di non avere ben chiare alcune cose (e la lettura di Sismografie certamente aiuterà), ma nel complesso sono uscita da quell’aula fredda e affrescata con qualcosa in più.

Certo fa strano sapere che ci sono antropologi che vengono a studiare la vita che hai vissuto, come si trattasse di una tribù di aborigeni. Fa strano, ma fa bene, sapere che c’è gente che si interessa alla tua terra perché non si commettano gli stessi errori e la memoria non vada dispersa. E in fondo è bello sapere che oltre ai cittadini, ai volontari, alle amministrazioni, alle organizzazioni governative, nelle schiere di chi cerca di ricostruire ci sono anche le scienze umane.

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