Monte dei Paschi di Siena, una storia italiana

Siena è una città stupenda, intrisa di deliziosi aromi culinari, romanticismi da cartolina, urla di americane ubriache e Sting.

Ho frequentato Siena in modo abbastanza assiduo, fino a qualche anno fa.

È una città stupenda, intrisa di deliziosi aromi culinari, romanticismi da cartolina, urla di americane ubriache e Sting.

Eppure, passeggiando per le immacolate vie del centro, ho sempre provato un certo disagio.

E non per lo spirito santo di Sting che aleggia nell’aere, nella sua terza e più sacra forma, mentre il padre e il figlio se la spassano al Palagio.

Ma perché era sempre tutto troppo pulito, tutto troppo ordinato, tutto troppo silenzioso.

Un’atmosfera rarefatta e onirica che rasentava il fasullo.

La motivazione che le guide locali mi fornivano riguardo a quel continuo inseguimento della perfezione urbanistica era sempre la stessa: il Monte dei Paschi.

“Il Monte dei Paschi paga le pulizie delle piazze”.

“Il Monte dei Paschi ripara le buche delle strade storiche”.

“Il Monte dei Paschi paga la connessione a banda larga a tutti i residenti del centro”.

Frasi di questa risma ne sentivo continuamente, durante le mie scorribande senesi.

Non so quanta verità contenessero, ma sicuramente erano indicative di come la più antica banca italiana e l’amministrazione della città toscana fossero profondamente intrecciate.

In effetti, Monte dei Paschi è controllata dalla Fondazione MPS.

Le fondazioni bancarie sono una delle più toste invenzioni della politica italiana, dal secondo dopoguerra a oggi.

Enti “senza fini di lucro” che gestiscono palate di soldi, attraverso enti ad alto tasso di lucro (le banche).

Sono una grande invenzione, perché permettono a chi detiene cariche nella pubblica amministrazione di entrare a far il bello e il cattivo tempo ai piani alti delle dirigenze bancarie.

Beh, riassumendo grossolanamente, questo è esattamente ciò che è successo negli ultimi venticinque anni, a Siena.

L’amministrazione comunale – da sempre in mano al PD, o ai suoi antenati – gestisce la Fondazione MPS, che a sua volta gestisce la banca.

E l’amministrazione comunale, a gestire la Fondazione MPS, spesso (sempre) ci piazza personalità assai vicine agli organi di partito.

Niente di illegale, per carità. Soprattutto: niente che gli altri partiti non facciano.

È solo uno dei tanti meccanismi viziosi che articolano la vita economica e politica del nostro paese.

Per esempio, prendiamo uno come Giuseppe Mussari, ex capoccia maxima dell’MPS: laurea in giurisprudenza e trascorsi da attivista nel PCI.

A leggere il suo CV, non ti verrebbe da dire “questo lo metterei a gestire una banca”.

Invece è esattamente ciò che disse nel 2005 l’allora sindaco di Siena, che lo propose per una delle poltronissime della Fondazione: ultimo di una sfilza di persone sbagliate nel posto sbagliato, sfilza che si prolungava da metà anni ’90, a MPS.

Da allora Mussari e amichetti ne hanno combinate di divertenti.

Dall’acquisizione azzardata del Banco del Salento – a quanto si dice orchestrata da D’Alema – alla più famosa e tragica acquisizione di Banca Antonveneta.

Nel 2006, MPS rischiava di regionalizzarsi.

Si era rimpicciolita, avevo meno sportelli di molte dirette concorrenti.

Mussari, convinto che così facendo avrebbe rimesso MPS sulla stessa linea di competizione di Unicredit e compagnia, stabilì che l’acquisizione di Antonveneta era vitale.

Vitale al punto di sborsare 4,5 miliardi in più rispetto alla valutazione fatta l’anno precedente dal Banco Santander, che deteneva Antonveneta.

Su questa operazione è in corso un’inchiesta che promette sfracelli, ma il punto è che in seguito a quell’acquisizione arrembante, MPS si ritrovava con grossi problemi di bilancio.

Nel 2006, nel mondo finanziario andavano alla grande i derivati.

Possederne uno squinterno era molto in voga tra banchieri più giusti.

Non volendo essere da meno, e comprendendo quanto questi lo avrebbero aiutato nelle operazioni di window dressing, Mussari – prima di passare alla dirigenza dell’ABI, giusto per rimarcare l’italianità di tutta questa vicenda… – diede disposizione a MPS di dare il via a compravendite di prodotti di ingegneria finanziaria con Deutsche Bank (operazione Santorini) e Nomura (operazione Alexandria).

Questi acquisti inizialmente abbellirono i conti di MPS: un gran bel make up, come quello operato da Goldman Sachs alle casse statali greche.

Dopodiché, aprirono voragini di bilancio.

È stato necessario un cambio di dirigenze e l’arrivo di Alessandro Profumo per rendere pubblici nodi di cui tutte le parti in causa (e non solo) erano perfettamente a conoscenza.

Ora si assiste alla più classica delle sceneggiate italiane: quella dello scaricabarile.

Il Partito Democratico che giura di non aver mai messo becco nelle questioni di MPS; una destra ipocrita che accusa i Democratici di opache manovre di cui anch’essa si è ampiamente sporcata le mani (vedi alla voce Credieuronord, oh incorreggibile Maroni); Bankitalia, Ministero del Tesoro e Consob (diretta da Vegas, quota PDL) che si rimpallano ogni responsabilità di mancata vigilanza.

Questo disarmante copione, che istituzioni e partiti stanno seguendo, crea una certa indignazione.

Dico “indignazione” perché Raffaella Grasso di MUMBLE: dice che sono triviale e che dovrei sciacquarmi la bocca, di tanto in tanto.

Altrimenti avrei detto: “fa girare i coglioni a elica”.

Soprattutto perché, dettaglio di non poco conto, MPS ha fatto, sta facendo e farà ampio uso di Tremonti e Monti bond.

Anche se con lievi differenze tecniche (che rendono i Monti bond più vantaggiosi rispetto ai Tremonti bond), si tratta in entrambi i casi di obbligazioni che MPS ha emesso (emette ed emetterà) nei confronti dello Stato, in cambio del prezzo nominale dell’obbligazione stessa, cioè di denaro (più precisamente: denaro pubblico).

Ora, i Monti bond hanno tassi in linea con gli andamenti di mercato; non hanno prezzi agevolati, concordati tra le due parti (MPS e Stato Italiano).

Questo dettaglio permette a MPS di configurare questa massa di denaro pubblico non come aiuto di Stato, ma come prestito vero e proprio.

Il problema è che questo denaro non verrà utilizzato per lo svolgimento delle normali funzioni bancarie (investimenti ed erogazione di credito), ma per la sua mole – da Core Tier 1, secondo le diciture di Basilea – è considerabile come un vero e proprio aumento di capitale, che dovrà rimanere immobilizzato per fare in modo che MPS possa continuare a rientrare negli standard stabiliti da Basilea 2.

Inoltre, le opzioni di convertibilità a scadenza dei Monti bond, prevedono che la banca interessata possa decidere se ripagare lo Stato in soldi contanti o proprie azioni.

È facile prevedere che MPS opterà per questa seconda soluzione, sancendo di fatto l’ingresso dello Stato nella platea dei propri azionisti (e riempiendo le casse del Tesoro di probabile cartastraccia).

Al di là dei tecnicismi che permettono al Governo Monti e a MPS di definire questa operazione come un prestito, a meno che MPS non riesca a risalire la china e rimettere in sesto i propri conti nel giro di qualche anno, è come se lo Stato fosse diventato azionista di MPS, versando a essa secchiate di soldi nel tentativo di ripararne i buchi di bilancio.

Decisamente, lo slogan più efficace per etichettare tutta questa faccenda (che getta oscure ombre sull’intero sistema bancario italiano) è quello che recitano voci suadenti sulle musiche di Paolo Conte, nella pubblicità: Monte dei Paschi di Siena, una storia italiana.

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1 Comment

  • Quanta ipocrisia sta uscendo dalle bocche dei leader politici in queste ore, dai leghisti e pidiellini di scarsa memoria che urlano per far dimenticare i loro scandali a Bersani che dice che PD e banche non han rapporti… qualcuno nel suo staff dovrebbe ricordargli una certa intercettazione in cui un certo Fassino esclamava il possesso di una banca… si tende a dimenticare troppo in fretta in Italia, e chi commette o avvalla disastri rimane al suo posto…o viene promosso ad altro incarico ben retribuito

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