[Imprimatur] Breve storia della fotografia pornografica

Si trattava di una foto alquanto scabrosa.

Una formosa donna sorridente era immortalata davanti a una tenda di velluto ornata con piccoli e leziosi pompon, appesa a tozze colonne doriche. Davanti a una di esse era collocata una piccola palma in vaso. Completava l’inquadratura un grazioso pony Shetland. A rendere scabrosa la foto non era tanto la donna in sé, né avevano responsabilità alcuna le colonne, i pompon o la palma in vaso, che pure ebbe un piccolo ma significativo ruolo nella vicenda. Che la donna indossasse solamente quel malizioso sorriso avrebbe certamente potuto turbare le anime più candide, ma non sarebbe stato sufficiente a far attribuire la definizione di scabrosa a quella immagine: a rendere decisamente pruriginoso quello scatto era il fatto che stesse cercando di accoppiarsi con lo spaesato animale.

Sorpreso in flagrante mentre tentava di vendere quella fotografia, il fotografo André Le Fèvre si trovava in tribunale, impegnato nella difesa della sua opera e con essa di se stesso dall’accusa di oscenità e produzione di materiale licenzioso, rivendicando la natura artistica di un’immagine costruita esclusivamente con l’intento di far rivivere lo spirito della mitologia classica greca. Che fervore nella sua arringa, culminata elencando al giudice tutta una serie di miti ellenici in cui una donna si accoppiava con una divinità presentatasi in forma animale! Prova ulteriore del suo intento didattico erano le colonne doriche della scenografia, per non parlare poi della palma in vaso, scelta da lui stesso dopo estenuanti ricerche attraverso l’intera città di Parigi, dettaglio che provava inequivocabilmente le sue buone intenzioni. Evidentemente il giudice doveva essere assertore del detto secondo cui il diavolo si nasconde nei dettagli, dato che condannò Le Fèvre a 6 mesi di carcere dove morì di polmonite nel 1841.

Una storia interessante. Tanto interessante quanto falsa. Si tratta di un’invenzione letteraria di Kurt Vonnegut che possiamo leggere nel romanzo Mattatoio 5, e che restituisce realisticamente una situazione abbastanza comune agli albori della scienza fotografica.

Accanto al fiorente mercato del nudo fotografico si sviluppò immediatamente quello parallelo e altrettanto remunerativo della pornografia, da subito contrastato con duri provvedimenti legislativi. Eccezionale documento conservato fino a oggi è il DOSSIER BB3, corposo fascicolo di 303 pagine redatto tra il 1855 e il 1868 dalla polizia francese, ricco di verbali d’arresto e altre informazioni su fotografi, venditori e modelli coinvolti in questo mercato, il tutto corredato da un centinaio di foto sequestrate in quegli anni.

Da sempre labile il confine tra nudo artistico e pornografia, continuamente spostato in base alla sensibilità del fruitore dell’immagine e alla morale dell’epoca: se oggi le donne legate e umiliate di Araki sono considerate forma d’arte, ben diverso trattamento fu riservato a Irving Klaw per i suoi irriverenti scatti con protagonista la pin-up Betty Page, processato nel 1955 e condannato a bruciarne i negativi, materiale di cui fortunatamente non tutto andò perduto. E chissà quale accoglienza avrebbero ricevuto i 110 cianotipi realizzati tra il 1890 e il 1900 da Charles-François Jeandel se fossero stati resi pubblici, le cui conturbanti modelle legate, incatenate ed esibite in pose sottomesse, ne fanno un vero e proprio antesignano del genere sadomaso.

Che il concetto di immagine pornografica sia soggettivo è un dato di fatto e gli esempi non mancano. È il 1962: in una stanza del Bel Air Hotel di Los Angeles, il trentaseienne Bert Stern è impegnato in una lunga sessione fotografica che entrerà nella storia. Si tratta dell’ultima seduta di Marilyn Monroe, che morirà pochi giorni dopo, il 3 agosto. Quelle foto, incredibilmente giudicate audaci, frutteranno all’editore Ralph Ginzburg un’assurda condanna per diffusione di materiale pornografico. Ma la storia è una ruota che gira, e la bigotteria è sempre in agguato.

Una brunetta sorridente, seduta su un divano giallo, lo sguardo fisso di fronte a sé. Indossa solamente un trench verde e stringe il seno destro tra le mani. Un accenno di peli pubici entra nell’inquadratura. La foto, pur non eccelsa dal punto di vista compositivo, viene scelta come locandina della mostra Das bild des Körpers allestita nel 1993 a Francoforte sul Meno. E iniziano i problemi: i Balcani sono in fiamme, e il procuratore della Deutsche Städtereklame vede in questa foto un riferimento alle donne bosniache violentate, etichettandola come oscena con conseguente censura. Per quanto ci si soffermi sulla foto di Bettina Rheims, è impossibile trovarvi un solo elemento che giustifichi l’operato dell’amministrazione pubblica, il cui intento censorio ebbe come unico risultato quello di attirare frotte di curiosi visitatori.

L’odierna quotidianità della pornografia, veicolata in modo incontrollato tramite internet e, più subdolamente, attraverso allusivi modelli comportamentali a sfondo sessuale con cui ci bombardano i mezzi di comunicazione, ha portato all’interessante fenomeno dell’annullamento della distanza tra pornografia e arte, situazione che emerge nei lavori di Edouard Leve, Michael David André e Lina Scheynius. Vale inoltre la pena segnalare i fotografi Thomas Ruff con le sue immagini esplicite scaricate dal web e rielaborate su pellicola, Wim Delvoye che ritrae l’atto sessuale riprendendolo ai raggi X, ottenendo immagini disturbanti che sembrano tratte da manuali anatomici, e l’interessante quanto provocatoria mostra The Porn Identity – Expeditionen in die Dunkelzone, allestita a Vienna nel 2009.

Per un sintetico excursus sulla storia del nudo fotografico: http://www.mumbleduepunti.it/site/index.php/2011/08/08-2011-breve-storia-del-nudo-fotografico-2/

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