Romagna E-Migrante #5 Conti Migranti

Ultimo (per ora) appuntamento con la rassegna Romagna E-Migrante

(Bankeri-no-Bankir)

Sono un bancario e mi occupo di sviluppo commerciale. Uno dei miei compiti è di creare maggiori opportunità di contatto fra la banca per cui lavoro e gli immigrati.

Qualche mese fa, ho preso contatto con una Cooperativa Sociale che possiede un proprio archivio di persone disponibili a svolgere la mansione di badante. Mi sono accorto che in molti casi queste persone, provenienti prevalentemente dall’Europa dell’Est, sono prive di un conto corrente con cui svolgere operazioni bancarie.

Anche per questa ragione l’interesse del sistema bancario italiano verso gli stranieri ha conosciuto e sta conoscendo una decisa accelerazione, e di recente sono state introdotte normative di legge che pongono nuovi e più stringenti limiti all’utilizzo del denaro contante nelle transazioni finanziarie. Ciò ha reso meno informali i rapporti di lavoro di alcuni settori ad alta presenza di immigrati.

Naturalmente, la banca per la quale lavoro ha già clienti stranieri che si occupano di assistenza domiciliare, quasi sempre donne. Si tratta di persone con elevata capacità di risparmio, che in molti casi trovano vitto e alloggio presso le famiglie in cui sono assunte, e il cui obiettivo prioritario è massimizzare le rimesse, ossia inviare denaro ai congiunti nei Paesi d’origine.

In termini di esigenze nei confronti del sistema bancario, l’universo delle badanti ben rappresenta il profilo tipico di una parte consistente della clientela immigrata. Essa richiede servizi elementari, quale appunto la gestione del trasferimento delle rimesse, e ha un interesse quasi nullo verso prodotti più complessi, come per esempio quelli di accumulo risparmio e amministrazione titoli.

In questo senso il rapporto tra banca e cliente, visto dalla parte del “ragioniere di banca”, appare di facile gestione. La relazione fra bancario e cliente resta, dunque, a un livello piuttosto superficiale: tutto “fila liscio” senza grosse soddisfazioni professionali, poiché l’operatività richiesta non prevede conoscenze complesse che implichino uno stress sulla vita professionale del bancario e sul sistema che rappresenta.

Occasionalmente, però, si verificano anche casi che possono minare il rapporto di fiducia reciproca. Un episodio è accaduto qualche anno fa con un artigiano edile immigrato. Dopo diversi anni di dura gavetta nei cantieri della città, e di rapporti sempre corretti e cordiali (forse anche un po’ deferenti) con la banca, questo cliente, stanco di girare con un ammaccatissimo furgone che si divertiva a piantarlo in asso, ha deciso di acquistare un nuovo mezzo aziendale e si è rivolto alla filiale della banca per chiedere un finanziamento.

L’istruttoria della banca ha avuto esito favorevole e l’agognato finanziamento è stato erogato, poiché non è stato riscontrato alcun elemento per prevedere che, di lì a poco, l’artigiano facesse perdere le proprie tracce, ritornandosene in patria a bordo del mezzo acquistato. Nella mia esperienza questo è probabilmente l’unico episodio significativo di situazioni in cui il debitore immigrato si sia comportato in modo scorretto nei confronti della banca.

Tuttavia, sarebbe ipocrita negare che il timore degli istituti finanziari rappresenta un enorme ostacolo per quelle richieste di credito a scopo produttivo che provengono dagli immigrati che svolgono attività in proprio. Di frequente, infatti, è proprio la disponibilità economica a giocare un ruolo decisivo ai fini dell’inserimento degli stranieri.

Nell’ambito della concessione di un finanziamento alle aziende gestite da immigrati ci si trova spesso di fronte a casi in cui l’imprenditore non è in possesso di adeguate garanzie e la sua attività presenta documenti contabili che impediscono di valutarne correttamente le prospettive future. Più in generale risulta estremamente complicato riconoscere il grado di rischio da assegnare all’imprenditore immigrato e ne consegue che pregiudizio e percezione del rischio di insolvenza in qualche caso possano andare a braccetto.

Se non fosse così, non si spiegherebbe il motivo per cui alcune richieste di finanziamento provenienti da immigrati vengono, in alcuni istituti bancari, valutate e deliberate da organi gerarchicamente superiori a quelli che si occupano di richieste dello stesso tipo, ma inoltrate da cittadini italiani.

Non va però dimenticato che il contesto in cui ciò accade riguarda una crescente richiesta di allargamento degli spazi della cittadinanza economica, testimoniata dall’alto tasso di crescita delle piccole imprese in cui il titolare non sia di nazionalità italiana o comunitaria. Infatti, dall’analisi dei dati relativi all’iscrizione di nuove imprese presso le Camere di Commercio anche in questi anni di perdurante crisi economico-finanziaria, sembra essere confermata la dinamicità di questi piccoli imprenditori che non sono nati dentro i confini nazionali.

In sintesi, si possono trarre alcune considerazioni generali sui rapporti tra sistema bancario e immigrati. In primo luogo c’è la necessità di finanziare maggiormente tutte le attività produttive a prescindere dalla cittadinanza o dalla nazionalità, mentre il sistema finanziario appare fin troppo concentrato sull’erogazione di credito al consumo, che viene concesso agli immigrati che si sono trasferiti in Italia con le proprie famiglie (per accedere a esso è sufficiente documentare il possesso di una busta paga e di una residenza stabile).

Quindi la vera sfida è spostare lo sguardo dal breve al lungo periodo, permettendo anche agli immigrati di orientare le scelte di consumo sulla base di un orizzonte temporale più dilatato, favorendo un’educazione al risparmio che potrebbe creare le basi per un miglioramento delle condizioni economiche delle seconde generazioni.

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