Carolina Marisa Occari – Tra Rembrandt e Morandi

La finestra della cucina incornicia la neve che scende lenta e morbida nel giardino interno della casa di via Francesco del Cossa, a poca distanza dalle austere linee dell’ex convento di Santa Maria dei Servi, ovattando ogni suono proveniente dalla strada. È qui che incontro Carolina Marisa Occari. Non si tratta di un’intervista vera e propria, ma di una chiacchierata informale che procede per libera associazione di ricordi: la grande nevicata nel giorno della prima Comunione, così simile al “nevone” di felliniana memoria, i soggiorni in Friuli dove il padre era addetto al controllo delle dighe sul Tagliamento, la prova d’esame al liceo artistico di Venezia alle prese con la decorazione per un campanile, un pellicano che si apre il petto, simbolo di carità nell’iconografia cristiana.

Il Po è tutto

Il tono della voce rivela l’amore profondo per il grande fiume, un luogo dell’anima che è tema ricorrente della sua produzione artistica, al centro, solo per citare alcune iniziative, dell’esposizione nel trentennale dell’alluvione del Polesine su invito dell’Accademia dei Concordi, o dell’originale Paesaggi d’acqua del 2002, in cui alle sue vedute fluviali vennero accostate le seicentesche incisioni di Jean Pesne tratte da disegni del Guercino.

Michelangelo Antonioni sosteneva che “non è affermazione patetica dire che le genti padane sono innamorate del Po”, con l’infinita distesa in cui scorre il fiume così simile ai paesaggi fiamminghi di Rembrandt, le cui acqueforti affascinarono Marisa Occari in gioventù avvicinandola al mondo dell’incisione.

Spesso al termine di un lungo nastro bianco nella strada appare un campanile, dopo un ammasso di case su un terreno piatto: è un villaggio, sul cielo spiccano le case imbiancate e i mattoni bruni dei campanili. Salvo la luce, lo si direbbe un paesaggio olandese; tutto intorno scintillano e dormono le acque, cantano verso sera le rane. (Hippolyte Adolphe Taine, 1828-1893)

Atmosfera, quella narrata da Taine, catturata sapientemente nei paesaggi di Marisa Occari: in fondo quando si nasce sulle rive del grande fiume, quando si cresce all’ombra dei suoi argini, è del tutto naturale considerarlo come un membro della famiglia, anche quando la sua furia spazza i paesi sorti lungo le sponde. Nel 1951, l’alluvione del Polesine devasta un territorio povero, già duramente provato dagli eventi bellici: a 24 anni Carolina in sella alla bicicletta si sposta lungo gli argini sbrecciati, realizzando incisioni in cui convivono in perfetto equilibrio ricerca estetica ed esigenze descrittive dell’evento, un reportage che le fruttò i primi riconoscimenti della sua lunga carriera.

Nata a Stienta nel 1926, frequenta la scuola d’arte Dosso Dossi di Ferrara, dove è allieva di quel Nemesio Orsatti (1912-1988) di cui recentemente in città è stata allestita una retrospettiva, quindi il liceo artistico di Venezia e infine l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove avviene l’incontro con Giorgio Morandi.

“Questa potrebbe già essere una cifra stilistica, ma non fermarti, continua a sperimentare”

L’incontro con l’artista bolognese sarà fondamentale. Dopo aver preso visione dei suoi primi lavori la incoraggiò a proseguire nel campo dell’incisione, stimolandola ad approfondire l’uso del chiaroscuro e sostenendola materialmente in prima persona nel suo percorso di crescita artistica: fu lui stesso a realizzare il progetto del torchio con cui Carolina Marisa Occari allestì il proprio studio, proponendole inoltre di ricoprire l’incarico di sua assistente cui dovrà rinunciare, con un certo rammarico, per questioni famigliari. Seguono anni di allontanamento dalla scena artistica, durante i quali si dedica alla costruzione della propria famiglia e all’insegnamento di materie artistiche nelle scuole del basso ferrarese; il suo nome tornerà alla ribalta agli inizi degli anni ’80 per l’interessamento di Laura Gavioli, sua ex allieva, riprendendo un’intensa attività incisoria ed espositiva che prosegue ancora oggi con immutata passione.

 

(Ferrara, 22 dicembre 2012)

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