[Face To Face] Drink to me

Una delle band più esterofile della nostra penisola, i Drink To Me hanno appena concluso un fortunato ciclo di concerti nel nord più nord d’Europa. S continua a girare da mesi ininterrottamente sul piatto della redazione di Mumble: continuando a divertirci e a stupirci per la sua freschezza.

È con gioia quindi che li accogliamo sulle nostre pagine per un nuovo FACE TO FACE.

Raccontateci il vostro approccio con la musica. Cosa ascoltavate da ragazzi e come i vostri gusti si sono evoluti nel corso degli anni.
Premettendo che siamo persone con percorsi simili ma non identici, diciamo che da piccoli abbiamo digerito da Jovanotti ai Doors, dai Queen agli 883. Da adolescenti ascoltavamo le solite cose da adolescenti: punk, grunge, metal (solo Roberto, eh!), o gruppi come i Cure… Poi la scoperta di band come Sonic Youth, Joy Division, Blonde Redhead, Shellac, Mogwai, ma anche di Marlene Kuntz o Afterhours o che so io ci ha introdotti nel mondo del rock deviato, contaminato. Aprirsi al mondo più vicino al post-punk (mettiamoci dentro sia Wire che Liars) e infine al kraut (Neu, Can, ma includeremmo anche Stereolab e Oneida) ha fatto sì che ci avvicinassimo sempre più alla ripetitività e all’elettronica. Considera poi che amiamo anche Cohen, Battisti, Cat Power (sto buttando in modo disordinato il tutto, ma proprio perché non c’è ordine in tutto ciò). Infine, il mondo della musica “nera” (da Fela Kuti a Flying Lotus,  da MIA a Erykah Badu, cioè quasi tutto) e della psichedelia pop (Animal Collective, glo-fi, Gizzly Bear) ci hanno spinto a cercare nel ritmo e nel sound più morbido, armonico, psichedelico e confuso, la nostra via.

Siamo molto curiosi e attenti rispetto a ciò che di nuovo offre il panorama musicale mondiale. E siamo convinti che continuino a uscire grandi dischi, alla faccia di chi si lamenta sempre.

Come nascono i Drink To Me?
Nascono nel 2002. Il primo disco è però datato 2008 e solo dal 2006 abbiamo inziato a suonare di più dal vivo. I primi anni sono stati di incubazione. Ci trovavamo a improvvisare e scrivere canzoni ubriacandoci quasi sempre. A volte non riuscivamo nemmeno a finire le prove. In qualche caso estremo lanciavamo le chitarre per aria, facendole scontrare tra loro, o facevamo la lotta. Una volta abbiamo mangiato una pasta con un sugo preparato con diversi avanzi, tra cui cibo per cani. Io e Pierre (ex Drink to me, ora attivo come Errorists  e Hawaii8) spesso rubavamo le bottiglie di vino e whiskey al Bennet di Castellamonte (il paese in cui abbiamo la sala prove, a casa di Carlo). Poi siamo stati beccati. Insomma uno spirito molto animalesco unito all’incapacità tecnica di suonare. E un’evoluzione lentissima (per registrare – male – le prime 5 canzoni e fare il primo concerto ci è voluto un anno di prove). Poi ci siamo calmati e siamo diventati un po’ più produttivi. Pierre ha lasciato la band nel 2007 e Roberto è salito a bordo a fine 2011.

S è uno dei dischi migliori dell’anno grazie alla sua freschezza ed eclettismo e lo dimostra l’unanimità dei consensi sulla stampa nazionale. Cosa ascoltavate durante le recording session e cosa è cambiato rispetto alle registrazioni di Brazil?
Durante le registrazioni ascoltavamo di tutto, come sempre, ma non ricordo cosa, di preciso. Ricordo però grandi risate con pseudo-rappers come Lil Angels, Iki Cash, Psycho Killer, Sino Spadino o Mc Fierli. Il sito lollhiphop.tumblr.com era il nostro Vangelo in quel periodo. Credo che si possa sentire nel risultato finale di “S”!

Rispetto a Brazil sono cambiati studio e tecnici al lavoro. Questa volta ci siamo affidati a Mano Moccia per le riprese, al Blue Records studio di Mondovì (Cn), e ad Andrea Suriani, che ha mixato il disco all’Alpha Dept di Bologna. Inoltre S è il primo disco dei Drink to me di cui ho curato interamente la produzione artistica. Ciò che è rimasto uguale è il metodo di registrazione: parti fondamentali suonate tutti insieme in presa diretta e overdub in seguito. Spero di non essere stato troppo noioso.

Siete praticamente sempre in tour e avete appena concluso una serie di concerti in nord Europa. Come ha reagito il pubblico straniero al nuovo repertorio?
Generalmente bene. Diciamo che il pubblico scandinavo non è il massimo della festa, ma sono attenti ascoltatori e apprezzano e comprano preferibilmente vinili. Bisogna dire comunque che se si ubriacano cambiano, si sciolgono. Solo che spesso si suona presto, prima che siano ubriachi, e sono un po’ impalati…

Riuscite a vivere di musica?
Non ancora. Arrotondiamo.

Il nuovo video Elevator vi vede protagonisti insieme al vostro entourage di scene divertenti e simpatiche. A parte i chiari disagi di essere sempre in furgone, cosa vi piace di più della vita on the road?
Svegliarsi in luoghi sempre nuovi, assaggiare la cucina locale, conoscere nuove persone, ridere e prendersi in giro. Amiamo inventarci canzoni in cui ci sfottiamo a vicenda, stile coro da stadio. Diciamo che chi si volesse unire al gruppo deve esse pronto a tutto, anche a venire calpestato nei suoi diritti personali e nella sua dignità. Una volta superati questi abusi, armandosi di autoironia e cinismo, ci si comincia davvero a divertire, una sorta di naia con risata costante. Basta non offendersi… Abbiamo anche un piccolo repertorio di canti scherzosi contro altre band italiane (con cui siamo amici o che ci piacciono) di cui soprattutto Roberto è entusiasta autore.

Cosa pensate della scena italiana?
Secondo noi non è male. Ci piacciono in particolare Iori’s Eyes, Movie Star Junkies e Be Forest. Ma ce ne sono tanti altri. Aspettiamo qualche novità, è da un pò di mesi che non ci arriva un nome nuovo che ci esalti. Comunque tra poco ce ne sarà uno: COSMO, il progetto solista di Marco (sarà cantato in italiano, tra l’altro).

I cinque dischi che vi hanno cambiato la vita.

Domanda impossibile, risposta vagamente probabile

Marco: Steve Reich – Music for 18 Musicians

Carlo: Can – Tago Mago

Francesco: Green Day – Dookie

Roberto: The Microphones – The Glow pt. 2

Tutti: Battles – Mirrored

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