[Imprimatur] Su ‘Scuola di nudo’ di Walter Siti

Per parlare di pornografia nelle opere di Walter Siti mi concentrerò sul suo primo romanzo, Scuola di Nudo

Gabriele Zobele
lo spazio esposto

Per parlare di pornografia nelle opere di Walter Siti mi concentrerò sul suo primo romanzo, Scuola di Nudo, dicendo subito che essa è lo specchio attraverso il quale il protagonista di questa «autobiografia di fatti non accaduti» (così l’autore in Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti, ora reperibile online in Le parole e le cose) elabora la propria visione del mondo, se non la propria religione.

Riducendo la questione all’osso, per chi non l’avesse letto dirò che, come molti dei romanzi di Siti (almeno quelli della prima triade) anche questo si modella su alcuni denominatori comuni: a essere in scena è un professore universitario che condivide con l’autore, oltre alla carriera accademica, nome di battesimo e diverse altre caratteristiche (leggermente discordanti da libro a libro).

In Scuola di Nudo, Walter insegue continuamente l’ideale di bellezza che egli definisce nudo maschile, particolare disposizione del corpo virile (di un culturista) che rappresenterebbe un’incrinatura della realtà tale da permettere al professore voyeur, nella contemplazione estatica di quei corpi, una momentanea esenzione dall’odiatissimo mondo terreno: «Mi fanno ridere quelli che dicono “no, i culturisti non sono attraenti, hanno troppi muscoli, sembrano finti”; ma è esattamente così che dev’essere, i nudi non devono apparire belli secondo il mondo, anzi in genere il mondo li trova sproporzionati. Il nudo divino è ospite in un corpo, vi emerge come una roccia dalla sabbia, disarmonico dal punto di vista della materia che l’imprigiona; […] la sua perfezione appartiene a un altro ordine» (p.16).

Nel pantheon personale in cui Walter alloggia i propri idoli, però, la logica dominante è quella del catalogo, e l’Arcadia tende ad assomigliare a una palestra: «li immagino viventi tra loro su un prato ameno, solleticarsi i capezzoli con foglie e forchette, passarsi l’aranciata, misurare i giavellotti […]. Mi piace spiare la loro vita proprio perché è catalogabile e collezionabile […]; per questo la macchina fotografica è l’autentico organo del mio desiderio, perché fissa il movimento in poche immagini statiche su una sottile membrana; per questo, anche, le mie più stupende avventure si concludono con un clic» (p.13).

Questo è probabilmente l’essenziale nesso pornografico dell’ossessione del “professore”; la logica terminale del feticcio, che le falsate autobiografie sitiane ribadiscono, riproponendoci sotto le mentite spoglie di un io autobiografico questa nostra nevrosi da zoo: viviamo in gabbie con mura dipinte di fiumi e finte foreste; lavoriamo in luoghi che danno l’impressione che funzionerebbero molto meglio se noi non ci fossimo, mentre il nostro avatar vive tranquillamente in una casa virtuale,  al punto che, per esistere, anzi per nascere (vedi p.6), per guadagnarsi «un’individualità», tocca scriversi in un’autobiografia.

La nostalgia del desiderio si misura in pagine d’album fotografico.

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