[Fratture] Cosa volete da un terremoto

Il terremoto mi scombussola. Il terremoto mi zittisce, e non è facile. Questo è il primo articolo che scrivo a riguardo, e non so da dove cominciare. Vorrei parlare della strage dei lavoratori, operai e datori di lavoro, rimasti sotto le macerie che ora stanno lì, ai lati della strada che percorro quotidianamente. Del destino che di nascosto accompagna le famiglie, in maniera ignota, sì che l’una deve piangere e l’altra ringraziare i propri santi. Sì che certi figli muoiano per un boato, altri si salvino per un soffio. Tutto in silenzio, perché le urla spaventose riempiono le strade senza parlare.

Ma per uno come me è difficile tacere certe reazioni agli eventi. Mi dovessi scrivere una lettera, descriverei una punta di
fastidio e sconforto nel vedere quanto siamo e saremo sempre manipolabili dalle emozioni imposte. Nel senso che il “wanna-be-terremotato” dei nostri paesotti è figlio del sensazionalismo e della società dello spettacolo. Che sembrano così diversi e distanti dalla vita tutta chiesa, fabbrica e campagna e invece. Di reazioni scomposte, spesso eccessive, che scimmiottano gli slogan faciloni della tv nelle ultime tre settimane se ne sono viste parecchie. Io che mi incazzo per il positivismo scientista della nostra società mi ritrovo nel bel mezzo di in una crisi emozionale collettiva.

Le cose non esistono perché le raccontiamo. Le cose accadono e noi le percepiamo in modi del tutto personali, e non è vero che tutti meritano lo stesso rispetto. Alle istituzioni e alle dirigenze in generale occorre un temperamento saldo e logico per analizzare bene i problemi prima di prestare il fianco ai catastrofismi. L’adagio secondo il quale “l’Emilia si rialzerà perché la sua gente affronta l’emergenza con grande dignità”, con tutte le declinazio ni del caso (compreso il paragone con il Friuli del ’76), è fastidioso. L’Emilia si rialzerà perché in un tessuto sociale, politico ed economico abbastanza coeso e sviluppato come quello dei nostri comuni non può che essere altrimenti. L’organismo, quando è
vivo, rimargina le ferite in maniera naturale. Ed è così che voglio pensare a questo terremoto: come a un brutto trauma che, pur avendo lesionato organi e tessuti importanti, viene superato da un corpo forte, unito e solidale. In silenzio.

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