La scelta di (fuori) campo di Ken Loach

Ragione sì o ragione no, in ogni caso Ken Loach ha fatto la sua scelta.

Scrive Loach nella sua lettera al direttore del Museo del cinema di Torino e della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera:

È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film.

E continua:

sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (MNC). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti.
 Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che
 si svolge in un altro Paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili.

Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, Bread and Roses. Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti?
Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni.

Come è già noto da un paio di giorni, il regista inglese Ken Loach ha deciso di rifiutare il Gran Premio alla carriera e di non presenziare nemmeno con il suo nuovo film, The Angels’ Share, al Torino Film Festival 2012.

In conformità al suo credo sempre rossissimo, Loach ha pensato di rispondere con una rumorosa dissertazione alla richiesta di solidarietà mossa dall’Usb (Unione sindacati di base) tramite una lettera giuntagli nell’agosto scorso, al seguito dell’annuncio del premio.

La pensa diversamente Ettore Scola, il quale dichiara:

Ho risposto a questi lavoratori, mi son detto disposto a incontrarli sperando di essere utile alla loro causa.

Il regista nostrano, dopo aver ricevuto la medesima lettera dal sindacato, ha pensato di partecipare in ogni caso al Festival, mettendosi a disposizione per un confronto pubblico con i lavoratori e la direzione del Museo.

Alberto Barbera, risponde con amaro dispiacere alle parole dell’amico:

Nonostante la grande considerazione che ho per Ken Loach, non posso accettare lezioni di etica del lavoro neppure da lui: il Museo ha ottime relazioni sindacali, non abbiamo mai lasciato a casa nessuno nonostante i pesanti tagli ai bilanci della cultura. […] Mi dispiace che abbia preferito credere a una sigla sindacale piuttosto che a noi.

Dello stesso parere è il direttore del TFF, il regista Gianni Amelio, il quale dichiara:

La sua reazione è massimalista, sbagliata, in qualche modo aristocratica e autolesionista. La sua presenza sarebbe stata molto più utile proprio alla causa dei lavoratori.

Ragione sì o ragione no, in ogni caso Ken Loach ha fatto la sua scelta.

Discutibile che sia, lui al Torino Film Festival non ci sarà.

Ma ciò che si chiedono un po’ tutti è quale sia il motivo di una tale durezza inquisitoria e di un totale rifiuto al dialogo pubblico con le parti in causa.

Loach sarà anche uno storico paladino delle Trade Union e avrà dato le sue giustificazioni, ma era davvero necessaria una protesta così intellettual-borghese? Proprio da un uomo e un regista che, nel suo cinema, si schiera sempre a favore di quella classe lavoratrice che porta in strada la sua protesta per far sentire fisicamente la sua voce.

La sua volontà di coerenza politica forse lo ha portato leggermente fuori strada.

E volendo “filosofeggiarci” un po’ su e calcare l’analisi, pare che abbia confuso i linguaggi e i tecnicismi che sono propri del cinema più che del vivere sociale. Intendo dire che sembra quasi abbia fatto del Fuori Campo visivo la sua protesta, come se l’assenza, assistita dalla voce narrante delle sue parole, veicolasse la presenza di un turbamento latente, ma imponente nel profondo del reale.

Questa macchinosa interpretazione può apparire forzata e probabilmente lontana dalla volontà del grande regista, ma credo ponga ancor di più l’interrogativo sulla reale utilità di questo gesto, forse troppo aristocratico e perciò lontano dal vero “set” della protesta: il palcoscenico del Festival.

Che il rifiuto della presenza non rischi, al contrario, di allontanare l’obiettivo dal campo visivo della cinepresa?

2 Comments

  • Ma per fortuna che qualcuno nel mondo del cinema ha ancora un briciolo di coerenza! Loach è stato contattato da un ragazzo che lavorava per la cooperativa e ha deciso che non poteva presentarsi a un festival che esternalizza ad altri e poi non si cura di come questi gestiscono i rapporti di lavoro; semplicemente perché ha detto: “Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti?”
    A quale confronto si sarebbe sottratto? Loach ha semplicemente risposto in questo modo ad una precisa richiesta di alcuni lavoratori sottopagati. E meno male.

  • Ciao Alessandro,
    forse il mio articolo può indurre a fraintendimenti, in effetti. Sono completamente d’accordo sul rifiutare il premio in segno di protesta, perché ritengo sia giustissimo che si faccia luce su problemi di questo tipo e che i responsabili smettano di lavarsene sempre le mani. Il Museo ha piene responsabilità anche su quelle che sono le modalità che le società esterne detengono nei confronti dei loro dipendenti.
    Con le mie parole ho cercato di ragionare sulle modalità e la coerenza effettiva della sua protesta. Per me non sarebbe stato meno coerente se si fosse presentato al Festival e avesse rifiutato pubblicamente il premio, trasformando il palcoscenico in una “strada” di protesta, magari coinvolgendo anche i lavoratori che lo hanno contattato e obbligando i responsabili del museo a un dialogo pubblico. Ma, davvero, non penso ci sia una via giusta o una sbagliata (purché si rimanga ovviamente all’interno di movimenti non violenti) per protestare o per affermare le proprie opinioni. Loach ha scelto in conformità a quello che ha pensato fosse giusto e naturalmente io rispetto la sua decisione.

    Mi dispiace che il mio articolo possa aver creato malintesi d’opinione, in particolare che io non sia d’accordo con questa protesta, che ritengo, invece, oltremodo necessaria.

    Grazie per l’intervento, spero di aver fatto più chiarezza.

    Diletta

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