1 dicembre – 25esima giornata mondiale contro l’AIDS

Le campagne di prevenzione e sensibilizzazione hanno portato dal 1995 a oggi a evitare 2,5 milioni di decessi

Fisico vigoroso, sguardo penetrante, labbra rosse e saporite. Questo è Rock Hudson, uno dei personaggi cinematografici più celebri e amati degli anni cinquanta e sessanta. L’importanza della sua carriera è assolutamente sovrapponibile al significato della sua morte:  Hudson ha dimostrato al mondo intero che si muore di AIDS anche se si è ricchi, belli e famosi.

Per molto tempo, infatti, si è pensato che la patologia fosse esclusiva di un ristretto numero di persone, emarginati, come fosse una punizione per la pratica di sesso ‘illecito’, o per la loro tossicodipendenza. Attorno all’AIDS aleggiavano quindi forti sentimenti di vergogna, di solitudine e di rassegnazione. Per questo capitava spesso di provare a camuffare i sintomi: Hudson provò a far credere che l’impressionante dimagrimento causatogli dalla malattia fosse conseguenza di una dieta eccessivamente severa, quindi di un’anoressia nervosa e infine di un cancro al fegato.

I malati di AIDS sono anche vittime della paura e del silenzio che possono uccidere quanto la malattia stessa. L’AIDS ha il potere di insinuarsi nel pudore della gente, far leva sull’ignoranza e provocare vittime. Perché pur non esistendo un vaccino o una cura che guarisca dalla malattia; paradossalmente l’AIDS può essere prevenuta al 100%.

È proprio con l’intento di prevenire, sensibilizzare e aiutare, che nasce l’iniziativa di dedicare una giornata mondiale alla lotta contro l’AIDS. Dal 1987 a oggi, il 1 dicembre si celebra quindi il World AIDS Day (WAD).

Nel corso del week-end, nelle maggiori città italiane sono stati installati gazebo che hanno distribuito materiale pubblicitario, proiettato campagne di sensibilizzazione e, per la prima volta in Emilia-Romagna, a Bologna, è stata offerta la possibilità di sottoporsi, in maniera gratuita e anonima, al test rapido salivare dell’HIV. Questo semplice test si effettua appoggiando un supporto solido sulle gengive che va a prelevare eventuali anticorpi contro il virus HIV presenti nella saliva. I risultati sono stati consegnati da personale medico-sanitario, privatamente, per garantire l’intimità del rapporto con il paziente e per permettere di fornire immediatamente tutto il supporto medico e psicologico necessario. È bene precisare che il test valuta gli eventuali anticorpi che l’individuo ha sviluppato contro il virus, per cui il risultato si può considerare affidabile su contatti con il patogeno avvenuti almeno tre mesi prima. Se invece si fosse interessati a una diagnosi più prossima, ci si potrebbe sottoporre al classico test HIV sul sangue, che ricercando direttamente la presenza del virus, può essere considerato affidabile già 30 giorni dopo l’eventuale contagio.

La modalità di trasmissione del virus è per via ematica cioè sangue ed essudati (latte materno, secrezioni genitali). La trasmissione sessuale è però di gran lunga la modalità più frequente perché presuppone il maggior scambio possibile di fluidi corporei con fattore predisponente la pregressa presenza di malattie veneree. L’utilizzo del profilattico protegge efficacemente da questi rischi, ma purtroppo il pudore e la vergogna annessi all’argomento determinano spesso, a riguardo, superficialità, ignoranza e cattiva informazione.

Dal momento che il virus è estremamente instabile nell’ambiente, non si ha trasmissione tramite vettore (es. zanzara) o con la saliva (ricordiamo il famosissimo bacio del professor Aiuti a una paziente sieropositiva).  È del tutto innocuo infatti abbracciare, condividere abiti e cibo con il malato; è invece sconsigliato spartire spazzolini o rasoi perché eventualmente più esposti a tracce di sangue.

I dati suggeriscono che le campagne di prevenzione e sensibilizzazione hanno portato dal 1995 a oggi a evitare 2,5 milioni di decessi. La media attuale è però ancora alta, si parla di circa 2 milioni di morti all’anno, ma le prospettive sono buone: con le nuove tecniche diagnositiche e una più fitta sorveglianza sanitaria si ipotizza di evitare 7,2 milioni di morti fino al 2020.

Quindi continuiamo a parlarne, ogni anno, ogni 1 dicembre (e non solo) troviamoci in piazza, sensibilizziamo, facciamo sapere alla gente che basta poco per prevenire; perché prevenire è senz’altro meglio che curare.

Link utili:

Anlaids

Lila

 

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