[M come Mimosa] Mostriamo di cosa siamo capaci

[Camilla Lombardi, disegno di Enrica Berselli]

Sono sconcertata. Più inviti a eventi per festeggiare l’8 marzo, più cresce la sensazione che questa ricorrenza stia perdendo il suo significato.

Promesse di bagordi e di spogliarelli maschili, come se la vera parità dei sessi consistesse in questo, come se vedere invertiti i ruoli per una notte in certi contesti fosse l’apice della vittoria a cui potevano aspirare Mary Wollstonecraft, Olympe de Gouges o Emmeline Pankhurst.

La verità è che è tutto solo un contentino: per quanto ovviamente la condizione della donna in Occidente non sia equiparabile a quella presente tutt’oggi nei Paesi del Terzo Mondo, io credo che anche qui, dietro la facciata ci sia poco.
Basta scavare un po’ nella mentalità dell’individuo medio per scoprire che certi pregiudizi non sono stati abbattuti, anzi. La donna che vive liberamente la sua sessualità senza farsi troppi problemi viene ancora definita “facile” (per non usare dei termini molto più volgari), mentre magari l’uomo che ha comportamenti analoghi viene guardato con bonarietà, se non con approvazione.

E ai vertici del potere, in Italia come in altri Paesi europei, quante donne ci sono? Non molte, visto che sono ancora necessarie le cosiddette “quote rosa”. Per non parlare dell’immagine femminile diffusa dai media! In Italia soprattutto, sembra chela TV presenti solo due tipi di donna: quella bella e senza cervello, e quella scialba ma piena di spirito. Ci sono le stangone formose, poco vestite e molto truccate, per le quali la gavetta nel mondo dello spettacolo è la soap-opera in TV o il calendario porno, e il massimo della notorietà è nel ridacchiare come insulsa valletta al fianco di qualche presentatore buontempone. E poi ci sono le “comiche”, quelle un po’ più rotondette o con il naso aquilino, che ci fanno ridere marcando con umorismo i loro difetti, i quali agli occhi del pubblico medio dovrebbero farle apparire “indesiderabili”.

Sono stereotipi, nient’altro. C’è chi si adegua a uno e chi si adegua all’altro, ma resta il fatto che le donne vere non sono così. Quelle sono solo macchiette, mere semplificazioni di una realtà molto più complessa. Quante potenzialità sono state “messe da parte” dalle bellone convinte che il proprio aspetto fisico sia la chiave per la realizzazione di sé? E cosa si cela dietro le battutine sagaci di quelle un po’ più bruttine (o forse semplicemente “normali”)?

L’esteriorità al giorno d’oggi è diventata uno dei valori supremi della nostra società. L’abito fa il monaco, eccome. Ma è molto triste come ciò conti sempre un po’ di più per le donne: come se la femminilità potesse ridursi solo al vestito “giusto”.

Io personalmente sono stanca di standard, di modelli e di mercificazione, di questa femminilità abusata e non ancora del tutto compresa e vissuta appieno. Noi donne dovremmo svegliarci, e non adagiarci sulle lotte di chi è venuto prima di noi, perché c’è ancora molto da fare, qui come in altre parti del mondo. E non si tratta di sproloqui proto-femministi: si tratta delle piccole cose di tutti i giorni che possono fare comunque la differenza in secoli e secoli di subordinazione e oppressione del nostro sesso.

Le donne non sono migliori degli uomini, ma di certo sono state create a loro uguali, e meritano di avere gli stessi diritti, le stesse libertà, la stessa dignità e la stessa considerazione. Quindi, compagne, non fate dell’8 marzo una scusa per andare a ubriacarvi e a inveire contro gli uomini, ma rendetelo piuttosto un momento di riflessione profonda, per onorare anche la memoria di tutte quelle donne che sono morte per i loro ideali, e continuano a farlo. Studiate, informatevi, e realizzatevi, e ritagliatevi il vostro piccolo spazio nel mondo. Mostriamo quello di cui siamo capaci.

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