[Fratture] La mia scuola

A fine primavera si votava. I seggi venivano allestiti al piano terra della scuola. Le classi si popolavano di brandine, di quelle di tela verde con la corda e l’anima di ferro.

A fine primavera si votava. I seggi venivano allestiti al piano terra della scuola. Le classi si popolavano di brandine, di quelle di tela verde con la corda e l’anima di ferro. Le classi si svuotavano degli alunni, felici di qualche giorno di vacanza anticipata. Felici anche di tornare in quelle aule la domenica mattina, per mano ai genitori diretti a compiere il loro dovere di cittadini, per poter sbirciare quelle stanze imparate a memoria sotto una luce tutta diversa.

Ricordo che in quelle occasioni mio padre mi diceva, o forse ricordo male ma poco importa, che in quella scuola ci era andato anche lui. Ricordo le tende pesanti di velluto piene di cimici. I banchi verdi con il buco per il calamaio. I soffitti altissimi e le finestre giganti. Ricordo che sull’argine ogni mattina passava un pastore con le sue pecore e che la maestra ci diceva di stare zitti, e avremmo sentito l’erba crescere. Ricordo la polvere dei gessi, quelli colorati, tanto preziosi, che uscivano dall’armadio solo all’occorrenza. I muri neri su cui scrivevamo con la gomma, i corridoi in cui potevi scivolare sulle ginocchia per distanze che sembravano infinite. Ricordo tutte le mie bidelle.

La scuola di Camposanto è un edificio strano: finché eri alle elementari, entravi da una porta, quando poi andavi alle medie, entravi da un’altra. Altri due piani di scale che non ti spaventavano per niente, adesso che eri grande. La scuola di Camposanto ha un giardino davanti con alberi vecchissimi, in cui trovavi le margherite, le lumache e la cancelleria lanciata dalle finestre. E un cancello bellissimo, in fondo, che non ho mai visto aperto.

La scuola di Camposanto, la mia scuola, adesso ha i muri rotti. Da grande e imponente come mi è sempre sembrata, ora pare una signora ferita. Elegante, ma colpita. Altera, ma in ginocchio. E poi la sua compagna fedele, più giovane e snella, la palestra. Una costruzione fuori luogo, con un tetto montanaro e una pensilina improbabile. Ho visto una coppia di turisti giapponesi fotografarla, tanti anni fa, non scherzo. Un edificio provvidenziale che ci ha tenuti stretti e uniti per più di un mese, gemendo e bestemmiando con noi a ogni scossa, per poi lasciarci andare. Perché i figli prima o poi prendono il largo, come ho fatto io che ho detto addio a questi posti dieci anni fa, ma li ho ritrovati il 20 maggio. E voglio che i miei figli dicano: qui ci andava a scuola la mia mamma.

(Maggio 2012)

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