The best is yet to come, Barry (forse)

Da sempre il mito del sogno americano, nel mio immaginario, si accompagna al mito del suo lato oscuro.

Ieri ho spento la tivvù solo quando la forbice tra Barry e Romney, in Ohio, era per il secondo ormai irrecuperabile. Come spesso in passato, anche a questa tornata l’Ohio rappresentava il toss up state cruciale. Certo, anche il testa a testa della Florida mi faceva ben sperare, ma sapevo perfettamente che non sarei riuscito ad addormentarmi senza avere la ragionevole certezza della conquista dell’Ohio.

Perché questa ossessione, mi sono chiesto. Perché è così importante, per me, che Obama rimanga? Sono nato e cresciuto nella provincia più remota dell’impero culturale ed economico americano, ma per quanto importanti possano essere queste elezioni, in fondo non dovrei preoccuparmene eccessivamente.

Ci ho pensato tutta mattina, e la spiegazione più valida è anche quella più scontata. Da sempre guardo all’America con ammirazione. Da sempre questa ammirazione è stata messa in discussione dalle enormi iniquità e ingiustizie di quel paese. Da sempre il mito del sogno americano – nel mio immaginario – si accompagna al mito del suo lato oscuro.

Ricordo perfettamente la prima volta che andai negli USA: avevo sedici anni, stavo entrando dal confine nord – quello col Canada per chi è davvero digiuno di geografia – e fui trattenuto tre ore alla dogana perché gli ufficiali di frontiera si ostinavano a darmi del messicano (probabilmente l’abbronzatura, la barba lunga e il cognome non mi aiutavano). Una volta entrato la prima cosa che vidi fu un negozio d’armi, con gente di vent’anni intenta a maneggiare articoli. Entrai in un bar in cui più o meno a ogni parete erano affissi cartelli che ricordavano a tutti i minorenni che non potevano consumare alcolici. Poi andai al museo del rock, a Seattle, per ricordarmi a chi aveva dato i natali quella terra (gente tipo Jimi Hendrix e Kurt Cobain, per intenderci).

Contraddizioni a ogni angolo, insomma.

Beh, Obama non cancella quel lato oscuro. Ma alza le tende, per farci luce. E per permettere a tutti di rendersi conto di cosa si tratta.

In più, sono fermamente convinto che rappresenti, per la maggioranza della popolazione mondiale sotto i 35 anni, un modello di politico inedito. Paragonabile a figure di cui avevamo sentito parlare solo al passato. Kennedy, Gorbaciov, per noi italiani Berlinguer, Pertini, De Gasperi. Un uomo che riesce a sintetizzare valori universali, trasmettere capacità, determinazione, intelligenza, soprattutto umanità.

In ogni caso, questi ultimi quattro anni hanno chiarito in modo definitivo che non siamo davanti a un messia. Il suo mandato sotto molti aspetti ha deluso. E i prossimi quattro anni non saranno più facili.

Innanzitutto, perché il presidente partirà con una camera in mano agli avversari.

E poi perché dovrà risolvere definitivamente tre questioni cruciali:

fiscal cliff

– rientro del debito pubblico americano

– resa dei conti con l’Iran.

Il fiscal cliff verrà sicuramente evitato. Anche con Romney si sarebbe evitato. Sicuramente con quest’ultimo, lo si sarebbe fatto solo attraverso tagli di spesa. Si spera che Obama riesca a trovare un mix giusto di tagli di spesa ed equa tassazione.

Il debito pubblico americano ha ormai sfondato il 100% del PIL. Le politiche di bail out per le aziende automobilistiche – che lo hanno fatto rieleggere e amare da Marchionne – hanno inevitabilmente aumentato i buchi nelle casse statali, come lo ha fatto l’epocale riforma sanitaria.

Il MediCare è un enorme passo avanti per la società americana. Ma al momento non è economicamente sostenibile.

Questi buchi di bilancio sono da sanare con tagli mirati, come detto, ma pure con un rilancio deciso del’occupazione.

Questa sarà la più grossa sfida da affrontare, per Obama, e molti fattori non giocheranno a suo favore. Ma altri sì. Ad esempio i tassi di rendimento bassissimi che i titoli di stato americani continuano a mantenere. O il fatto che il settore manifatturiero abbia ripreso a crescere; la nascita dell’indotto dell’industria dell’estrazione dello shale gas e l’ arrivo di un nuovo mercato che promette bene (quello della cannabis).

Obama dovrà giocare bene le carte che ha in mano e trasformare queste opportunità in posti di lavoro.

Su come farlo – e su come risolvere una volta per tutte la questione siriana (leggi Assad/Ahmadinejad) – Obama dovrà tirare fuori tutto il suo genio.

In ogni caso, tiferò per lui.

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