Mistificando le immagini dai teatri di guerra

Ha ancora senso l’esistenza della figura professionale del fotoreporter di guerra?

Bisogna rendersi conto che la fotografia è la più grande bugia che ci sia, complice la convinzione che essa mostri la realtà così com’è. (1)

Alcuni soldati avanzano con cautela tra le morbide colline bolognesi baciate dal sole estivo. Gli occhi sgranati di un militare statunitense amplificano la paura dell’imminente battaglia. Una pattuglia colta di sorpresa dal fuoco nemico. Militi inglesi appostati tra le macerie nel corso di un feroce combattimento casa per casa.

Quattro fotografie. Quattro piccole finestre aperte su vicende secondarie legate alla campagna d’Italia, nel corso della seconda guerra mondiale.

Tre sono false. Sapreste indicarle? Nell’ordine, la prima è stata realizzata da Nedo Zanolini nel 2012, l’autore della seconda e del presente testo coincidono, la terza è opera di Renzo Gilioli e risale al 2008. La quarta è stata scatta nell’aprile del 1945 ad Argenta, in provincia di Ferrara, dal fotografo militare al seguito delle truppe inglesi. Ma tecnicamente, pure questa può considerarsi un falso, in quanto la battaglia è conclusa e i soldati hanno appositamente assunto davanti all’obiettivo una posa drammatica.

Questo esempio introduce una domanda: ha ancora senso l’esistenza della figura professionale del fotoreporter di guerra, soprattutto nel XXI secolo?

La mia opinione è che sia superata e anacronistica: viviamo nell’era dell’immagine digitale, dove l’accesso alla tecnologia di ripresa alla portata di tutti, unita alla possibilità di diffusione in tempo reale, ci sommerge quotidianamente di documenti visivi, con una tale rapidità di fruizione da travolgere la nostra capacità di decodificazione e interpretazione di ciò che vediamo.

E una massa strabordante di informazioni, paradossalmente, può portare a una frammentazione della conoscenza dei fatti, senza trascurare il fattore di mistificazione più o meno volontario che può a sua volta sovrapporsi.

Da oltre un anno, la Siria è lacerata da una guerra civile praticamente ignorata dai media occidentali, di cui ci giungono rari e contraddittori echi solo in occasione di eventi particolarmente sanguinosi: nel 2012 circolò, provocando indignazione, un’immagine di presunte vittime della repressione attuata dal regime siriano. Peccato che la stessa foto fosse stata pubblicata già l’anno precedente, indicando i cadaveri a terra come caduti nel corso di scontri contro le truppe libiche fedeli a Gheddafi.

Ma la storia della mistificazione dell’immagine dai teatri bellici parte da lontano.

Irrimediabilmente perdute le fotografie del conflitto in Valacchia del 1853 di Carol Pop de Szathamari, si tende a indicare come primo reportage di guerra quello realizzato da Roger Fenton in Crimea nel 1855, edulcorata raccolta di immagini di feriti amorevolmente curati e vita nelle retrovie, realizzata appositamente per contrastare i duri articoli giornalistici che tanto impressionavano l’opinione pubblica britannica. E non manca la classica foto “ritoccata”, in cui l’autore manipolò la scena spostando platealmente palle di cannone per calcare la mano sulle corde della drammaticità.

Passano pochi anni e scoppia la guerra civile statunitense. Gli scontri cruenti lasciano sul campo migliaia di vittime, un orrore la cui mera documentazione visiva probabilmente banalizzerebbe la carneficina, di conseguenza molti fotografi scelgono di isolare dettagli per narrare storie che facciano presa nelle coscienze. A volte con eccessi. Nel 1863 dopo la battaglia di Gettysburg Alexander Gardner si muove sul campo di battaglia trasportando il cadavere di un giovane soldato, mettendolo “in posa” in diverse situazioni, realizzando infine L’ultimo riposo del cecchino ribelle, una delle prime icone fotografiche a sfondo bellico. Immagine efficace dal punto di vista comunicativo, ma costruita e quindi falsa.

Un po’ come il miliziano spagnolo di Robert Capa (1936) colto nel momento della morte, cosa che nulla toglie al suo valore iconografico.

Aggiustare la scena costruendo la fotografia è tutto sommato un peccato venale, se ammesso dallo stesso fotografo; Don McCullin, probabilmente il migliore fotografo di guerra per la sua straordinaria capacità di coniugare messaggio e ricerca estetica, non ha mai fatto mistero di aver percorso questa strada documentando la battaglia di Hue (1968) nel Vietnam del Sud:

Un giorno scattai un’immagine senza soldati in azione. Immortalai il cadavere di un vietnamita con tutti i suoi beni sparsi intorno a lui in una sorta di collage. Era un’inquadratura composta, addirittura inventata, ma aveva qualcosa da dire sui costi umani di quella guerra (2)

I problemi deontologici sorgono quando si sceglie consapevolmente di pubblicare fotografie fasulle per sostenere la propria ideologia o linea editoriale.

Ne sa qualcosa il quotidiano Il Manifesto, che nell’ottobre del 2000, pubblicò una fotografia dell’intifada palestinese cancellando di proposito un uomo impegnato a lanciare pietre… lo stesso giorno, curiosamente, la stessa immagine fu pubblicata senza modifiche da altri quotidiani italiani e il confronto fu a dir poco impietoso.

Ma un duro colpo al mito della fotografia concerned l’aveva già inflitto, volontariamente, Photo13, pubblicando i servizi “Linea del fuoco di Paglia” (1971) e “L’odio brucia l’Irlanda” (1973) di Roger Walker, pseudonimo che celava il fotografo ferrarese Bruno Vidoni (1930 – 2001). Le fotografie, realizzate a Cento e dintorni, esibivano tutti gli stereotipi tipici della fotografia concerned, con l’intento provocatorio di dimostrare come non ci fosse guerra che non potesse essere riprodotta nel cortile della propria casa, e pur contenendo ciascuna di esse tutti gli elementi necessari alla decodificazione del falso attuato trassero in inganno blasonate riviste di settore e critici esperti, dando vita a una discussione sul superamento della figura del fotoreporter di guerra e sulla rappresentazione degli eventi da parte dei media.

Lezione che pare non essere stata assimilata, purtroppo.

(1) “W.Eugene Smith. Il senso dell’ombra”. Glenn Mora, John T. Hill, 1999

(2) “Un comportamento irragionevole. Un’autobiografia”. Don McCullin, 1990

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