[M come Mimosa] Era solo asfalto

[Roberta de Tomi]

Era solo asfalto, e la pioggia un sogno bagnato tra i capelli. La camminata di Mimosa divenne una corsa contro il tempo verso il locale delle confabulazioni. Le gocce scivolavano sull’impermeabile come le occhiate della gente, ora ostili, ora indifferenti, su di lei, lontano da lei. A volte incontravano il cartellone di una pubblicità con il solito corpo femminile accostato a uno slogan highly-erotic e allora indugiavano sui dettagli di una primitiva fantasia.

Non era più il tempo per le bambole, anche se le bambole invadevano gli spazi dell’etere con parole e gesti di plastica soffocanti.

Mimosa la plastica l’aveva vomitata, ma nessuno lo sapeva. Sembrava anche lei una bambola, per quei capelli platinati e la pelle diafana. Gli occhi blu erano intonati alla tenuta, ai jeggins stretti intorno alle gambe  tornite, ma proporzionate al corpo, non perfetto, né affamato da diete. Gli stivali neri, con un tacco appena accennato, erano anch’essi impermeabili all’acqua che aveva invaso la città.

31 luglio 2009: protesta contro la prostituzione in Ucraina.

21 agosto 2009: protesta davanti all’ambasciata afghana a Kiev, contro una legge che consente agli uomini sciiti di negare i propri appoggi nel caso in cui la consorte si sottragga a richieste di natura sessuale.

E per la prima volta la superficialità morbosa dei media riduceva i corpi a nuove marionette, senza accorgersi che quelle erano marionette di carne e cervello. Marionette che non volevano laurearsi per poi finire su marciapiedi luridi o tra lenzuola che profumavano di seta e gardenie.

Mimosa aveva in testa Kashmir dei Led Zeppelin e le scene d’amore senza baci di Lawrence. Pensava, e quello il suo vero guaio. All’altezza della vetrina di H &M, si fermò. Guardo dietro e intorno a sé, l’espressione circospetta di chi sente di essere seguita.

2010, 2011, 2012. Proteste contro il turismo sessuale. Per la libertà e per la liberazione di milioni di bambole nel mondo. Per i diritti.

Il senso della vita non poteva essere solo ridotto a una funzione. C’era anche il cuore e l’anima, ma anche lì, la plastica invadeva e anestetizzava e soffocava.

La giovane volse ancora lo sguardo avanti e intorno a sé, mentre la pioggia aumentava di intensità, quindi avanzò, prima lentamente, poi sempre più rapidamente, il fiato spezzato di chi non è abituato a correre, se non per necessità. O per un fuga repentina.

Poco meno di un chilometro, e avrebbe raggiunto il locale. E allora sarebbe stata al sicuro, a parlare con Miriam di segreti condivisi, di libertà che non si potevano più cantare con una chitarra in mano, su una spiaggia inerte.

“Mimma?” Una voce dal di fuori risvegliò la sua mente e il suo cuore, costringendola a fermarsi, ancora una volta.
Per una volta desiderò essere riparata  da un ombrello, ma non nero e triste come quello del signor K. Lo voleva  dei colori della libertà. Sulla pancia, appena sopra all’ombelico, Mimosa aveva tatuata la scritta Freedom, inserita in un arcobaleno, ai cui estremi si trovava una pentola da cui traboccavano nell’ordine: gocce di sangue, note musicali, due monete d’oro, un rossetto, una stella e un fiore. Le altre scritte le avrebbe tracciate lei con il pennarello, prima di uscire allo scoperto.

La ragazza fece un inchino giullaresco.
“Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?”

Il signor K ritrasse l’ombrello.
“Accogli così chi si preoccupa perché tu non ti prenda un accidente?”

Mimosa balzò in avanti, per essere accolta dall’ampia protezione. Si sentì riparata, ma inquieta davanti agli occhi che reclamavano la risposta alla domanda, implicita a ogni incontro. La grande mano, quella mano che l’aveva toccata e amata, s’infilò nella tasca per estrarre un fazzoletto bianco.

Io ti proteggerò, bambola mia.
Le asciugò il viso delicatamente, mentre con l’altra mano le massaggiava la schiena, percorsa da un brivido legato ai ricordi. Mimma si volse verso l’autobus in fase di partenza. Dita delicate le sfiorarono le guance, le labbra, che schiuse per un timido bacio. Le stesse dita orientarono il mento verso gli occhi castani, inconsapevoli delle battaglie e delle privazioni cui le non-bambole erano costrette. Quella della bambola era una condizione troppo radicata, naturale; ma non per chi aveva gli occhi per vedere e per sentire che il proprio corpo era un ricettacolo, e non solo di creatività.

“Sei proprio sicura di non volerci ripensare?” le chiese, la voce per la prima volta tentennante “Esci da quel cerchio fin che puoi.”

Mimma scostò delicatamente la mano e il fazzoletto. Arretrò per tornare sotto la pioggia, di fronte alla vetrina straripante di colori e zeppe.
“Ormai ho deciso.”
Il signor K scosse la testa.
“Non fare la bambina. Ti caccerai nei guai. E poi, sai che non cambierà nulla.”

Mimma si morse le labbra. Forse aveva ragione, ma per lei il tempo delle bambole era finito e se Nora se ne andava da Torvald, era per sempre.
Si slacciò l’impermeabile, e rimase nuda, fino alla cintola, il tatuaggio in vista, l’espressione di K sbalordita.

17 agosto 2012: protesta di solidarietà per il gruppo punk Pussy Riot, con tanto di taglio di un monumento dedicato alle vittime dello stalinismo.

Mimosa sorrise, provocatoria, mentre tutte le occhiate dei passanti erano dirottate sul corpo invaso dall’acqua e il signor K le ripeteva di coprirsi, e di smettere di dare spettacolo. Ma tutto era percepito come dietro a un vetro; e da dietro un vetro osservava il volto di un gigante che fissava il tatuaggio e con lui, il suo significato.

Freedom.

E allora, lui comprese i discorsi sulle bambole, sulla libertà, sul desiderio che Mimosa aveva di essere considerata donna.

Stretto sotto all’ombrello nero, come il suo animo, volse le spalle alla bionda, che lo osservò allontanarsi, arrancante, sull’asfalto.

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