Caso Boateng – Il razzismo gioca in casa

L’esclusione di certe persone dalla progettazione di un futuro evidentemente condiviso è una castrazione sociale: è sciocco e barbaro fermarsi a sottolineare le diversità tra le genti piuttosto di pensare al futuro loro comune.

Durante l’amichevole tra la Pro Patria, storica squadra di Busto Arsizio, e il Milan, alcuni tifosi hanno regolarmente fischiato e coperto di latrati e altri versi animaleschi a sfondo razzista ogni giocata di pallone di Boateng, calciatore ghanese del Milan. Il fuoriclasse rossonero dopo aver sopportato “buuu” et similia per 26 minuti, ha infine scagliato il pallone nel settore caldo dello stadio, si è levato la maglia e si è incamminato verso gli spogliatoi.

Per la prima volta in Italia un calciatore ha interrotto una partita in aperta protesta nei confronti degli insulti razzisti a lui rivolti. I giocatori locali si sono precipitati a scusarsi con il diretto interessato, ostentando solidarietà per il suo gesto e implorandogli di ripensarci; curiosamente, si sono completamente dimenticati di dire alcunché ai loro tifosi, nessuna parola di ammonimento, probabilmente perché in fondo rivolgersi ai responsabili è un brutto mestiere.

Nel giro di pochi minuti l’intera squadra del Milan, e a questo dobbiamo rendere onore, ha seguito il compagno nella sua protesta contro queste forme di razzismo imponendo la conclusione anticipata della partita. Le dichiarazioni dell’allenatore Allegri e del capitano Ambrosini a commento dell’accaduto hanno rafforzato la necessità di combattere questi comportamenti aberranti, ribadendo la condivisione della protesta di Kevin-Prince Boateng da parte di tutta la società rossonera.

Il razzismo è un problema sociale, impedisce l’affermazione di modelli di società equi, volti all’allargamento, alla partecipazione e alla riproduzione della società stessa. L’esclusione di certe persone dalla progettazione di un futuro evidentemente condiviso è una castrazione sociale: è sciocco e barbaro fermarsi a sottolineare le diversità tra le genti piuttosto di pensare al futuro loro comune. Questo è il razzismo, ed è compito della politica combatterlo.

Il razzismo negli stadi non è che una modalità in cui si presenta lo stesso sentimento di diffidenza e introversione. E chi può stigmatizzarlo meglio di un politico che possieda una squadra di calcio e magari controlli una buona parte dell’industria culturale pop del paese? Guarda caso il politico in questione è proprio il presidente del Milan.

Peccato però che nella sua vita da “onorevole” il nostro abbia presieduto pure tre governi da alleato dei padani, famosi per la loro esterofilia, promotori di concetti innovativi come il reato di clandestinità della persona, delle ronde padane contro gli stupratori rumeni e della divisione delle classi per i figli degli italiani e quelli degli stranieri.

Il nostro è (ancora?) uno strenuo difensore della cittadinanza iure sanguinis, si vanta di essere stato amico prima che alleato del colonnello Gheddafi, uniti nella lotta contro il potente esercito dei Disperati Subsahariani, in viaggio verso l’Europa, o verso una qualsiasi società migliore, equa, inclusiva, pacifica. Perché è questo che le persone vogliono, prima di ritrovarsi imprigionati nei campi di detenzione powered by: The Italian Government della Libia, o packed like sardines in a crushed tin box in uno schifoso Centro di Identificazione Detenzione Espulsione.

Il governo più famoso fra quelli del datore di lavoro di Boateng fu così sensibile alle tematiche dell’inclusione sociale e dei diritti personali da promuovere “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal dopoguerra a oggi” (Amnesty International per la Camera dei Deputati, 2007), aka la “macelleria messicana” della scuola A. Diaz di Genova, nel 2001. Promosse, infatti, i vertici della Polizia mandanti di quell’azione squadrista e infernale. Durante lo stesso governo il datore di lavoro di Boateng decise di espellere dalla televisione pubblica alcuni giornalisti che gli stavano antipatici.

Il suo complice Roberto Maroni, che in questi giorni pontifica sulla necessità di arginare la deriva razzista della società italiana, annovera fra i suoi cavalli di battaglia la distruzione dei campi rom e i respingimenti dei barconi degli immigrati, chiudendo un occhio sul 92% dell’immigrazione “clandestina” entrante, secondo la Caritas, via terra. Forse perché, al contrario di quella, questa rifornisce carne a basso costo utile anche a qualche suo sodale o votante, chissà.

Senza dimenticarci poi uno dei patetici epigoni degli ideologi padani, quel Calderoli salito agli onori delle cronache per una simpatica maglietta che derideva Maometto, provocando la reazione composta e notoriamente aperta al dialogo di alcuni musulmani.

I governi del datore di lavoro di Boateng e dei pii milanisti hanno sempre inseguito l’ideale di una società culturalmente interessata al mondo in cui essa si trova, al punto da riesumare le antiche lingue e gli antichissimi campanilismi nella retorica della tradizione fattasi pupazzo della storia, rievocata freddamente senza che possa vivere nel nostro presente. Caratterizzato da novità come l’automobile o la condivisione istantanea di idee ed esperienze tra persone distanti miglia e lande da noi (si chiama internet).

Bene insomma la presa di posizione pubblica, forte, dei calciatori per contrastare le pulsioni razziste; ma guardiamoci dal lasciare prendere l’iniziativa in questa direzione da chi fino a ieri ha predicato tutt’altro, per inerzia, vigliaccheria, incapacità o paura. Tipo il presidente del Milan.

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