Domande sulla produzione

Abbiamo voglia di coinvolgere i nostri interlocutori nell'immaginare una società migliore per tutti?

Siamo in grado di coinvolgere i nostri interlocutori riguardo a un progetto sociale condiviso? Abbiamo voglia di coinvolgere i nostri interlocutori nell’immaginare una società migliore per tutti?

Chi sono i nostri interlocutori? Sono le persone che reagiscono con sentimenti comuni ai nostri in situazioni materiali comuni alle nostre. L’evento materiale più diffuso, rispettato e invincibile in tutte le classi sociali è la produzione. La reazione sentimentale più comune è il desiderio di trarre profitto dalla produzione.

Questa situazione materiale, comune con i nostri interlocutori, provoca ugualmente un sentimento di insoddisfazione quando ci confrontiamo con l’impossibilità di trarre profitto da quello che ci piace fare. Il nostro tentativo di assecondare l’inevitabile, la produzione, fallisce perché non riusciamo a tradurre in un prodotto generatore di profitto i nostri talenti e le nostre aspirazioni. La personalità si scontra con la produzione, soccombendo[1].

Questa crisi dell’ipercapitalismo ci spinge a individuare un risvolto inaspettato, forse non concepito prima.

La produzione genera un profitto temporaneo[2], finito. Il profitto, il capitale, è incubato dalla produzione, finché naturalmente, crescendo, se ne allontana. E nei momenti di crisi si svela il funzionamento, la vita del profitto dal profitto puro, ab-soluto dalla sostanza materiale, la produzione. L’insoddisfazione delle classi sociali che non generano profitto da produzioni personali diventa frustrazione per la consapevolezza di inseguire un meccanismo obsoleto di riproduzione e possesso del capitale.

Stiamo cercando di descrivere i meccanismi socio-economici in modo da evocare quei concetti che possano servire a rispondere alla nostra prima domanda. Chi e cosa determina le modalità di produzione capaci di generare profitto? È sensato sperare che i nostri interlocutori si adoperino affinché il loro profitto termini prima che esso si renda autonomo dalla produzione, evitando così che le persone producano senza generare profitto? O è forse più sensato sperare che queste classi sociali producano con cose nuove una società in cui il profitto sia disarmato, o superfluo, o ignorato, insomma inutile?

Nel nostro sistema di produzione capitalistico il profitto è necessario al rioccorrere della produzione di cose interessanti.

È possibile una produzione autonoma dal profitto?



[1]      “Professore lei non sa / dice oggi Monica / che la personalità / se la può permettere / se la può concedere / solo una piccola élite: / il cantante, l’attore, eccetera, eccetera…” (Baustelle, A vita bassa)

[2]      Non solo perché il Capitale è ciclico: di fronte al profitto, cioè al capitale, il tempo del lavoro salariato è ugualmente sostanza (padre) e vittima sacrificale.

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1 Comment

  • Bello spunto di riflessione, Giacomo.
    A proposito della domanda di chiusura, mi pare che diverse leggi negli ultimi anni in Italia abbiano spinto il lavoro(agevolando, forzando, a volte obbligando) a rendersi autonomo. Sicuramente è possibile creare profitto con il lavoro autonomo, ma per bilanciare questa individualizzazione del lavoro serve una grande coesione e solidarietà (non sempre gli affari vanno bene, per motivi che possono dipendere anche da contingenze esterne), una cultura comune, e un apparato legislativo semplice e alla portata di tutti. Perché se devi impiegare, come accade adesso (te lo dico da professionista dotato di p.iva), il 10-20% del tuo tempo tra commercialisti, burocrazia, e inps, allora quelle sono tutte ore (settimane nell’arco di un anno) sottratte all’investimento sul progresso qualitativo dei propri prodotti.

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