[Fiabe] Fiabe, robotica ed emancipazione femminile

Si spende la giovinezza nell’attesa del principe azzurro, e in men che non si dica ci si trova a essere moglie di un perfetto sconosciuto.

Principesse addormentate nel bel mezzo di intricate e oscure selve, oppure richiuse nelle più alte torri di remoti e inaccessibili castelli: si spende la giovinezza nell’attesa del principe azzurro, e in men che non si dica ci si trova a essere moglie di un perfetto sconosciuto. E se fosse un tonto, la bellezza nulla più di un vuoto involucro? E ritrovarsi così, dopo l’iniziale passione, ad affrontare la banalità della quotidianità e l’inesorabile entropia dei sentimenti?

Nelle fiabe è dura la vita per le donne: sottomesse e violate nello spirito e nel corpo (Sole, Luna e Talia), costrette a subire attenzioni incestuose (L’orsa, La penta mano-mozza), oppure considerate alla stregua di mera merce di scambio per l’ottenimento di un vantaggio economico.

Ecco, per queste fanciulle sarebbe indubbiamente desiderabile poter costruire a tavolino il compagno ideale, magari un Toy Boy che soddisfi ogni loro desiderio. È quanto accade in Pinto Smauto (Smalto splendente), fiaba di Giambattista Basile (1566-1632) la cui protagonista rifiuta di prendere marito e costruisce un automa che soddisfi i propri piaceri fisici impastando deliziose leccornie e pietre preziose.

Dopo le scialbe ragazzette ingenue che si lasciano divorare dai lupi e tutta una pletora di incapaci principesse il cui unico scopo nella vita è essere salvate, finalmente una donna emancipata! Se quello della creazione della vita a partire da materiali inerti era un tema derivante da ben note tradizioni precedenti, dal biblico Adamo al Golem ebraico passando dal mito ellenico di Prometeo, per quanto riguarda l’emancipazione femminile Basile probabilmente intercetta, nella stesura del racconto, le piccole e  timide conquiste femminili nelle corti europee barocche.

L’altro pilastro di questa fiaba sono gli automi delle neoscienze rinascimentali. Risalgono al I secolo d.c. i primi meccanismi mossi da acqua e vapore, tra cui il celebre Ercole che affronta il drago realizzato da Erone di Alessandria e ricostruito nel 1589 da Giovan Battista Aleotti;  ma già nel 1495 fu Leonardo da Vinci a creare il primo vero e proprio androide, sfruttando un rudimentale sistema di programmazione basato sullo svolgimento di funi avvolte su cilindri. E fu subito moda, con immediata diffusione di giocatori meccanici di scacchi e altre meraviglie per l’intrattenimento delle corti nobiliari.

Tornando alla fiaba, l’originale tema dell’automa utilizzato per appagare le necessità fisiche femminili sarà marginalizzato nei secoli successivi: lo ritroveremo negli anni della liberalizzazione dei costumi sessuali grazie a Jean-Claude Forest nel fumetto culto Barbarella (1962), dove la celebre e ironica vignetta del rapporto col robot ispirerà, in tempi recenti, un servizio fotografico con protagonista l’attrice statunitense Shannon Elizabeth perdendo però l’umorismo e l’aura proto-femminista dell’originale, proponendo scontati cliché dell’immaginario erotico maschile in cui la donna appare più finta del robot con cui sta amoreggiando. Rimanendo in campo fumettistico, Alfonso Font ci regala nel 1981 il breve quanto irresistibile Valentino, mentre è del 1999 l’adolescenziale film Virtual Sexuality tratto dal romanzo di Chloë Rayban (Virtual sexuality reality, 1994).

Maggiore fortuna e diffusione ha ottenuto la versione in cui i ruoli sono ribaltati: al cinema la donna meccanica diventa moderna Lilith tentatrice in Metropolis (1927), prostituta in Westworld (1972) e Blade Runner (1982), semplice oggetto nato per soddisfare i desideri maschili in La donna esplosiva (1985) e Ruby Sparks (2012), algida consorte priva di personalità in La fabbrica delle mogli (romanzo del 1972 e omonimo film del 1975) e La donna perfetta (2004), a testimonianza del radicamento di concezioni legate al ruolo subordinato della donna nei confronti del maschio. Tesi sostenuta e perennemente riproposta dai media, spesso suggeritori di modelli comportamentali improntati sulla mercificazione del corpo femminile, fautori dello stucchevole manicheismo che contrappone le figure dell’angelo del focolare a quello della donna di malaffare. Posizioni tristemente sostenute, senza alcun ritegno, da larga parte del mondo ecclesiastico, come dimostrano diverse encicliche e recenti casi di cronaca.

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1 Comment

  • Chi l’avrebbe mai detto, a prendere il sopravvento è stata la versione maschilista… viviamo in una società patriarcale

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