[Face To Face] Talibam!

Tra le band sperimentali più folli e geniali dell’intero panorama internazionale, i Talibam! Sono tornati recentemente rilasciando Puff Up The Volume. Decisamente emozionato, ho fatto quattro chiacchiere con Matt Mottel e Kevin Shea, rispettivamente tastiere e batteria dei Talibam! Questo è quello che ci siamo detti.

Raccontateci il vostro approccio con la musica. Cosa ascoltavate da ragazzi e come i vostri gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Matt: Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre incoraggiato a suonare. Ho cominciato a suonare il piano a cinque anni. Mia madre era una musicista folk e suonava la chitarra, il banjo e il piano, non era una professionista ma riusciva a suonare canzoni dei Weavers e degli altri side project di Pete Seeger. A otto anni scopro Billy Joel, divento suo grande fan, imparo a memoria We didn’t start the fire e a dodici anni i Nirvana mi colpiscono come una mattonata in faccia cambiando totalmente la mia vita. Comincio a vestirmi con camicioni di flanella e arrivo a comprare anche un portafoglio con catena. Contemporaneamente il mio migliore amico mi fa ascoltare Rahsaan Rolan Kirk iniziandomi così al jazz… Salto di quattro anni: sono un fan dei Sonic Youth e in apertura a un concerto di Yoko Ono assisto a John Zorn e Masada e penso: “Ehi, ma questo è punk-rock! Ma con del jazz!” E così ho cominciato a muovermi in questa direzione…

Kevin: Ho due fratelli più grandi che suonano, abbiamo sempre avuto lo stereo acceso in casa. Nostra madre ci ha sempre incoraggiati a suonare e abbiamo così cominciato a prendere lezioni di piano dall’età di quattro anni. I miei fratelli mi hanno fondamentalmente introdotto alla musica e all’età di nove anni, quando partì MTV, sono diventato pazzo per la breakdance, Micheal Jackson, Prince e i Police. A dieci anni, mio fratello maggiore convince i nostri genitori a farmi suonare il rullante nella banda delle scuole elementari. Ho ricevuto il mio primo drum-kit come regalo per il mio dodicesimo compleanno – una Premier rossa con piatti Vadar. Ho suonato la batteria e le percussioni in tutti gli ensemble della scuola e in estate andavo ai music camp. Verso i 13 anni mio padre, accortosi che mi ero appassionato al jazz, decise di portarci al Newport Jazz Festival. Da quel momento in poi, la passione per il jazz diventa ossessione e mi spinge a iscrivermi a Berklee College of Music. Lo scorso anno, ho suonato al Newport e la mia famiglia era ad assistere al concerto. È stato emozionantissimo.

Come nascono i Talibam!?

M: Ho incontrato e suonato con Kevin nell’aprile del 2003 a un concerto impro con il sassofonista Ras Moshe al Free 103 Point 9 di Williamsburg. Tutti e due suonavamo musica improvvisata in diverse combo, mi ero recentemente laureato e stavo cercando una band a New York. Ne parlai con Kevin: ci facemmo una risata e cominciammo così a suonare… fondamentalmente, tutto è iniziato quel giorno.

Puff Up The Volume è un disco brillante, imprevedibile, degno erede delle sperimentazioni zappiane e di Sun-Ra. Quanto vi hanno influenzato questi due giganti del xx secolo?

M: Il mio legame con Zappa credo che non si basi sull’influenza diretta, ma sul fatto che abbiamo avuto background musicali simili (il Free, art music, dadaismo, futurismo…). Adoro Zappa, sia ben chiaro, ma non posso considerarlo tra le mie influenze principali. Differente invece il discorso per Sun-Ra. Ho comprato Atlantis quando avevo 17 anni e da lì in poi è stata un’escalation di acquisti della sua discografia. Lavoravo per il programma jazz della radio del college e avevamo a disposizione tutte le ristampe dei suoi dischi, quelle uscite agli inizi del 2000. Nothing is, Space is the Place e in particolare Lanquidity, album funk del ’78, sono per me album essenziali. Mi piace pensare che la mia tastiera sia un incrocio tra Ron Asheton e Sun-Ra!

K: Zappa è un genio ed è incredibile la mole di musica che ha scritto e quanto sia diversa e varia. Ho ascoltato Joe’s Garage al liceo e recentemente sto approfondendo la sua fase synclavier. Mi piace anche Flexible di Steve Vai (chitarrista che ha militato a lungo nelle fila delle band di Zappa), album composto con il synclavier. Personalmente però, penso che Puff Up The Volume sia ispirato più da Prince and the Revolution e dal rap di DJ Fresh Prince e Jazzy Jeff (Willy il principe di Bel-Air, ndr).

Free-jazz, post-Rock, math-Rock e ultimamente hip-hop. La vostra è una musica totale, capace di muoversi liberamente senza steccati, sfuggendo le sopracitate etichette. Come nasce la vostra musica?

M: Abbiamo diversi metodi per la scrittura della nostra musica. Partiamo dall’improvvisazione e prendiamo le parti che ci piacciono di più e a quel punto sovraincidiamo la traccia o la facciamo sovraincidere ad altri musicisti. Oppure uno di noi arriva in studio con un riff e lavoriamo su quello. Abbiamo anche ascoltato registrazioni di nostri set live, che cambiano e sono spesso vari, per poter isolare delle strutture ritmiche di 4 secondi o melodie che ci sono piaciute per registrarle in studio. Qualche volta invece quanto possiamo, isoliamo la batteria o le tastiere e aggiungiamo un nuovo suono/melodia/o chiave per creare una transizione nella traccia.

K: La maggior parte dei gruppi sono fin troppo preoccupati di creare un’identità assoluta con la superfice dell’ aura/suono – vogliono essere riconosciuti dalle loro conclusioni soniche. Ma per noi, la musica è più di una messa in discussione o manipolazione dei risultati che le persone pensano sia musica. Ogni suono da noi prodotto è come un segnale con una ampia varietà di conseguenze contestuali e morali – molti gruppi dimenticano da dove abbia origine il loro suono, e cosi facendo trascurano ostinatamente i legami storici e culturali del loro suono, dando vita a un ingiustificabile disprezzo per l’intelligenza del pubblico. Per noi la musica è un qualcosa che sta sotto la superficie, non qualcosa semplicemente da ascoltare. 
Concepiamo la musica come un processo che metta in discussione e non dia per scontato il pubblico. Molti gruppi hanno interesse ad accontentare il loro pubblico cullandosi in un’identità che hanno rinforzato attentamente a scapito dell’arte del suono – la musica non è una fortezza fatta di cemento e acciaio. La musica è come la terra, cambia, si scioglie, erutta, scompare. La musica è un processo, e incastrarla all’interno di una specifica identità rinforza certi modi pericolosi di pensare, come il nazionalismo sfacciato e il totale rifiuto della diversità – che è quello contro cui protestiamo.

MC Moaty Mogulz e MC K-Wizzle sono i nomi che vi siete affibbiati durante le session di Puff Up The Volume. Come nascono questi due moniker ma soprattutto come vi è venuto in mente di registrare un album che per molti versi suona come un disco rap?

M: Puff Up the Volume è sempre stato pensato come una registrazione per feste… il rap e la disco vanno a formare un mix che ci ha interessato. Ricordo il periodo in cui cominciammo il disco: stavamo in un albergo in Italia e ascoltavamo le orribili canzoni pop/disco italiane e allora ci è venuta l’idea di creare una versione di quei suoni. Siamo veramente fieri del song writing che ha portato alla realizzazione di Puff Up the Volume. E poi c’è la faccenda del gong che ci ha portato alla realizzazione di questo disco. Qualcuno pensa che sia uno scherzo ma non lo è, assolutamente. Durante un concerto con la coreografa Karole Armitage a Torino nel 2009 un enorme gong è caduto sull’alluce del piede destro di Kevin, rompendoglielo. Nonostante quest’infortunio Kevin ha suonato per le successive due settimane di tour e per le quattro giornate di recording session. La sua tenacia l’ha portato a imparare a suonare la cassa con il piede sinistro e a risettare la batteria per ovviare a questo infortunio. È in queste circostanze per così dire forzate, che i Talibam! hanno registrato le tracce base di Puff Up The Volume.

L’Europa vi piace tanto dato che in pochi anni ci siete stati per 16 tour. Che differenze avete riscontrato tra il pubblico americano e quello europeo?

M: Il pubblico europeo è molto più aperto mentalmente e accoglie con entusiasmo le band che portano nuove idee… Non sono schiavi dell’hype come gli americani. Possiamo girare in tour per l’Europa e sentirci come ‘persone’, mentre durante i tuor americani ci sentiamo come dei ‘vagabondi’ che si esibiscono davanti a un pubblico disinteressato. Le città in Europa sono più piccole e i promoter sono più interessati alle band che presentano. Poi preferiamo sicuramente bere grappa piuttosto che Budweiser!

Cosa ascoltate ultimamente?

M: Mi piacciono alcune band di N.Y che stanno sperimentando con il rock e la psichedelia. Una band is chiama The Dreebs ed è una sorta di no-wave con violini, chitarre preparate e batteria. Un’altra band è la Pc Worship che suona uno sporchissimo rock’n’roll… una terza band è la Cloud Becomes Your Hand, un ensemble dadaista ispirato da Zappa… sono veramente forti.

K: Ho appena preso Now Here This di John McLaughlin and the 4th Dimension’s. Mi piace ascoltare musica ad altissima densità di note, come l’album di Stan Getz Captain Marvel del ‘72 con un Tony Williams in gran spolvero. Mi piace il nuovo album dei Behold The Arctopus, Horrorscension, e recentemente ho riscoperto Strip di Adam Ant, che contiente il delirante testo: Baby let me scream at you, you can decline of course, I’m talking to you girlfriend, give me some chilli sauce.

 

I cinque dischi che vi hanno cambiato la vita?

Matt:

Nirvana, Incesticide

Sun Ra, Lanquidity

Sonic Youth, Sister

Miles Davis, On the Corner

The Stooges, Fun House

Kevin:

1. CD 2, Karlheinz Stockhausen, Dienstag Aus Licht (Vol. 40)

2. Morton Feldman, Coptic Light (argo)

3. Various, Zen, Goeika & Shomyo Chants in Actual Buddhist Temple Services (Lyrichord LL 116)

4. Xenakis, Phlegra; Jalons; Keren; Nomos Alpha; Thallein; Naama, etc.

5. Various, Calypsos From Panama (Sounds of the Caribbean)

 

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