[Imprimatur] Furti caduti in prescrizione

Fu quella la mia prima estate di sesso, droga e rock’n’roll. E soprattutto di furti premeditati.

Claudio Cavazzuti
Il Rasoio

Devo scrivere qualcosa che abbia come tema il porno. Domani c’è Indidee e non posso mancare al numero collettivo di Mumble:. Accendo il pc, clicco col tasto destro: “nuovo” – “documento di ms word”. Sto per nominarlo con il nome “porno”, ma fermi tutti. Vallo a spiegare te, ai professoroni con i quali partecipo ai convegni scientifici il motivo per cui c’è un file intitolato “porno” sul mio desktop. Forse è meglio chiamarlo “indidee”. Diciamo che la provocazione di Mumble: sta già sortendo i suoi effetti.

Mentre scrivo, mangio un piatto di tortellini confezionati della coop affogati nella panna coop al limite della scadenza, entrambi i prodotti comprati in offerta. Ci sono anche due bottiglie sul tavolo: una di acqua Monte Cimone della coop, quasi finita, e una boccia di primitivo avanzato da ieri sera (me lo ha portato il mio amico Enrico, sennò si beveva lambrusco di Settecani imbottigliato in casa). Me lo scolo a collo, il primitivo, col suo bel nome ancestrale, che i miei coinquilini non sono ancora rientrati, quindi licet. Mi accendo una sigaretta: Monia vorrebbe che fumassi in cucina, insomma le dà fastidio. Ma ora non c’è, poi magari apro la finestra. A lei non scappa mai l’odore di fumo, ma ci passa sopra.

Ritornando al tema principale di questo numero, mi vengono subito in mente i furti collettivi che mettemmo in atto con la banda (di monelli) nel bimestre luglio-agosto del ’95, tra la seconda e la terza media, nel nostro soggiorno estivo di Montecreto. Fu quella la mia prima estate di sesso, droga e rock’n’roll. E soprattutto di furti premeditati.

Il mercoledì era giorno di mercato nella circonvallazione di sotto e non passava mercoledì, in tutto otto o nove, che non portassimo via all’ambulante uno dei dischi in vendita. Il piano aveva qualche variante, ma essenzialmente si svolgeva secondo una prassi consolidata e poco fantasiosa. Due di noi, a turno, scendevano dal parco dei castagni alla strada del mercato, uno distraeva l’ambulante (un signore mezzo pelato con i baffi) chiedendo se era uscito qualcosa di nuovo, tipo it’s five o’clock somewhere degli Snakepit. Lui cercava un po’ e nel frattempo il compagno da dietro si intascava una, a volte due musicassette. Il piano si complicava quando insieme all’omino coi i baffi c’era la moglie. A quella non sfuggiva niente, quindi bisognava aspettare che si accumulasse un po’ di calca per riuscire a farla franca.

A dire il vero, io non sapevo nemmeno chi fossero gli Snakepit; facevo finta di saperlo per non sembrare il ragazzino sfigato che ascoltava solo musica italiana.

Fu così, che quell’anno ascoltai Fear of the Dark degli Iron Maiden, in Utero dei Nirvana, e and Justice for all dei Metallica. Non li digerii subito, ma il rock’n’roll venne a piacermi e quando poi sentii per la prima volta le dodici battute dell’assolo di Slash e il tripudio di chitarre di Back and forth again cominciò con la musica un amore che con i suoi alti e bassi continua ancora oggi. Fumai anche la mia prima mezza sigaretta, che rimase l’unica a lungo, e bevvi anche il mio primo bicchiere di vodka. Era al melone. Pessima scelta.

Per rubare invece i giornaletti pornografici, non c’era bisogno di aspettare il mercoledì. Come in tutti i paeselli di montagna o della bassa, in piazza non ci sono più di tre negozi. La farmacia, l’immancabile bar sport così ben dipinto da Stefano Benni, e il “varia”. Il varia racchiude in sé le funzioni di alimentari, tabaccheria, edicola, e in minor misura (sempre che non ne esista una specializzata) di ferramenta. Il vocabolario di italiano non contempla un sostantivo che racchiuda in sé tutte queste funzioni e significati, di solito quindi il varia porta il nome o il cognome del proprietario. Il “varia” in piazza a Montecreto era sempre aperto, anche la domenica, benché il giorno della messa non fosse proprio il più adatto al genere di esproprio che avevamo in mente.

Per rubare le riviste sconce era tutto più semplice: il negozio era grande e il proprietario piuttosto vecchio e mezzo cieco. Bastava che il figlio non fosse nei paraggi per farla franca facilmente. Anche dal barbiere su per la via del castello c’era qualche giornale di quel tipo, ma erano per lo più fumetti in bianco e nero. Andavano bene anche quelli, naturalmente.

Il fatto è che non si rubava per se stessi: il bottino, di qualunque cosa si trattasse, veniva nascosto nel tronco cavo di un castagno del parco e – almeno in teoria – doveva rimanere lì. Si rubava per dimostrare di avere fegato, per tenere in mano qualcosa di vietato ai minori, non per portarsi a casa qualcosa.

Alla fine dell’estate venne un violento acquazzone, di quelli che arrivano a informarti che è ora di rimetterti sui libri, che di lì a poco è ora di tornare in città e poi a scuola. Tutto il bottino cartaceo andò in brandelli e anche il bel seno di Selen marcì.

Oggi che ci penso, da adulto abbastanza consapevole, il rapporto col sesso e fra sessi, vent’anni fa era molto strano. La pornografia era un tabù, su questo non ci piove. Però quando i grandi e i nonni andavano alla pista di pattinaggio a ballare il liscio, li vedevo tenersi ben stretti, uomini e donne, mano nella mano, i più arditi petto contro petto. Nel tango si sfioravano anche le gambe e le gonne roteavano senza vergogna. Capitava spesso che un signore sposato invitasse a ballare una signora sposata che non fosse la sua. Chi aveva da obiettare? Mica era volgare. Era un atto di pura eleganza e galanteria. Oggi qualcuno sarebbe capace di chiamarli scambisti. Prova tu oggi in discoteca, a chiedere a una donna seduta vicino al suo compagno se le va di ballare. Nel migliore dei casi ti arriva una castagna in fronte. Comunque tutti si imbarazzano come se si materializzassero in un film porno senza preavviso.

Oggi se ti va un porno, vai su internet. Non devi rubare, è gratis, ci metti un attimo, non rischi niente. Lo fanno tutti, è free. E più acquistiamo freedom, più ci imbarazziamo e ci creiamo nuovi tabù assurdi. Alziamo il volume della musica, aumentiamo la velocità (i lenti sono fuori moda), odiamo le pause nei discorsi e quando balliamo non ci teniamo mai per mano, non ci stringiamo petto contro petto.

Mi vedessero i miei ballare: mia madre penserebbe “quanto sei sgraziato, figlio mio!” e mio padre direbbe “di sicuro quello non è figlio mio”.

È una questione di distanze, quella col sesso e fra sessi. La pornografia, che oggi è un fenomeno pop, è pur sempre grafia, rappresentazione, non certo realtà. È fantasia, e come tale si concede pochi limiti. Nei confini limitati della realtà mi pare siamo un po’ regrediti, nel senso che col sesso e fra sessi abbiamo tutti fatto un passo indietro, aumentando le distanze che ci separano, come se non fosse naturale stringersi petto contro petto durante un ballo, mentre una pornostar che fa sesso con un cavallo ormai non fa più neanche notizia.

Il pudore non sta nel corpo e nell’uso naturale che se ne fa, sta nell’anima.

Frequentando un ambiente scientifico per lavoro, tendo a essere progressista, positivista. Ma se progredire tecnicamente significa tecnicamente rincoglionirsi, allora preferisco essere considerato un pugnace conservatore.

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