[Face To Face] Mattia Boscolo – Unhip records

Quando abbiamo inaugurato la rubrica Face To Face il nome di Mattia Boscolo è stato uno dei primi a cui abbiamo pensato. Perché invece di intervistare solo i musicisti non intervistiamo anche gli addetti ai lavori? Ce lo siamo chiesti più e più volte e ora, con orgoglio, riusciamo a presentarvi la prima di queste interviste. Mumble: intervista Mattia Boscolo, ufficio stampa, musicista e appassionato di musica.

Questo è quello che ci siamo detti.

Raccontaci il tuo approccio con la musica. Cosa ascoltavi da ragazzo e come i tuoi gusti si sono evoluti nel corso degli anni.

Ho cominciato ad ascoltare musica molto presto, grazie a un paio di cugini che mi passavano un sacco di roba, dai Beatles ai Bon Jovi. Non li ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto evitare i Deep Purple. Uno dei due suonava la batteria, e a me l’idea di pestare dei tamburi creando scompiglio e casino attorno piaceva da morire, per cui dopo aver occupato con la forza ogni tipo di drumset mi capitasse a tiro, a 14 anni andai dai miei e li convinsi a smezzare il costo di una batteria usata. Non ho mai chiesto loro se se sono pentiti, ma non ho mai avuto un motorino, che era il classico obiettivo di ogni quattordicenne. Ascoltavo di tutto, suonando e frequentando il più possibile persone più grandi di me, innamorandomi a un’età abbastanza precoce di cose come Pearl Jam, Jeff Buckley o Afterhours. Non c’è mai stato un metodo scientifico negli ascolti, ho amato e amo cose diversissime, dai Massimo Volume a Bon Iver, dai Calexico ai Mogwai, dai The National ai The Books, dagli Arab Strap a De Andrè.

Unhip Records è una delle etichette più attive della scena italiana. Nell’anno appena trascorso avete avuto tante soddisfazioni e i vostri gruppi hanno raccolto consensi e si sono fatti valere anche all’estero – vedi i Drink To Me. Come scegliete i gruppi che vanno a far parte del vostro roster?

Ormai sta diventando quasi una frase fatta: pubblichiamo solo i gruppi che ci piacciono molto, e quel molto è una discriminante estremamente selettiva. In realtà, ogni collaborazione poi ha una propria storia, nasce e si sviluppa in modi che non ti saprei dire. 
Inoltre, Unhip ha avuto da sempre un’impostazione molto old school e DIY: seguiamo praticamente da soli tutto il ciclo di vita dei dischi che produciamo. Per questo, visto che al momento pensare di vivere di sola Unhip è utopistico (e visto che facciamo anche altro), preferiamo concentrarci su poche cose, ma che secondo noi meritano. Penso che i Drink To Me, da questo punto di vista, siano un esempio lampante. E non mi do del noi come nos maiestatis, penso di poter parlare anche per Giovanni (Gandolfi).

Become an Unhipster – così come l’analogo servizio Abona’t di Trovarobato – ha secondo me avvicinato “la base”, ovvero i fan, ancor di più alle band e all’etichetta. Un’iniziativa interessantissima, che in un momento così difficile per il mercato discografico può rappresentare una svolta. Come è nata l’idea di realizzare questa sorta di campagna abbonamenti?

L’idea è nata in treno, mentre tentavo di dare un ordine a una cartella da svariati gigabyte che mi aveva passato Giovanni, risalente ai primi anni di Unhip e piena di materiale inedito come provini, take non inserite nei dischi, remix, cose che è meglio restino nei nostri computer. Non so se sia una svolta, l’intento era quello di creare un legame più stretto con quelle persone che in questi anni ci hanno permesso di tenere in piedi la baracca, comprando i dischi, venendo ai concerti che organizziamo, supportando le band in cui noi crediamo e su cui investiamo tempo e soldi. Ci abbiamo provato, e un po’ ce la stiamo facendo. E in fin dei conti è una cosa bella.

Sei stato dietro le pelli dei Blake/e/e/e – autori qualche anno fa del meraviglioso Border Radio – e hai collaborato con musicisti come Marcello Petruzzi (33Ore) e Manzoni. Un passato prossimo da musicista che ti ha sicuramente aiutato nella tua attuale occupazione. Com’è stato passare dal palco a occuparti di musica come lavoro full-time?

I Blake/e/e/e sono stati un’esperienza incredibile, che mi ha permesso di vivere momenti e situazioni che non dimenticherò mai. Ho girato in lungo e in largo l’Italia e l’Europa, ho suonato tantissimo, ho conosciuto bella gente, mi sono riempito gli occhi e il cuore, ho imparato tanto sia come musicista sia come persona, anche se i tre anni passati assieme hanno richiesto degli sforzi e dei sacrifici non indifferenti, specie come persona. Ero molto sbarbo quando ho cominciato con loro (io e te ci siamo conosciuti nel 2008 all’Estragon, quando i Blake/e/e/e hanno suonato prima dei Massimo Volume, avevo poco più di vent’anni), e senza Paolo e Marcella (ed Egle, e Bruno, e Marcello, e Andrea) non sarei la persona che sono adesso. Sicuramente mi hanno costretto a crescere abbastanza in fretta. Le altre collaborazioni, con 33Ore, con Alessandro Grazian, in studio con i ManzOni (e in realtà ce ne sarebbero altre) hanno aggiunto tasselli a un puzzle che ho sempre considerato più piccolo e inutile di quanto forse in realtà non sia. Per il resto, ho provato a legare quest’esperienza sul campo ai miei studi universitari, e il risultato è quello che faccio ora. Mia madre è più tranquilla perché dopo la preoccupazione di sentirsi dire “Ciao mamma vado in tour in Europa ci vediamo fra un mese” adesso c’ha un figlio dottore (LOL), e io in fin dei conti mi sveglio la mattina contento del mio lavoro, che poi in realtà sono due. Inoltre non ho mai smesso di suonare, che tutto parte da lì, dal sedermi dietro una batteria e sentirmi la persona più felice del mondo.

Si sta assistendo a un ritorno (graditissimo) al vinile. Le generazioni più giovani hanno conosciuto l’età del lo-fi tecnico, dominate da mp3 e supporti musicali molto spesso non all’altezza della musica che ospitavano. Come etichetta e come audiofilo come vedi il ritorno di questo fascinoso supporto?

Ho sempre amato il vinile, adesso posso permettermi di spenderci qualche soldo in più, e infatti a volte mi capita di non entrare volutamente in un negozio perché poi so come va a finire. Come etichetta Unhip ha sempre avuto una predilezione per i solchi, ed è una tipologia di prodotto su cui continuiamo d investire molto. Come audiofilo sono contento perché è un modo diverso di intendere il supporto musicale e la musica stessa, se vuoi più (s)elettivo e meno distratto, e in un periodo in cui la musica è diventata liquida, dove gli hard disk si riempiono di dischi che si ascoltano una volta e poi si lasciano lì, sicuramente è una bella conquista. Alla fine, se il vinile non è sparito definitivamente con l’avvento del cd (come è stato per le musicassette, per esempio), significa che da anni è presente una nicchia di compratori affezionati e disposti a pagare qualcosa in più per avere un certo tipo di supporto, per il suono che ha, per la sensazione tattile che provoca, perché le grafiche non sono striminzite. Se questa nicchia torna a crescere, io ne sono felicissimo.

Da addetto ai lavori, cosa pensi della scena italiana?

Rispetto a qualche anno fa mi pare che la situazione sia un po’ involuta, perché girano meno soldi e quindi tutto è necessariamente più instabile. Però è un discorso che potrebbe valere anche per altri settori, non solo per la musica. Di buono c’è che molta gente si ingegna e si sbatte, com’è necessario in momenti di transizione come questo. Di certo non si smetterà di suonare, di ascoltare musica e di andare ai concerti, sono cose troppo viscerali. Continuano a esserci molti gruppi meritevoli che emergono, ci sono delle punte di diamante che ormai sono realtà consolidate (penso a Dente, al Teatro degli Orrori, a Vasco Brondi), con delle dinamiche diverse ma non troppo da quelle di dieci o venti anni fa. Analizzando il breve periodo, mi pare che negli ultimi tempi ci sia una maggiore attenzione anche per quegli artisti che non cantano necessariamente in italiano.

I cinque dischi che ti hanno cambiato la vita.

Concedimi anche un demo.

Pearl Jam – Ten
Afterhours – Quello che non c’è
Massimo Volume – Lungo i bordi
Arab Strap – Philophobia
Bon Iver – For Emma, Forever Ago

(Le Luci Della Centrale Elettrica – ST)

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