Jamie Lidell – S/t

Warp, 2013

Era prevedibile che prima o poi Jamie Lidell sarebbe arrivato a “scontrarsi” sullo stesso campo del magister Prince.

Si intuiva già dal lontano Multiply – datato 2005 – che la strada che il musicista di Huntingdon stava imboccando l’avrebbe portato a servirsi di quel caratteristico e sintetico sound soul-funk ammirato nella trilogia Controversy – 1999 – Purple Rain del folletto di Minneapolis.

Un’evoluzione lenta ma inesorabile che passo dopo passo, o meglio, disco dopo disco, ha portato Lidell ad affinare il suo cantato e il suo way to compose, allontanandosi sempre più da quel beatboxin’ degli esordi che lo aveva fatto conoscere e portato a firmare per la prestigiosissima Warp.

I prodromi di Jamie Lidell si potevano già “leggere” in brani come Figured Me Out, I Wanna Be Your Telephone e Coma Chameleon, erano però indizi sparsi e non si aveva la certezza che poi si sarebbero sviluppati in questa cornucopia di suoni e colori che abbiamo tra le mani.

Molti si potrebbero chiedere se un disco del genere nel 2013 possa avere senso. La risposta è si, ha senso eccome. Certo, il sapore così rétro può ingannare e per alcuni avere un retrogusto stantio, ma la verità è che fare un disco del genere in questo momento scandito dalle nuove leve del soul e R’n’B e dal ritorno di grossi nomi come D’Angelo, segna uno smarcamento importante dal gruppo, una sorta di fuga – per usare un gergo ciclistico –  a seminare gli inseguitori. Un back to the roots per guardare avanti insomma, che va a ripescare oltre al già citato Prince – onnipresente per tutta la durata del disco, You Know My Name sembra addirittura uscita dalla O.S.T del Batman di Tim Burton – grandi come Luther VandrossBig Love è una She’s Good To Me più tirata – e al Rick James di Super Freak a cui strizza l’occhio in più di un’occasione.

Si deve registrare però anche qualche calo di tensione: What A Shame, scelta come singolo e rilasciata a novembre, è paradossalmente la più debole del lotto con la sua durata penalizzante. Niente sussulti, nessun cambio importante, non proprio memorabile. Quattro minuti e passa per una traccia così sono veramente troppi.

A parte qualche piccolo incidente di percorso, Jamie Lidell è il disco che mi aspettavo da Lidell, senza se e senza ma. La sua evoluzione, cominciata circa quindici anni fa, con questo omonimo si conclude degnamente. Ora bisogna sperare che dopo la salita non ci sia la proverbiale discesa.

I giovani sono avvisati.

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