La Grande Rinuncia è un atto di libertà esaltante

Non meraviglia che, alla notizia dell'abdicazione del duecentosessantacinquesimo successore di Pietro, ognuno abbia sentito il dovere di dire la sua.

Giulio Antonio Borgatti

L’amore acceca o rende capaci di vedere meglio? La vita spirituale è come l’amore: quando uno non la vive, pensa che uno sguardo spirituale alla realtà sia fonte di illusioni e ridicoli inganni; chi invece la vive con intensità non può tollerare banalizzazioni e trivialità in merito. Chi sa rispondere alla domanda sull’amore, dunque, in un senso o nell’altro, valuti pure se vale la pena di leggere quanto segue, perché io credo a una visione spirituale della vita e della storia.

L’Italia è un paese di sessanta milioni di persone: tutti potenziali allenatori, professori e vaticanisti. Questo perché la stragrande maggioranza del nostro bellissimo popolo ha avuto, in età molto delicate per la sua formazione, un’esperienza diretta del calcio, della scuola e dell’oratorio. Non meraviglia dunque che, alla grande notizia dell’abdicazione del duecentosessantacinquesimo successore di Pietro, ognuno abbia sentito il dovere di dire la sua. Abbiamo sentito tante idee di politica e fantapolitica, sulle quali non ho le competenze per esprimere un’opinione.  Qualcuno ha espresso invece commenti di natura umana – condivisibili senz’altro – secondo i quali, con l’allungarsi dell’età media e la crescente possibilità, di cui in molti facciamo esperienza nelle nostre famiglie, di vecchiaie sempre più lunghe e sempre più difficili; con la sempre crescente importanza nella nostra società di immagini carismatiche pronte a subire l’assedio dell’occhio onniveggente delle telecamere, questo non sarebbe che il primo papa a fare un gesto che ci diverrà abituale: la rinuncia a quel primato che nessuno può togliere, la rinuncia prima che l’età o la malattia lo rendano impossibile.

Tutte queste cose sono vere, ma non mi interessano tanto. Nel mio cuore di cattolico risuona la grande domanda che mi fu fatta a nove anni, quando usava l’”esamino” per diventare chierichetto: “chi è il papa?”; la risposta che avevo imparato risuona ancora in me: “il papa è il vicario di Cristo sulla terra” o, come avrebbe detto la grande Santa Caterina, il dolce Cristo in terra. Ci sono cose da cui non ci si può liberare: non si smette mai di essere mamme, diceva De Andrè; per la Chiesa, lo sappiamo bene tutti, non si può nemmeno smettere di essere spose o sposi; neppure il sacramento dell’ordine si annulla. Forse non tutti sanno che persino i preti che hanno rinunziato al ministero sono diffidati dal celebrare messa, perché, se la celebrassero, quella messa, illecita, sarebbe comunque valida: opererebbe in essa il miracolo che in ogni messa opera. Alle cose veramente importanti, dunque, non si rinuncia mai, e questo miracolo di una Chiesa che accetta che si rinunci al papato ma non al battesimo mi commuove e mi rende orgoglioso di essere cattolico.

Ma tu, mio caro Papa, caro papa dei miei vent’anni, cosa farai? Quando tornerai a essere un uomo e basta, un vescovo fra gli altri? Forse ti tornerà il desiderio dei bagni di folla osannante che ogni domenica, ogni mercoledì venivano ad acclamarti, delle miriadi di giovani che venivano ad ascoltarti alle GMG; possa, se mai succeda, starti vicina Maria, umile e alta più che creatura, ora che l’hai così dolcemente imitata, spogliandoti con una libertà esaltante e grandiosa della più antica carica del mondo, dell’autorità spirituale più seguita sulla terra, della suprema podestà umana. Ti voglio bene, oggi più che mai.

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