Archetipi e sceneggiatori copioni

L’unico aspetto positivo dell’insonnia è che ti permette di recuperare film più o meno recenti...

Le 2 di notte e sono ancora sveglio. L’unico aspetto positivo dell’insonnia è che ti permette di recuperare film più o meno recenti: il truculento e rarefatto Valhalla Rising, l’ironica poesia di Beyond our Ken e Castaway on the Moon, le coloratissime follie visive di Scott Pilgrimm VS the World e Kamikaze Girls.Per non dimenticare Atomik Circus, trasposizione cinematografica in versione pulp dei Grandi Antichi nati dalla penna di H.P. Lovecraft.

In sostanza, tutti film che probabilmente ben pochi oltre a me hanno visto, e questo chiarisce in modo inequivocabile la mia difficoltà nel trovare chi venga al cinema con me.

In una di queste nottate senza sonno mi sono imbattuto in La mia vita a Garden State (2004), deliziosa opera prima di Zach Braff, classico esempio di film che nessuno si fila quando esce al cinema, ma che diventa un cult con il passaparola. Un po’ come Donnie Darko, ma senza conigli giganti che annunciano la fine del mondo, pur narrando entrambi di smarrimento generazionale.

Con il cuore gonfio di entusiasmo per la mia tardiva scoperta di questo gioiello, scrissi una e-mail a Diletta Dalzovo, quota rosa mumblara nonché appassionata cinefila, la quale mi raggelò facendomi notare come solamente io non avessi ancora visto quel film.

Ma bisogna riconoscere che Diletta è talmente graziosa che avrebbe potuto dirmi qualunque cosa e non me la sarei certo presa. Mi consigliò però di dare uno sguardo a Hesher è stato qui (2010), definendolo “una bazza malatissima, decisamente assurdo”. Ebbene sì, Diletta rimane graziosa anche quando si esprime come una carrettiera. Non che lo faccia abitualmente. Non sempre, almeno.

La visione mi ha suscitato diverse perplessità, poche luci e troppe ombre nella sceneggiatura, ma c’era qualcosa che non mi tornava. Avevo già visto quel film. Cioè, non Hesher, ma il suo archetipo.

E d’improvviso l’illuminazione: da un certo punto di vista si tratta del moderno adattamento di un classico western, Il cavaliere della valle solitaria (1953), dove il protagonista che arriva dal nulla viene ospitato in un ranch diventando l’idolo di un bambino, per poi ripartire scomparendo all’orizzonte una volta portato a termine il proprio incarico.

Ma ancora meglio Hesher si adatta alla successiva variante sul tema, Lo straniero senza nome (1973) di Clint Eastwood, dove appaiono evidenti i parallelismi tra gli handicap di T.J. e Mordecai (emotivo il primo, fisico il secondo), nel risveglio dal torpore del padre del bambino e dei remissivi abitanti del villaggio, e nella scena finale con la casa di T.J. imbrattata da Hesher, speculare al paese verniciato di un infernale rosso che si lascia alle spalle Clint Eastwood.

È noto che nulla si crea e nulla si distrugge, ce lo dice chiaramente il primo principio della termodinamica, e se a questo sommiamo una deficitaria vena creativa degli sceneggiatori, la sempre più breve memoria dello spettatore medio e una spolverata di effetti speciali, ecco che la riproposizione di archetipi narrativi aggiornata alla contemporaneità viene quindi sostituita da spudorate scopiazzature.

Giusto per fare qualche esempio, il tanto celebrato Avatar (2009) altro non è che la storia di Pocahontas in versione futuribile, Eragorn (2006) ricalca pedissequamente la successione di eventi di Guerre Stellari (1977) sostituendo le astronavi con draghi dalla fastidiosa voce petulante di Ilaria D’Amico, Per un pugno di dollari (1964) altro non è che Yojimbo (1961) ed entrambi sono liberi adattamenti di Red Harvest (1929), racconto di Dashell Hammett che sarà esplicita base di partenza per Ancora vivo (1996): Walter Hill rimarrà fedele al racconto originale facendo agire Bruce Willis sullo sfondo degli Stati Uniti in pieno proibizionismo, con Kurosawa uno straordinario Toshiro Mifune sarà mattatore nel Giappone feudale mentre Sergio Leone riscriverà i canoni del genere western, ma in tutti e tre i casi si tratta dell’ennesima declinazione della figura del cavaliere senza nome né passato.

Un po’ come la diabeticamente zuccherosa Mary Poppins: scende dal cielo, riporta l’armonia in un contesto sconvolto dagli attriti di due fazioni (figli opposti ai genitori) e dopo aver compiuto la propria missione “l’erotomane degli spazzacamini e maghetta dello schiocco di dita”, per usare le parole di Diletta, se ne va senza aver svelato nulla del proprio passato.

Già, Diletta a volte si esprime decisamente sopra le righe. Ma rimane graziosa.

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