[M come Mimosa] I giorni dell’abbandono

[Giulia Nardo]

I giorni dell’abbandono, Elsa Ferrante (e/o 2002)

La mamma di Olga è una casalinga, vive a Napoli, tutti i pomeriggi si ritrova con le vicine per ricamare intorno al tavolo della cucina e raccontarsi gli avvenimenti del quartiere. Olga ha sei anni quando ascolta, seduta sotto al tavolo, quelle donne che parlano della “poveretta”. Una donna che non ha saputo tenersi il suo uomo, dicono, che è stata abbandonata dal marito per un’altra. Olga conosce la “poveretta”, la vede ogni giorno tornare con le buste della spesa a casa, la vedeva prima florida e raggiante, sempre sorridente dispensare caramelle e sorrisi e la vede ora, smagrita, triste e infelice. Pensa: “non finirò mai come lei”.

Olga ora è grande: non è ancora una donna, ma lei non lo sa. Vive a Torino, lontana da quell’infanzia. Ha un marito, Mario, un cane, due bambini, una casa. Ha dovuto rinunciare al suo sogno di diventare scrittrice, ma è felice. Vive e gioisce per i successi di Mario, successi guadagnati con i sacrifici di entrambi, è una mamma attenta, una moglie premurosa. Si sente appagata dall’essere la compagna perfetta. Ha una vita come tante.

Un giorno però la sua vita si incrina o meglio, si frantuma, quando Mario la lascia. La abbandona. Una storia comune, come ne finiscono tante.

Comincia così per Olga un momento buio, un percorso tortuoso che risalirà a fatica, tra sofferenza e senso di rivalsa, tra vendetta e angoscia, dilaniata tra futuro e passato. Olga si trova a dover ripercorrere tutto il suo passato rendendosi conto di non essersi mai allontanata da quell’infanzia e da quel quartiere in cui una donna è riconosciuta solo come compagna di un uomo, rendendosi conto che lei per prima aveva una percezione di sé solo come moglie di Mario. Si guarda allo specchio e l’unica cosa che riesce a vedere è che non esiste un lei senza noi.

Rimetterà quindi in discussione Mario e il rapporto che hanno avuto per 10 anni in cui molto era finzione e poco era condivisione, abbandonerà la maschera di donna perfetta, una perfezione raggiunta mortificando il suo vero io. Ha solo il suo dolore, è senza passato, senza presente e con un futuro incerto. Senza l’amore di un uomo che continua a desiderare, nonostante l’egoismo che le ha dimostrato e il male che le ha fatto, incapace di trovare un equilibrio da sola, una strada. Perde a poco a poco il contatto con la realtà, con i bambini. La casa in disordine, il suo corpo invecchiato.

Olga tocca il fondo. Ma poi risale. Prende consapevolezza di sé e del proprio dolore, capisce che la donna è donna sempre, che lei è donna anche quando nessun uomo posa lo sguardo e l’approvazione sul suo corpo. Mario? Non è il grande uomo che credeva. Si rende conto che viveva di luce riflessa e perciò doveva vedere in Mario luce che non c’era. Era schiava di un retaggio culturale sbagliato, di un mondo in cui il sacrificarsi per il compagno è dovere, in cui la massima aspirazione di una donna è essere una geisha perfetta. Olga si confronta con la sofferenza e l’abbandono e riesce a sopravvivere.

 

 

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