La barca rossa

Julio Monteiro Martins, scrittore e docente brasiliano da anni residente in Italia, direttore della rivista Sagarana

Julio Monteiro Martins, scrittore e docente brasiliano da anni residente in Italia, direttore della rivista Sagarana che approfondisce i temi della cosiddetta letteratura della migrazione, è stato ospite di Mumble: per la prima edizione di Radici di Mangrovia: sguardi e dialoghi sulla letteratura migrante a Modena. Autore bilingue, nel racconto che segue, La barca rossa, inedito in Italia e scritto nel 1982, trae ispirazione dalla crisi che il Brasile ebbe a vivere all’inizio degli anni Ottanta. Un racconto di stringente attualità, nel mezzo di una crisi più ampia, ma simile al punto che pare lecito anche ragionare sulla ciclicità (e utilità?) delle congiunture economiche.

 

La barca rossa
– Lucas, la barca!– esclamò Beatriz, e i suoi occhi emanavano un luccichio infantile. – Ma guarda, hanno dipinto lo scafo di rosso, ma hanno lasciato alle finestre le tendine che feci con tua madre.
– Era più bella prima…
– Tutto era più bello prima…– e la sua espressione si fissò nuovamente in quella maschera di cera, nell’apatia e nell’indifferenza che l’avevano dominata dall’inizio della crisi.
– Chi sarà mai il nuovo proprietario della barca?
– Qualcuno a cui piace il rosso…
– Hai ragione, Lucas. Era più bella dipinta di bianco. Era imponente. Avrei preferito che avessero tolto le tendine.
La barca faceva una lunga curva  e si allontanava dalla spiaggia. Il suo scafo rosso–sangue probabilmente disseminava il panico tra i pesci e i gabbiani. Sedute in coperta, alcune ragazze in topless si esponevano liberamente alla brezza del mare.
– Andiamo via, Beatriz. Sta rannuvolando, e se continua così tra poco pioverà.
Chiudemmo le sdraie e radunammo i nostri oggetti sparsi sulla sabbia. Fischiai, e Pongo, il nostro dalmata, l’unico amico che c’era rimasto da prima della crisi, arrivò di corsa e ansimante verso di noi.
Notai che tutti lì erano voltati verso di noi, più specificamente a guardare Beatriz, la sua bellezza soave e il tocco di raffinatezza  che donava ai gesti più banali come mettersi il pareo o infilarsi i sandali. Ma mancava in lei l’allegria da bambina viziata di qualche anno fa. Il costante non–sense, il profondo sentimento di onnipotenza che lei stessa non sapeva di avere a quel tempo.
La crisi le aveva rubato una fetta della sua essenza. Beatriz si era sempre vista come parte di uno scenario lussuoso, eccessivo. Questo era il suo habitat naturale. E lo sarebbe sempre stato. E condannata a vivere esiliata dalla ricchezza, offuscò la realtà attorno a lei con una nebbia opaca che filtrava le rare voci e immagini che voleva percepire, lasciando così più spazio per gli accordi inesistenti della sua musica interiore.
Attraversammo il viale e camminammo verso il nostro piccolo appartamento in affitto. Le strade brulicavano di mendicanti e di donne affamate che spingevano verso di noi i loro neonati in agonia. Le macchine passavano con i finestrini chiusi, nonostante il caldo tremendo, per non essere assaltate ai semafori. Tastai i pantaloncini e controllai che ci fossero i soldi arrotolati, il “denaro del ladro”, che portavo sempre con me per evitare che una rapina frustrata sfociasse in una violenza fisica.
Beatriz faceva finta di non notare niente di tutto ciò. Si limitava ad affrettare il passo e scivolava tra la folla di miserabili, mentre io cercavo di calmare Pongo che non smetteva di ringhiare verso la calca.
Arrivammo al palazzo sudati dalla testa ai piedi. L’afa che a poco a poco aveva scacciato la bella giornata di sole sembrava emanata dalla città stessa, dalla vita stessa, dalla tensione morbosa che impregnava l’aria.
Presi in portineria la bolletta della luce e la tassa sui rifiuti. Salimmo stipati nell’ascensore, insieme a due bambini sudici che si scambiavano sguardi e ridevano in continuazione, risate soffocate, ciniche, probabilmente motivate da qualche battuta su di noi. Uno di loro portava un pallone da calcio di cuoio logoro, e dal pallone, dai capelli arruffati, o dall’unione di tutto quello, emanava un odore acre e nauseante che sembrava materializzare tutti gli insulti repressi. Pongo cominciò a grattarsi, battendo con la zampa posteriore sulla parete dell’ascensore.
– Mi sa che ha le pulci – dissi, mentre i bambini bisbigliavano qualcosa e ridevano.
– Pongo non ha pulci – rispose Beatriz, categorica – è che si sente a disagio qui. Tu non lo conosci molto bene, vero? – c’era una forte irritazione nella sua voce.
– A volte sembra che tu ti sia sposata con Pongo e che mi abbiate adottato come animale da compagnia.
– Lucas, non cominciamo a discutere in ascensore…
Arrivammo al nostro appartamento. Era confortevole e accogliente, confrontato con il mondo esterno. Nonostante la fretta con cui l’arredammo facemmo il possibile per dare un certo buon gusto ad ogni particolare. Ma c’è sempre un momento in cui la mancanza di mezzi traspare, e gli oggetti e la mobilia non riescono a mascherare l’usura e l’improvvisazione.
Pongo andò direttamente verso il terrazzino, a bere acqua nella sua ciotola. Il caldo lo torturava. Beatriz andò subito a farsi la doccia. Restava ore sotto la doccia. L’acqua che scrosciava forte sulla sua testa, l’odore di sapone e shampoo per tutta la casa, la schiuma che scorreva sulla sua pelle e formava una nuvola sul fondo della doccia. Beatriz si insaponava ad occhi chiusi, ascoltando solo il rumore dell’acqua, e si rifugiava a poco a poco nelle sue sensazioni epidermiche. Un mollusco che si chiude nella sua conchiglia. La doccia era la sua intima trance, che la impermeabilizzava dalla sconfitta.
Avrei voluto rimproverarla, ma non potevo. Beatriz aveva le sue buone ragioni. Si può spogliare una principessa, ed essa continua ad essere una principessa. Ci sono quelli che credono che l’avvento della miseria rappresenti il crollo di un muro. La miseria avrebbe mostrato cose nuove e insospettabili. Avrebbe amplificato la percezione dei diversi mondi che ci sono nel mondo. E avrebbe avuto così un carattere pedagogico. Ma, per Beatriz, l’immagine del mondo sotterraneo che frantuma la superficie del suo quotidiano l’ha solo riempita di repulsione e di orrore, e l’ha portata a segregarsi nella propria immaginazione. Come un bambino che tiene la luce accesa di notte per non dover convivere con i fantasmi delle tenebre.
Andai in cucina e preparai delle uova. Non c’erano bibite nel frigorifero, solo acqua. E ancora mancavano dieci giorni all’inizio del mese, quando avremmo riscosso un po’ di soldi, che erano già impegnati per i debiti in banca e dal macellaio, dal quale compravamo carne a credito per Pongo. Questa era stata l’unica esigenza, l’unico lusso di Beatriz: dar da mangiare al suo dalmata. Non potevo rifiutarmi. Non me lo avrebbe mai perdonato. In cambio aveva accettato di annullare le sue carte di credito e di non uscire la sera per restare a guardare la televisione o a leggere romanzi, che era ciò che Beatriz faceva nella maggior parte del suo tempo.
– Amore mio, il pranzo si fredda…
– Esco. Aspetta un attimo…
– Se vuoi ti lascio il piatto nel forno.
– Non importa, Lucas. Per favore, ci penso io, ok?
C’era un tono di disprezzo nella sua voce che mi esasperava. Se le cose stavano così, perché mi aveva sposato? Io non l’avevo certo costretta. Vabbè, erano altri tempi. C’era molta speranza nell’aria, e nessuno avrebbe potuto prevedere il crollo generale del sistema che sempre ci aveva protetti. Ma fu con me che lei perse i suoi privilegi e l’associazione di questo con me mi avrebbe reso per sempre, ai suoi occhi, un simbolo vivente del fallimento.
Lei uscì dalla doccia avvolta in un accappatoio a righe azzurre, i capelli ancora bagnati con alcune gocce che scorrevano fino ai suoi seni turgidi. Lei era così sensuale che la sua apparizione improvvisa mi turbò talmente tanto che non riuscii a mandar giù il boccone. Beatriz mise su un’opera di Mozart, “ Il flauto magico” credo, e si sdraiò sul divano.
– Che fai, non mangi?
– Ora non ho fame. Tu finisci che poi mi preparo un panino.
Avrei voluto strozzarla. Scuoterla. Era umiliante mangiare da solo davanti all’alterigia di qualcuno che non aveva fame e si cibava di Mozart. No, non era esattamente questo ciò che volevo. Sentivo un blocco nello stomaco. Le mie dita tremavano. Ero eccitato. Volevo possedere Beatriz su quel divano. Entrare tutto tra le sue gambe e aprire più spazio per me, per il mio essere dentro il suo corpo. Il corpo di mia moglie… No, non era il corpo di mia moglie. Era un altro corpo. Beatriz era un altro paese. Non eravamo intimi. Non eravamo nemmeno complici. Per fare l’amore con Beatriz c’era bisogno di superare le formalità doganali: passaporto timbrato e visto d’entrata. Io non ce la facevo più.
– Ti sei pentita di avermi sposato, Beatriz?
– È uguale.
– Vuoi il divorzio?
– È uguale. Perché dividere una cosa che non esiste?
– Allora non so cosa vuoi…– urlai, buttando le posate di lato e alzandomi da tavola. Ero fuori di me.
– Non urlare con me, Lucas. Non sono la tua serva. Fai cosa ti pare, ma non urlare con me.
– Scusa…
– Non volevo essere volgare con te, ma mi hai fatto una domanda e io ti ho risposto. Sono un po’ tesa oggi. Penso che sia perché ho visto quella barca tutta tinta di rosso con tutte quelle donne nude… sembrava l’inferno di Dante. Abbi pazienza con me, va bene? Ho bisogno di un po’ di quiete.
Lei voleva silenzio. Io volevo lei. Lei voleva Mozart. Io volevo il suo corpo. Non ci capivamo mai. Avevo bisogno di dire qualcosa, emettere un suono, solo per non essere ubbidiente. Ma dire cosa? Se avessi provato a sfogare i miei rancori, sarebbero uscite le mie colpe. Il mio desiderio sconvolto e ferito avrebbe potuto tradirsi nella mia voce come una supplica, e allora la mia umiliazione sarebbe stata totale. Lei era la padrona del mio silenzio. La sua personalità era così compatta e coerente che mi faceva vedere me stesso attraverso la sua ottica così sprezzante: un tipo volgare e meschino, che suo padre non avrebbe voluto nemmeno come autista o giardiniere.
Invece ero suo marito. Eppure proprio lei più volte mi aveva detto che mi amava, io stesso avevo visto le sue labbra fremere di desiderio. Ma da un po’ di tempo a questa parte, la mia immagine, come se fosse stata trascinata dalla valuta nazionale, stava soffrendo un’inflazione vertiginosa e incontrollabile. Quintali di me valevano meno di un suo sguardo.
Pongo si alzò con un enorme sbadiglio e attraversò il salotto lentamente, passando davanti a me come se non esistessi. Si fermò accanto al divano e leccò il braccio di Beatriz. Lei bisbigliò qualcosa mentre gli accarezzava la testa, e il cane saltò sul divano e si accomodò accanto a lei tra cuscini, con la testa appoggiata sul suo petto.
Quella immagine era un pungiglione che mi si conficcava dentro e mi provocava un dolore insopportabile. Lei stava rispondendo alla domanda dell’ascensore. Valevo meno di un cane. Dovevo restare in un angolo aspettando gli avanzi della sua attenzione, le ossa del suo affetto. Dovevo obbedire ai suoi capricci e rispondere alle sue chiamate. Dovevo obbedire anche a Pongo?
Tirai di colpo la tovaglia e tutto finì a terra in un’esplosione di cocci. La donna e il cane alzarono la testa nello stesso momento. Presi in braccio la televisione e la lasciai cadere dalla finestra, guardandola sfracassarsi sul marciapiede. La mia ira si trasformava in uno spettacolo pubblico.
– Lucas, che fai?
Strappai il telefono dalla parete e tirai via dieci metri di filo. Presi le sedie e le spaccai contro la parete e sul pavimento, una dopo l’altra.
– Lucas, per l’amor di Dio! Sei impazzito… smettila!
Mi strappai la camicia di dosso facendo saltare i bottoni. Non sapevo neanche perché lo facevo. Sapevo solo che dovevo farlo. Ricevevo ordini da un diavolo virile e distruttivo.
Avanzai verso Beatriz in collera, ma non feci due passi che fui informato che c’era un altro demonio nel salotto. Pongo saltò dal divano come un fulmine, e mi ringhiò con un’espressione che non gli avevo mai visto prima. Sembrava enorme, il suo testone ospitava due occhi rossi infiammati di odio, il suo muso si ingrugniva e le sue zanne stavano in bella mostra, come pugnali di avorio, bagnate da una schiuma selvaggia.
Un brivido paralizzante mi percorse la schiena. Indietreggiai. Il mio diavolo era fuggito di carriera. I suoi impeti di violenza erano stati circostanziali e scoordinati. Quell’altro lì era la quintessenza della bestia. Non c’era più traccia di Pongo. Era la macchina crudele e assassina  che era tornata al suo branco ancestrale.
Indietreggiai fino alla cucina, sempre minacciato dal cane. Qualcosa di molto antico dentro di me conosceva quella brutalità e aveva imparato a temerla più di qualsiasi altra cosa. Il male sempre negato torna ad esistere attraverso la bocca del cane. Mi sentivo assediato dall’agguato della belva, tra l’acquaio e il frigo, da decine di milioni di anni.
Beatriz si era tolta l’accappatoio e arrivò nuda alla porta della cucina. Mi guardò braccato e, con mia grande angoscia, non vide nessun essere umano. Provai a fare un passo verso di lei, ma il cane ringhiò con un’energia così crudele che non riuscii a muovere un muscolo.
– Togli questo cane di qui, sto bene ora.
Lei non diceva una parola. Guardava la scena con una calma inspiegabile.
– Beatriz, per favore… che colpa ho io se hanno dipinto la tua barca di rosso?
Lei rimase muta. Forse non capiva più la mia lingua. Forse pensava che non ne parlassi più nessuna. Mi guardò per qualche secondo ancora e andò in camera sua. Ora sapevo che non sarei stato aggredito, sempre che non mi muovessi. Urlai più forte possibile:
– Che colpa ho io se le cose sono andate storte? Beatriz! Ascoltami! Non sono stato io ad iniziare tutto questo. Sono una vittima come te. Parliamone. Usciamo insieme da questo tunnel…
Non ottenni risposte. Il cane mi fissava negli occhi cercando di indovinare ogni mio pensiero. I vicini suonavano il campanello incessantemente. A momenti avrebbero sfondato la porta.
– Beatriz, io ti amo. Ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Tu sei la mia principessa. Andiamocene da qui…
Lei apparve nuovamente davanti alla porta della cucina. Indossava un tailleur scuro e portava la sua valigia. Mi guardò come se tentasse di indovinare chi fosse quello strano uomo in cucina.
– Andiamo, Pongo. Ora basta. Andiamo via.
– Mi lasci qui solo?
– Non azzardarti a seguirmi!
Il cane ancora esitò a lasciarmi. Lei aprì la porta davanti a una folla curiosa e si fece strada col suo cane fino alle scale, senza rispondere alle insistenti domande. Dal corridoio, Pongo dette un ultimo latrato di sfida e tutto ciò che fui in grado di percepire a partire da quel momento fu l’invasione di quel popolo, donne grasse, bimbi debosciati, pensionati, la strada che entrava in casa mia, rimestando le cose, respirando la mia aria e cercando di scuotermi dallo choc interrogandomi.
Dopo poco sarebbe arrivata la polizia, è chiaro, ed io avrei dovuto cercare risposte e riempire i moduli. Non mi avrebbero risparmiato. E dove sarà Beatriz?
Beatriz! La musica di Mozart. L’asciugamano impregnato del suo profumo. I libri. Una barca bianca e la vita nelle mattine soleggiate dei miei sogni, perdendosi nel mare verso il niente.

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(Racconto pubblicato originalmente nella raccolta “Muamba”, Editora Anima, Rio de Janeiro, 1984. Tradotto in italiano da Julio Monteiro Martins insieme ai suoi allievi dell’Università di Pisa Bertelli Milena, Simoni Aurora, Pericci Anna, Abriani Mirella, Modigliani Milena, Barboni Sara, Amoroso Antonella e Melani Leonora)

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