[Imprimatur] Natural Porn Killers

Non ho esattamente idea del perché, prima d’ora, guardando un porno non mi fossi mai avventurato in pensieri arditi quali ma queste attrici (e attori) non avranno situazioni difficili alle spalle? Fatto sta che le mie teorie buoniste su un mondo in cui tutti fanno sesso con tutti, in sicurezza, ed esclusivamente perché ne hanno voglia, hanno subito profonde revisioni.

La redazione di M: è composta all’incirca da venticinque persone, tutte più o meno laureate, certamente iperscolarizzate. Eppure nessuna di queste sarebbe in grado di recitare di fila quattro terzine dantesche o scespiriane, affidandosi esclusivamente alla propria memoria.

Hunter Bryce, tra le proprie innumerevoli doti, aveva anche questa.

Conosceva Shakespeare e Dante e sapeva recitare i loro componimenti con la giusta intonazione. Non solo: sapeva farlo while squirting on a fat cock.

Basta una veloce ricerca in rete per reperire video di Hunter mentre si produce in questo ammirevole esercizio (se non avete ancora inteso di cosa stia parlando, copincollate la frase di cui sopra su Google Translate).

Hunter B., al secolo Kathryn Sue Johnston, aveva conseguito col massimo dei voti un master degree in letteratura presso l’Università di Pittsburgh.

Poi aveva scelto di consacrare la sua vita al porno.

Non parlo di lei al passato per qualche incomprensibile scelta stilistica, ma perché la povera Kathryn è stata ritrovata morta, quasi un anno e mezzo fa, nel suo appartamento di Los Angeles.

Causa: overdose alcolica.

La notizia – riferitami casualmente da mio fratello – mi ha lasciato di stucco.

Sì, insomma, in redazione si stava ardentemente dibattendo su quali sarebbero dovuti essere i contenuti del nuovo numero a tema pornografico e, all’improvviso, una notizia tragica fa crollare il mio castello di carte fatto di teorie a base di rose e fiori sul mondo dell’intrattenimento per adulti.

Approfondendo la ricerca sulla compianta Hunter, mi sono imbattuto in una serie di dati che ha ulteriormente incrinato la mia visione quantomeno ingenua sulla più profittevole industria della San Fernando Valley.

Tra questi, la constatazione che nell’ultimo anno e mezzo almeno cinque pornostar siano morte per cause plausibilmente riconducibili alla loro professione (stati di depressione terminati con suicidi o overdose, operazioni di chirurgia estetica finite male, HIV).

La cosa che più mi ha indotto alla riflessione è stata la biografia di Kathryn.

Da una pornostar suicida ci si aspettano trascorsi infernali: violenza, abusi, abbandoni; una breve carriera scolastica.

Per Kathryn queste cose non valevano.

Era la figlia benestante e beneducata di una famiglia benestante e beneducata.

Viene abbastanza naturale dedurne – forse a torto – che il non convenzionale ambiente lavorativo in cui operava abbia contribuito alla discesa agli inferi della giovane ragazza.

Proseguendo le ricerche, digitando combinazioni tipo quitters pornstars o analoghi patetici inglesismi per cui vado pazzo, ho trovato decine di dichiarazioni di attrici pentite.

A un certo punto dell’indagine mi è risultato però lampante un dato: per quanto scioccante la storia di Kathryn fosse, era davvero da considerarsi un’eccezione.

Di tutte le restanti pentite e/o distrutte dall’industria a luci rosse, lei era a conti fatti l’unica ad avere avuto una reale alternativa, una vita “normale” alle spalle.

Tutte le altre erano (o sono), con varie gradazioni di tragedia, donne vittime delle peggiori sfighe che la vita possa infliggere.

Da genitori pedofili a mariti violenti, da situazioni di povertà nefasta a gravi dipendenze, le avevano passate più o meno tutte.

E, sicuramente, non avevano compiuto il loro ingresso nel business con grande consapevolezza di ciò che questo avrebbe comportato.

Semplicemente, lo avevano fatto per mancanza di alternative.

***

Caratteristica che accomuna le pornostar redente è la velocità pazzesca con la quale rinascono in Cristo, una volta salutata la valle di San Pornando.

Tutte trovano un’incredibile, inossidabile, fede nelle dottrine più conservatrici (e repubblicane) del variegato mondo cristiano americano.

Tra queste, spicca Shelley Lubben.

Shelley ha dato il via a una società no profit chiamata Pink Cross, che opera in favore della sensibilizzazione sul tema degli abusi nell’industria pornografica.

Impresa nobile, non fosse per le continue indagini sull’uso che viene fatto delle donazioni alla fondazione e per il fatto che tutte i particolari che Shelley ha raccontato sul proprio passato di attrice abusata si siano rivelati falsi (uno su tutti, la storia di come abbia contratto il papilloma virus che la affligge da qualche anno. Ha sempre affermato di averlo preso durante delle riprese, fino a quando una perizia di un medico legale ha inconfutabilmente dimostrato il contrario).

Dopo la visione di qualche ora di interviste ad attrici pentite, ho capito che forse le dichiarazioni di integraliste cristiane riguardo all’industria pornografica non erano del tutto attendibili.

Dunque mi sono detto: c’è qualche attrice ancora nel business, rinomatamente considerata smart, che abbia rilasciato qualche dichiarazione recente in merito alle condizioni di lavoro?

I nomi che mi sono venuti in mente – ovviamente nomi d’arte – sono stati due: Sasha Grey e Kaideen Kross.

Sasha Grey ha in realtà lasciato l’industria nel 2011, alla tenera età di 24 anni.

Aveva iniziato a 18 ed era velocemente ascesa agli onori delle cronache di settore per la sua predisposizione a interpretare qualsiasi tipo di scena.

Il suo primo partner fu Rocco Siffredi, al quale domandò prima di iniziare a girare “Could you punch me in the stomach while fucking?” (il buon Rocco rispose “Don’t you think that’s too much?” e lei “I thought you guys were afront”. Giusto per far capire come voleva girassero le cose).

L’abbandono dell’industria Sasha lo ha sempre motivato con ragioni squisitamente professionali: aveva già raggiunto il massimo in quel campo e a un certo punto ha deciso di provare a cimentarsi in altro.

Ora recita con Steven Soderbergh, suona in una band di noise rock e fa la pittrice.

(Ah, ama pure dichiararsi prosecutrice ideale delle battaglie di Lotta Continua. Sì, sì: la “nostra” Lotta Continua. Quella di Sofri, Mughini, Liguori, Lerner, Capuozzo e Dario Argento. Quando ancora ci credevano sul serio, in Mao Zedong).

Beh, queste le sue dichiarazioni più recenti (fatte già da “ex”) riguardo alle condizioni lavorative sui set a luci rosse:

(People think) that we’re dumb girls that were victims of abuse, strung out on drugs, that we don’t know what we are doing, and aren’t business-minded. I was very aware of it when I got started and kept in mind it was a possibility I would meet people like this (trying to take advantage of her). But the reality is that there are a huge amount of women who are very happy with their careers and where they have gone in their lives. It’s a shame we don’t hear the positive stories anymore. I was not in a Linda Lovelace situation, and it’s a shame that positive ones don’t get more exposure

E interrogata su quale fosse il suo stato d’animo quando si propose come attrice:

I was working and going to college full-time. I saw an opportunity for myself to challenge the industry, and to continue to explore my sexuality in a really safe and controlled environment. But also to encourage men and women to not be afraid of who they are sexually, especially women because we’re still a minority and we’re still sexually repressed. Why isn’t there somebody talking about this who isn’t Dr. Ruth? She’s great at what she does, but we don’t have somebody for the younger generation where you feel like you can relate to that person. I can’t listen to Dr. Ruth and go, “Oh, I can relate to her because she’s experiencing it and she’s living it.” She learned it from a textbook, you know?

Parole non esattamente attribuibili a una ragazza inconsapevole, raggirata o in conflitto con la propria sessualità.

Ragionamenti analoghi a quelli di Sasha (e descrizioni dettagliate dei rigidissimi regimi di controllo sanitario nell’industria pornografica americana) si trovano sul blog di Kaideen Kross, attrice laureanda in psicologia.

Le conclusioni che ho tratto da questo alacre documentarmi?

Innanzitutto che l’industria del porno ha chiari e scuri.

Non ho esattamente idea del perché, prima d’ora, guardando un porno non mi fossi mai avventurato in pensieri arditi quali ma queste attrici (e attori) non avranno situazioni difficili alle spalle? Fatto sta che le mie teorie buoniste su un mondo in cui tutti fanno sesso con tutti, in sicurezza, ed esclusivamente perché ne hanno voglia, hanno subito profonde revisioni.

Senza dubbio sarebbe utile cercare di informare i miliardi di consumatori di porno – attraverso campagne assennate e non sostenute da chissà quale ardore religioso – su dove si localizzino i più frequenti casi di abusi sugli interpreti.

Sarebbe bello raccogliere notizie più precise intorno a come operano le varie case di produzione e le varie agenzie di casting.

Eppoi, una volta scovate quelle meno virtuose, boicottarle.

Mi rendo conto di come, detta così, quest’idea possa apparire una pia illusione.

Ma siamo nel 2012 e niente è impossibile. Gli avvezzi alla masturbazione online con qualche rigurgito etico, possono iniziare da qui.

La mia ricerca ha comunque anche rafforzato alcune convinzioni che avevo relative ai tipi antropologici che compongono la vasta schiera dei critici del porno.

Solitamente si tratta di persone che, alternativamente:

a)     trovano immorale qualsiasi tipo di prestazione sessuale effettuata (sebbene di propria sponte) in cambio di qualcosa. Sembrano non realizzare che il sesso è un atto profondamente sociale, quando a farlo sono esseri umani e non antilopi o zebre. È condizionato dai nostri desideri, che spesso sono condizionati dagli usi e costumi della collettività. Sicuramente più di una volta ognuno di noi si è ritrovato a fare sesso per ottenere qualcosa che ritenesse necessario per motivi trascendenti il proprio piacere o il desiderio di procreare. Fosse anche solo l’avere rapporti per riappacificarsi col proprio partner, in seguito a un litigio. Non c’è grande differenza tra atteggiamenti di questo genere e il fare sesso per soldi; ergo le accuse di immoralità andrebbero lasciate a casa;

b)     non sono capaci di concepire l’eventualità che, soprattutto quando si ha a che fare con la sfera del sesso e dei sentimenti, non esistano categorie universali. Al netto degli abusi (di qualsiasi tipo), risulta abbastanza evidente che esperienze sessuali che qualcuno può trovare degradanti, possono invece essere estremamente divertenti per altri. La difficoltà di alcuni a comprendere – o ad accettare – questo semplice assunto, alimenterà dibattiti inutili sulla legittimità di certi comportamenti sessuali per sempre;

c)     seguono entrambi i ragionamenti precedenti.

Esiste un’altra verità da tenere in considerazione: le scelte che si fanno riguardo alla propria sessualità, essendo spesso dettate dalle circostanze del momento, possono facilmente indurre a stati di pentimento o a conseguenze inaspettate e non necessariamente positive (soprattutto di carattere psicologico).

Ovviamente, ognuno è responsabile delle proprie azioni e personalmente troverei alquanto difficile incolpare qualcun altro all’infuori di me stesso se, dopo aver spontaneamente interpretato una scena pornografica, mi sentissi “sporco”.

Ci sono conseguenze spiacevoli che però non dipendono unicamente da stati d’animo di smarrimento o depressione, ma da faccende più concrete.

Le difficoltà che ogni ex professionista del sesso incontra, quando tenta di re-inserirsi nella società “normale” sono enormi. E troppo spesso unicamente dettate da pregiudizi e ipocrisie assai diffuse nella società occidentale attuale.

Sarebbe bello sbarazzarsene.

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